Oltre l’Asfalto: La Verità di Andra
«Non ti è piaciuto il materiale che ti ho inviato?»
Inizia così, con questa domanda diretta, il mio viaggio nella storia di Andra. E la mia prima risposta, pubblica e sincera, non può che essere un’ammisione di colpa: Andra, ti devo delle scuse. Solo leggendo le tue parole mi sono reso conto di quanta anima tu ci abbia messo. Hai dato una forma pura e autentica alla tua passione, e di questo ti sono profondamente grato.
Scrivere di donne motocicliste, per me, non sarà mai una routine. È l’atto più vero che ho a disposizione per esprimere ciò che sento, senza il bisogno di mettere me stesso al centro dell’attenzione. Eppure, a volte, la realtà si scontra con il passato e riattiva vecchi “trigger” che si ripresentano senza chiedere il permesso.
Da ragazzo, la scuola per me era una condanna. La voglia di studiare era sotto i piedi, collezionavo insufficienze e il mio unico desiderio era andare a lavorare. Mia madre mi ripeteva allo sfinimento che la moto non me la meritavo, e che senza un pezzo di carta avrei finito per fare il lavapiatti o lo spazzino — ignorando che anche dietro quei mestieri c’è dignità, e che persino un grande chef come Bruno Barbieri è partito lavando i piatti.
Oggi capisco che se ieri la scuola sembrava togliermi dignità, oggi scrivere delle vostre storie definisce il mio valore umano. Per questo, Andra, ti capisco profondamente. La tua storia è densa, mi ha colpito nello stomaco e merita di essere ascoltata.
A te la parola.
Il Profumo dell’Oltre
La mia passione per la moto non è nata all’improvviso, con il rumore di un colpo di fulmine. È stata piuttosto una scintilla silenziosa, rimasta a covare sotto la cenere per anni prima di diventare un incendio.
Tutto è cominciato quando avevo sei o sette anni. I miei genitori, qualche volta, mi portavano sulle minimoto. Di quel periodo ricordo soprattutto una sensazione precisa: il brivido di qualcosa di assolutamente nuovo, un calore improvviso che mi accendeva dentro. Ma fu un fuoco di paglia, un gioco confinato a qualche domenica d’estate per farci divertire. Finì lì, senza diventare una costante. Almeno, così sembrava.
Il vero ritorno, quello definitivo, è arrivato tra i banchi del liceo. Fuori dai cancelli della scuola c’erano sempre parcheggiate le moto dei ragazzi più grandi. Io ero seduta in classe, ma la mia testa era già altrove. Durante le lezioni, lo sguardo scivolava inevitabilmente oltre il vetro della finestra; restavo lì, con l’aria un po’ persa, a fissare quelle sagome di metallo. Le guardavo come si guarda qualcosa che senti profondamente tuo, ma che sai di non poter ancora toccare, di non poter avere.
Da quel momento, la curiosità si è trasformata in un’ossessione. Ho iniziato a chiedere una moto ai miei genitori a tredici anni. E non ho più smesso di chiederla, ogni singolo giorno, per sei interi anni.

L’ERGASTOLO DEL COMPROMESSO: IL DIKTAT DEL NO
La risposta era un muro. Sempre lo stesso, geometrico, invalicabile: no.
Non è mai stata una banale questione di soldi, anche se l’alibi economico è sempre il più comodo da sbandierare. Era paura. Una paura viscerale, mastodontica, soffocante, che saturava l’aria di ogni singola stanza non appena provavo ad accennare al mio futuro. Temevano il sangue, temevano l’asfalto, temevano che mi perdessi in un mondo che per loro significava solo una cosa: pericolo. E quella paura me la spalmavano addosso, fino a farla diventare una seconda pelle pesante come piombo.
Quel rifiuto non colpiva un oggetto di metallo con due ruote. Colpiva me. Era la negazione sistematica di un’identità profonda, ancestrale. Ogni “no” era un colpo di scalpello che tentava di smussare i miei angoli, un modo silenzioso per dirmi che la parte più autentica di me non aveva il diritto di esistere.
