L’essenza della centesima storia.
Non c’era modo migliore per concludere questo viaggio. La centesima motociclista rappresenta il valore supremo: la trasmissione della passione da madre a figlia. È un passaggio di testimone che rompe gli schemi e dimostra quanto l’amore per la moto sia universale, lontano dai cliché maschili. Questa storia non è solo un numero, ma la chiusura perfetta di un percorso che celebra la forza e la determinazione delle donne in sella. Passione vera, concreta, tramandata. Semplicemente, il 100% della passione motociclistica.
Il respiro di un sogno: 1994.
Eravamo solo io, mamma e il racconto di una libertà che profumava di asfalto. Chiudo gli occhi e la rivedo: è il 1994, sono piccola, ma sento già battere il cuore al ritmo della sua Yamaha XJ400. Mentre parla, i suoi occhi si accendono di una luce magica, una luce che mi entra dentro. In quel momento, nel silenzio della mia cameretta, ho fatto una promessa a me stessa: “Da grande, quella libertà sarà anche mia”. Ci sono voluti 32 anni di attesa, ma quel sogno non è mai invecchiato. È rimasto lì, custodito dall’amore, aspettando solo il momento giusto per spalancare il gas.
1997: L’Armatura del Sogno
Nel 1994 è nato il desiderio, ma è nel 1997 che quel sogno diventa la mia isola di salvataggio.
Guardo i motociclisti sfrecciare come cavalieri su destrieri lucenti, ma sono le donne a catturare il mio respiro: poche, immense, avvolte da un’aura di invincibilità. Io sono solo una bambina col caschetto castano, ma nella mia mente sto già sfilando il body di danza per indossare una tuta in pelle; sto togliendo il cerchietto per lasciarmi proteggere dal casco.
Fisso quei bolidi e mi chiedo se abbiano davvero il potere magico di portarti via. Lontano dai problemi, lontano dalle situazioni difficili. Mi chiedo se quel rombo possa finalmente azzerare la morsa che sento dentro, spegnendo il rumore del mondo.
Immagino quanto debba essere meraviglioso sentire solo il vento e il canto del motore. Niente urla, niente pianti, niente litigate. Solo io e la strada.
Sì, dev’essere bellissimo. E un giorno, quel silenzio sarà mio.

2008: La Fame di Libertà
Diciotto anni e due mesi esatti: ho la patente B tra le mani. L’ho presa al volo, con la fretta di chi ha una necessità impellente di respirare, di essere autonoma, di non dover più aspettare nessuno per andare altrove. È il mio passaporto per l’indipendenza.
Prima di scendere dall’auto, guardo Frank, il mio istruttore, con una scintilla di sfida negli occhi: «Ehi, ci vediamo presto per quella della moto!»
Ne ero certa. Era una promessa scritta nel vento. E invece, la vita ha scalato marcia all’improvviso, imboccando strade che non erano sulla mappa. Strade decisamente impreviste.
2011: La Terra Nuova e il Silenzio del Sogno
Il 2011 segna il mio distacco. Lascio il Piemonte e mi ritrovo a ricominciare in Friuli, una terra aspra e sincera che mi accoglie con una nuova lingua da imparare. Sì, perché il friulano non è un dialetto, è un’identità, una lingua riconosciuta che richiede rispetto e dedizione.
Mi immergo in una realtà totalmente nuova. Arrivano i figli, la gestione della casa, le responsabilità del lavoro… Improvvisamente, il tempo e lo spazio per quella patente della moto, promessa a Frank solo tre anni prima, sembrano svanire nel nulla. Le priorità cambiano volto: ora sono gli altri a venire prima di me.
Tutto corre veloce, troppo veloce. Il calendario gira le pagine freneticamente, ma la direzione non è esattamente quella che avrei scelto io. Lungo il percorso iniziano a formarsi nuove crepe, profonde e silenziose. La strada si fa difficile: mi ritrovo ad affrontare curve sempre più strette che mozzano il fiato, salite impervie che sembrano non finire mai e discese scoscese dove frenare sembra impossibile.
