Giodori

E dieci! Con la storia di oggi superiamo un’altra boa e portiamo il conto a dieci nuove motocicliste raccontate in questo blocco. Certo, matematicamente siamo “solo” a quota 110, ma la direzione è tracciata e le altre stanno già scaldando i motori per farci entrare ufficialmente nella sfera delle 200.

Oggi vi parlo di Giodori, una motociclista che divide il suo cuore tra le due ruote e il fitness. E qui devo fare una piccola confessione: a dispetto della mia forma fisica attuale, anche io amo fare attività fisica. Il problema vero? La cronica mancanza di “talune” risorse, che a volte mette a durissima prova la mia forza di volontà nel perseguire un obiettivo.

Ma bando alle ciance, questo racconto non parla di me. Parla di determinazione, di asfalto e di ghisa. Oggi la scena è tutta per Giodori!

Radici e strappi: l’orgoglio di Partenope e la necessità di andare via

Sono napoletana, e lo dico a voce alta, con tutto l’orgoglio che mi porto dentro. Eppure, a un certo punto della mia vita, ho dovuto lasciare la mia terra. Me ne sono andata abbastanza di corsa, quasi per istinto di sopravvivenza, per cercare il mio posto nel mondo. Sentivo il bisogno viscerale di allontanarmi da quella confusione, da certe dinamiche pesanti che rischiavano di bloccarmi. Non è stato un addio indolore: una parte di me sarebbe voluta rimanere lì, ancorata agli affetti della mia famiglia e a quel sole unico, capace di scaldarti l’anima come in nessun altro posto al mondo. Ma sapevo che per crescere dovevo spiegare le ali altrove.

Il viaggio dei vent’anni e la scoperta del legno

Il mio è stato un viaggio a tappe, una continua ricerca di me stessa. A vent’anni mi sono trasferita a Roma per inseguire gli studi; a venticinque ho cambiato di nuovo rotta, direzione Bologna, questa volta per lavoro. Dire che è stato facile sarebbe una bugia: cambiare città, ricominciare da zero e misurarsi con lo sconosciuto toglie il fiato. Ma ho sempre avuto uno spirito forte, una determinazione che non si piega facilmente. Non cercavo un lavoro qualunque, dietro una scrivania. Volevo qualcosa di dinamico, di profondamente pratico; volevo un mestiere che mi permettesse di costruire da zero, di vedere la materia trasformarsi e crescere sotto le mie mani. Quella risposta, così fisica e concreta, l’ho trovata nella falegnameria.

La scommessa di Ancona: l’arte della falegnameria a bordo di uno yacht

La svolta vera è arrivata a maggio del 2023, quando le Marche hanno bussato alla mia porta. Avevo ventisei anni, un bagaglio di scelte sbagliate da lasciarmi alle spalle e una voglia matta di rimettermi in gioco. Mandavo curriculum ovunque, finché un’azienda di Ancona non mi ha chiamata: cercavano falegnami per la nautica. Io, che non avevo mai messo piede su uno yacht per lavoro, ho deciso di rischiare il tutto per tutto. Sono partita da sola, con un’unica valigia carica di speranze e nient’altro. Oggi, nel 2026, ho ventinove anni e sono ancora qui. Quella scommessa al buio è diventata la mia realtà, il luogo dove il mio spirito forte ha finalmente trovato il suo cantiere ideale.

Tra i giganti di ferro: la sfida di un’unica donna in cantiere

Adattarsi al mondo dei cantieri navali è stato un urto violentissimo, una di quelle sfide che ti mettono a nudo. Mi sono ritrovata immersa in un universo quasi totalmente maschile, regolato da codici duri, ritmi serrati e una fatica che non fa sconti a nessuno. Le mie giornate sono diventate turni infiniti di otto, a volte dieci ore, passate tra montaggi di precisione, smontaggi millimetrici, pesanti carichi e scarichi che spezzano la schiena. Un lavoro fisicamente e mentalmente logorante. Eppure, proprio lì dentro, in mezzo alla polvere e al rumore, è scattato qualcosa. Essere l’unica donna in quel labirinto di imbarcazioni in costruzione non mi ha intimorita; al contrario, mi ha dato una scarica di adrenalina incredibile. Mi ha spinto a rompere ogni schema, a dimostrare che il mio posto me lo prendevo con il talento e con le braccia. Ed è stato proprio in quell’ambiente così rigido che ho iniziato a sentire, forte come un grido, il richiamo della libertà, la fame di velocità e il desiderio assoluto di viaggiare.