Nel frattempo, la moto era diventata la mia clandestinità. Era ovunque. Era la password che sbloccava il mio telefono, lo sfondo ossessivo dello schermo del computer. Sulle pagine bianche dei quaderni, nei momenti di noia in classe, non scarabocchiavo i nomi dei ragazzi come facevano le mie coetanee. Io disegnavo profili aerodinamici, telai, sogni meccanici. Disegnavo la mia fuga.
E poi c’era il ricatto psicologico, il gioco al massacro del merito non corrisposto. Ogni anno andava in scena la stessa logorante commedia dell’illusione: «Se vai bene a scuola…», «Per il compleanno vedremo…», «Se la prossima pagella sarà perfetta…». Promesse nate già morte, esche avvelenate per tenermi buona, ferma, addomesticata. E ogni volta quel meccanismo spietato scavava dentro di me un vuoto doloroso. Perché non stavo chiedendo un giocattolo, non era il capriccio viziato dell’adolescenza. Era una marea che cresceva dentro, un richiamo viscerale. Sentirmi dire continuamente di no mi costringeva a vivere in apnea, come se fossi bloccata in una sala d’attesa mentre la vita vera scorreva fuori, senza di me.
La frustrazione si è trasformata in rabbia, le discussioni in trincee quotidiane. Fino a quando, a diciannove anni, è arrivata la ghigliottina definitiva. Il no che non ammette repliche, pronunciato con la freddezza di una sentenza. Mio padre mi guardò e sputò l’ultimo verdetto: «Se la vuoi, te la compri».
Non era una sfida. Non era un incoraggiamento all’indipendenza. Era uno stop. Volevano spegnermi il motore prima ancora di accenderlo.
Non sapevano che stavano solo premendo a fondo sull’acceleratore.
IL PREZZO DEL SOLE: LA RIVOLUZIONE DEL “SÌ”
Le parole di mio padre, nelle intenzioni, dovevano essere una pietra tombale. Dentro di me, invece, hanno appiccato il fuoco definitivo. In quel preciso istante, la moto ha smesso di essere un desiderio, ha smesso persino di essere un’ossessione: è diventata una questione d’onore tra me e il mondo.
Mi sono rimboccata le maniche, in silenzio. Durante l’ultimo anno delle superiori ho diviso le mie giornate tra i banchi e tre lavori diversi. Ho contato ogni singolo euro, ho pesato ogni rinuncia, ho camminato dritta ignorando tutto il resto. C’ero solo io, e c’era lei. Alla fine, ho vinto io: moto, assicurazione, passaggio di proprietà, revisione, casco. Tutto firmato, pagato e conquistato da sola. Quando ho stretto quelle chiavi tra le mani, non ho provato una semplice felicità; ho avvertito un senso di sollievo immenso, quasi solenne. Era l’esalazione di anni di apnea, la fine della frustrazione, il crollo di ogni muro. Era la prova scritta che l’amore di qualcuno, quando è fatto solo di paura, non ha il diritto di decidere fin dove puoi spingerti.
Il mio primo pezzo di cielo fu una Yamaha R125 del 2008. Le diedi subito un nome, come si fa con le cose vive.
Passavo le notti su Subito, divorando gli annunci. Cercavo qualcosa che costasse poco e che potessi guidare con la patente B che stavo prendendo. Poi, i miei occhi si sono posati sulla sua foto. Un battito di ciglia, e avevo già scritto al proprietario. Quando sono andata a vederla, non l’ho nemmeno provata — come avrei potuto? Non sapevo ancora guidare. Mi sono semplicemente seduta sulla sella, ho stretto i semimanubri e sono scoppiata a piangere. Era la prima moto che sfioravo con l’intenzione di farla mia, e in quel millesimo di secondo ho capito che l’universo si era allineato. Era lei. Senza riserve.