In questo frastuono di doveri e fatiche, il ruggito del motore che sognavo da bambina è diventato un sussurro lontano, quasi impercettibile. Ma le crepe, lo imparerò solo più tardi, sono l’unico posto da dove può entrare la luce.
2016: L’Eclissi del Blu
Il primo giugno 2016 il mondo ha cambiato colore. A soli cinquant’anni, un infarto brutale si è portato via mia madre, strappandola al tempo e a me. In un istante si è spento tutto: il suo blu, i suoi sogni, la sua musica, persino quel suo caratteraccio così vivo e spigoloso. Con lei se n’è andata una parte della mia luce; il mondo è diventato improvvisamente più buio, più freddo, più silenzioso. È il momento del vuoto, quello che non si riempie, ma che ti costringe a guardare nell’abisso.

2017: Frammenti di un’Eredità
Un anno dopo, cerco di rimettere insieme i pezzi. Recupero ciò che resta della sua Yamaha XJ400, ancora ferma in Francia da mia zia, ma il tempo e l’incuria non hanno avuto pietà: è un ammasso di ferro stanco, messa davvero troppo male per tornare a cantare. È un cuore meccanico che sembra aver smesso di battere insieme al suo. Mi fermo a riflettere: forse accanirsi non serve. Forse la scelta più coraggiosa è salvarne un piccolo frammento, un talismano di metallo da tenere stretto, e trovare un’altra strada per onorare la sua memoria.
2019: La Scelta del Naufrago
Il 2019 è l’anno dello strappo necessario. Capisco che se non cambio rotta, se non scelgo una destinazione diversa da questo dolore, non mi salverò. Mi separo. Riparto. Ricomincio da zero. Non c’è spazio per le lacrime o per elaborare il lutto; c’è solo il peso del mio mondo da caricare sulle spalle. Mi metto in marcia con la testa bassa, avanzando come un mulo da soma, un passo dopo l’altro, perché restare fermi significherebbe affogare. Non so ancora dove sto andando, ma so che non posso più restare dove sono.
2021: L’Abbandono e l’Acquolina
Il 2021 è l’anno in cui accetto di non essere io a guidare. Inizio a fare la ‘zavorrina’, affidandomi a chi ha saputo tendermi la mano e tenermi stretta, pronta ad affrontare le tempeste che so che arriveranno. Essere seduta dietro è un esercizio doloroso di fiducia: significa consegnare il proprio destino nelle mani di un altro pilota, accettare che sia qualcun altro a scegliere la direzione, la velocità, la traiettoria. Io resto guardona, passiva. Ma mentre guardo la strada scorrere sotto di noi, sento l’acquolina aumentare, una fame chimica e insopportabile di asfalto. Guardo quella nuca e mi dico: «Dev’essere bellissimo. Ma non è mio.»
2022: Il Vetro e la Promessa
Maggio 2022. Il punto più basso. Sono rinchiusa, ricoverata in un centro di salute mentale. Dalle finestre guardo le moto passare. Vedo la libertà, mentre io sono prigioniera. Tocco quel vetro maledetto e freddo con le mani, cercando disperatamente di catturare il calore del motore che immagino. Chiudo gli occhi. «Dev’essere bellissimo», sussurro, con una rabbia che mi mangia viva.
Torno a casa, ma so che la depressione non è la varicella; non scompare, non ti lascia in pace. So che dovrò sputare sangue per affrontare tutta la vecchia roba che mi porto dietro e imparare a conviverci. Ma poi guardo i miei figli. Loro sono l’unica bussola rimasta. E faccio una promessa solenne, a loro e a me stessa: «Andrà bene. A qualunque costo.»