Tre esami e due ruote: la conquista della libertà su una CB500F

Quella sete di orizzonti nuovi aveva un nome ben preciso, anche se per me era un mondo totalmente alieno: la moto. Fino a quel momento non avevo mai guidato nemmeno un motorino in vita mia, zero assoluto. Ma quando uno spirito è forte, la mancanza di esperienza è solo un dettaglio. Senza pensarci due volte mi sono iscritta a scuola guida, decisa a prendermi quella patente che per me significava indipendenza. Non è stata una passeggiata: ho dovuto ripetere l’esame per ben tre volte. Chiunque altro avrebbe mollato, dicendosi che forse non era cosa per lei. Io no. Ogni fallimento ha solo alimentato la mia ostinazione, finché quel pezzo di plastica non è stato mio. Il passo successivo è stato dare corpo al sogno: ho comprato la mia prima compagna di viaggio, una Honda CB500F. È stata la scelta perfetta, consigliata da un amico che non smetterò mai di ringraziare, perché su quella sella ho capito che la fatica del cantiere trovava finalmente la sua ricompensa nel vento sulla faccia.

Il battesimo della strada: due ore di solitudine verso la sorgente

La mia prima vera uscita non è stata un timido giro intorno all’isolato, ma un atto di pura audacia. Due ore di strada da sola, io e la mia CB500F, con una meta precisa stampata nella mente: Stifone, alla sorgente della Morica. Ricordo l’adrenalina che mi stringeva lo stomaco a ogni chilometro e quella sensazione di totale e meravigliosa solitudine. È stato lì, lungo quel nastro di asfalto, che ho capito tutto. Ho capito perché la gente si innamora delle due ruote. Arrivata a destinazione, con gli occhi spalancati e una voglia immensa di scoprire quel nuovo mondo, mi sono ritrovata circondata da altri motociclisti. Fino a un attimo prima eravamo perfetti sconosciuti, anime nate in posti diversi e con storie diverse, ma la strada ha questa magia: abbatte i muri in un secondo. Ci siamo incrociati lungo il tragitto, ci siamo capiti con un cenno del casco e, senza accorgercene, stavamo già dividendo un pranzo, ridendo e tuffandoci insieme in quell’acqua cristallina. In quel momento ho capito che non sarei mai più stata sola.

Oltre la curva: la cura del vento contro l’ansia del passato

Sono tornata a casa la sera con il cuore che faceva rumore, gonfio di emozioni che non riuscivo quasi a contenere. La moto mi ha fatto un regalo inaspettato, dandomi qualcosa che non avevo mai provato prima in tutta la mia vita: una miscela pura di libertà assoluta, pace interiore e rinascita. È stata una terapia potente. Il vento ha spazzato via le tossine di tante delusioni passate, curando ferite che pensavo avrebbero chiesto il conto per anni. In sella ho riscoperto il piacere sublime di vivere senza l’ombra dell’ansia a rincorrermi, senza la fretta frenetica di dover arrivare da qualche parte a tutti i costi. Ho imparato ad assaporare il presente. Adesso ci siamo solo io, la strada che scorre sotto le ruote e quella meravigliosa, magnetica curiosità per tutto ciò che mi aspetta oltre la prossima curva.

Lacrime nel casco: il valore di una passione che guarisce

Ad oggi, la mia fedele Honda CB500F è ancora lì con me. Certo, ho accarezzato l’idea di cambiarla, di passare a qualcosa di più grande, ma ogni volta che la guardo capisco che non è ancora arrivato il momento di dirsi addio. Abbiamo ancora troppe esperienze da vivere, troppi viaggi da imboccare e infiniti ricordi da costruire insieme. Questa moto non è solo un mezzo: è il simbolo del valore che ho finalmente deciso di dare a me stessa e alle mie passioni. È grazie a lei se ho scoperto i miei posti del cuore: Collarmele, Pescasseroli, Scanno e la magnificenza selvaggia delle Gole del Sagittario. La prima volta che ho guidato lungo quelle strade d’Abruzzo, l’emozione è stata così violenta che ho pianto dentro al casco. Mi sono dovuta fermare più volte sul ciglio della strada, letteralmente sopraffatta da una bellezza così pura. In quel pianto c’era tutto: la fatica del cantiere, le scelte sbagliate del passato e la consapevolezza meravigliosa di ce l’avevo fatta, ero lì, ed era tutto vero.

Orizzonti aperti: la pista, la Croazia e il viaggio che continua

Guardando avanti, il mio viaggio è ben lontano dal considerarsi concluso. Vedo molti amici frequentare i cordoli della pista e non nego che l’idea mi incuriosisca parecchio. Non mi sento ancora del tutto pronta per quel tipo di velocità, ma conosco il mio spirito: so che, prima o poi, arriverà anche quel momento e accetterò la sfida. Il mio vero sogno per il futuro, però, ha i confini della Croazia. Sogno di girarla tutta in sella alla mia moto, con due sole borse laterali montate sul telaio, in un viaggio intimo e totale: solo io e lei. Voglio continuare a macinare chilometri per conoscere persone nuove, arricchire il mio bagaglio di vita e, soprattutto, investire su me stessa migliorando giorno dopo giorno la mia tecnica di guida. Perché dare valore a questa passione significa anche questo: volersi sentire sempre più sicura, sempre più libera e perennemente pronta a scoprire tutto ciò che il mondo ha ancora da offrirmi oltre l’orizzonte.

Con questo finale il cerchio si chiude perfettamente: Giodori è passata dalla fuga da Napoli alla conquista della sua indipendenza ad Ancona, fino a diventare una motociclista consapevole e fiera.

Cara Giodori,

ci sono storie che si limitano a scorrere e storie che, invece, lasciano il segno degli pneumatici sull’asfalto della vita. La tua è una di queste. Ci tenevo a scriverti queste parole, non solo come autore che ha avuto il privilegio di raccogliere il tuo racconto, ma come uomo che riconosce e inchina la testa davanti al coraggio vero, a quella “cazzimma” fiera e pulita che ti porti dentro e che si sente ruggire in ogni tua scelta.

Essere napoletana è un dono, ma avere il coraggio di staccarsi da quel sole e da quegli affetti per andare a cercare il proprio posto nel mondo, da sola e di corsa, è un atto di pura intraprendenza. Hai girato l’Italia con una valigia leggera e lo spirito forte, senza paura di sbagliare, senza paura di ricominciare. E poi hai scelto il legno. Hai scelto un mestiere antico, duro, fisico, un mondo di polvere e cantieri navali tradizionalmente riservato agli uomini. Ti sei presa il tuo spazio millimetro dopo millimetro, trasformando la fatica di dieci ore di lavoro in pura adrenalina, dimostrando a tutti – ma soprattutto a te stessa – che una donna non deve chiedere il permesso a nessuno per dimostrare quanto vale.

Ma la meraviglia della tua storia esplode quando quella sete di libertà ha trovato le due ruote. Non avevi mai guidato nemmeno un motorino, sei caduta e hai ripetuto quell’esame tre volte, eppure non hai mollato di un millimetro. Quella determinazione d’acciaio ti ha portata fino a Stifone, e poi a piangere di gioia nel casco tra le Gole del Sagittario, guarendo le ferite del passato con la cura del vento. Hai dato un valore immenso alla tua passione, trasformandola nella tua personale bussola di rinascita.

Grazie, Giodori. Grazie per aver condiviso la tua forza con me e con chiunque leggerà queste righe. Grazie per aver dimostrato che si può partire con una valigia sola e conquistare il mondo, e che la libertà non è un regalo, ma qualcosa che ci si prende con le proprie mani. Oggi sei a quota ventinove anni, stringi i manubri della tua Honda, guardi alla pista e sogni la Croazia con l’orgoglio di chi sa che il meglio deve ancora venire.

Sii fiera della donna, della falegname e della motociclista che sei diventata. Io, di sicuro, sono immensamente fiero di averti raccontata.

Con profonda stima e ammirazione, Saimon Raia

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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