2024: Il Crollo e la Paura dell’Accontentarsi
Luglio 2024. Ci provo. Inizio il percorso per la patente, il cuore mi batte forte, sento che è la volta buona. E invece, per l’ennesima volta, “motivi familiari” mi costringono a mollare a metà strada. Mi crolla il mondo addosso. È un fallimento immenso, brutale, una mazzata che mi demoralizza fino al midollo. Ho la sensazione maledetta che questo benedetto sogno sia destinato a rimanere incastrato in un cassetto che non si apre. La depressione mi sussurra: «Vedi? Evidentemente non è destino. Non fa per te.» Penso, con una tristezza infinita, che forse l’unica cosa che mi resta è stare dietro, zavorra per sempre, ad accontentarmi di immaginare quello che non potrò mai avere. Ma quel pensiero mi fa troppo male per essere vero.
2026: L’Eredità del Fulmine
Gennaio 2026. Il punto di rottura. Una mattina mi sveglio e un pensiero mi artiglia la gola, un grido che non posso più soffocare: «Ora basta. Cadesse il mondo, quest’anno devo stare seduta davanti». Non un domani, non un forse: ora. Inizio una ricerca ossessiva, scorrendo infiniti annunci di moto da prendere. So che se non trovo un manubrio su cui allenarmi ogni giorno, restando incastrata nella trafila della scuola guida, non finirò mai più. Scorro, scorro fino a farmi bruciare gli occhi, ma nulla mi convince. Nessuna mi parla.
Febbraio 2026. All’improvviso, tra la massa di ferro e pixel, la trovo. Vado a vederla. Non ho dubbi: è lei. Non è solo un oggetto, è un segno. È una Yamaha, il sangue che mi scorre nelle vene. E ha i particolari blu, quel blu che si era spento dieci anni fa. La guardo meglio, controllo i documenti: la sua prima immatricolazione è uscita su strada un mese esatto dopo che mamma se n’era andata. È un’eredità che non si può rifiutare.
2 marzo 2026. La data che riscrive la mia vita. Il garage si apre, il motore canta. La moto è a casa. E non me l’ha portata nessuno. L’ho portata io.
La Firma del Fuoco
Mi chiamo Deborah. Sono nata nel 1990, sotto il segno dell’Ariete: testa dura, cuore ardente e lo sguardo sempre rivolto oltre l’ostacolo.
Sulla mia spalla porto incisa una Fenice. Non è solo un tatuaggio, è la mia biografia. Proprio come lei, sono stata cenere. Proprio come lei, ho sentito il fuoco bruciare tutto quello che amavo, ma dalle fiamme ho imparato a risorgere, ancora e ancora, ogni volta più forte.
Ho aspettato trentadue anni, ho attraversato tempeste, silenzi e stanze troppo fredde. Ma oggi, con le mani finalmente strette su quel manubrio, la promessa è stata mantenuta.
E sì.
È bellissimo.
A Deborah, che ha imparato a guidare nel vento (di Saimon Raia)
C’è una forza silenziosa nel mantenere una promessa fatta a se stessi per trentadue anni. Deborah, la tua volontà non è stata solo determinazione, è stata un atto d’amore purissimo.
Hai attraversato il buio e il silenzio, portando sulle spalle il peso di una “morsa” che cercava di fermarti, ma non hai mai smesso di ascoltare quel battito lontano. Quel blu che temevi spento non se n’era mai andato: era rimasto lì, custodito tra le pieghe della tua anima, aspettando solo che le tue mani fossero abbastanza forti da stringere di nuovo un manubrio.
Tua madre non ti ha lasciato solo un racconto di libertà; ti ha lasciato la bussola per ritrovarla. Ogni volta che accendi la tua Yamaha, ogni volta che il vento ti graffia il viso, lei è lì. È nel riflesso dei particolari blu, nel ritmo dei giri del motore, in quella sensazione di pace che finalmente ha preso il posto delle urla.
Non sei più la “zavorrina” del tuo destino. Sei la pilota della tua vita. Hai trasformato la cenere in asfalto e il dolore in un orizzonte infinito.
Grazie, Deborah. Perché con la tua storia ci ricordi che non è mai troppo tardi per smettere di immaginare e iniziare, finalmente, a correre.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