Ho guardato il proprietario e gli ho chiesto di aspettarmi: mi mancavano ancora due settimane di stipendio per coprire la cifra. Mi ha detto di sì. Quei quattordici giorni sono stati un limbo surreale, sospeso nel tempo. Avete presente quando sapete che sta per compiersi un miracolo, qualcosa che avete bagnato con così tante lacrime da non crederci quasi più? Ecco, stava accadendo a me. Saltavo di gioia da sola nella mia stanza, con il cuore che minacciava di uscirmi dal petto.
Esattamente quattordici giorni dopo, sono andata a riprendermela. E quando finalmente l’ho guidata per la prima volta verso casa… piangevo. Guidavo e le lacrime mi rigavano il viso sotto la visiera. Tra un semaforo e l’altro mi chinavo sul serbatoio per baciarla, per accarezzarla, come si fa con una creatura fragile che hai salvato dal mondo, o che forse ha salvato te.
Per chiunque altro, quel veicolo era solo un ammasso di plastica sbiadita, ruggine e viti spanate. Per me, era l’oggetto più prezioso dell’universo. Perché tra quelle carenature non c’erano solo bulloni: c’erano i miei inverni passati a desiderarla, i miei pomeriggi passati a lavorare quando gli altri si divertivano, e tutta la dignità del mio primo, gigantesco, indomabile “Sì”.

IL MIO IKIGAI: LA GEOMETRIA DELLA LIBERTÀ
Oggi guido una Yamaha R3 del 2025. Ma per me, quel metallo e quelle carenature non sono semplicemente una moto. Sono il mio Ikigai. È una parola giapponese bellissima, profonda, che custodisco sul fondo del cuore: significa “il motivo per cui vale la pena alzarsi la mattina”. E non la pronuncio con leggerezza. È l’esatta, geometrica verità di ciò che sento.
Insieme alle moto io sono cresciuta. Non parlo di centimetri o di età, ma di anima. Mi hanno letteralmente trasformata. Mi hanno presa timida e mi hanno resa estroversa; mi hanno presa fragile e mi hanno resa sicura, consapevole, fiera. È come se, imparando a piegare e a dominare la strada, avessi finalmente imparato a pretendere il mio spazio anche nel mondo, a non chiedere più scusa per il solo fatto di esistere. La mia moto è la mia più grande confidente. C’è nei giorni di sole, ma mi salva soprattutto in quelli di tempesta. È il mio rifugio quando ho bisogno di spegnere il rumore del mondo, l’ossigeno quando mi manca il respiro, la bussola quando mi perdo. Mi regala una felicità viscerale, assoluta, quasi impossibile da spiegare a chi non ha mai sentito il vento spingere contro il petto. Mi rende libera. E la verità, nella sua disarmante semplicità, è che non potrei più essere felice senza di lei. Non è un oggetto che guido: è un’estensione dei miei pensieri, del mio carattere, della mia gioia. È la mia fierezza.
E poi, è arrivata la pista. Tante volte, fino a farla diventare una seconda casa.
Se oggi posso guardare i cordoli senza che mi tremino le gambe, è solo grazie a una persona speciale. Un’amica che ha saputo essere molto più di un’amica: un’istruttrice lucida, una sorella maggiore, a volte una madre. Mi ha presa tra le sue mani che ero uno scricciolo terrorizzato dalle curve, un groviglio teso di ansie e paure. E con una pazienza infinita, cucita con l’affetto più vero, mi ha preso per mano. Mi ha iniettato il coraggio sottopelle. Ha creduto in me quando io per prima mi guardavo allo specchio e vedevo solo limiti.
L’esperienza in pista mi ha travolto la vita. Una volta un signore mi disse che la pista è come una droga: una volta che la provi, non puoi più ripulirti il sangue da quella sensazione. Aveva ragione. È un universo a parte. Un confessionale d’asfalto dove non puoi mentire, dove non puoi scappare: devi guardare in faccia le tue paure, fissarle negli occhi e decidere se frenare o andare oltre. L’asfalto che mi ha dato di più, finora, è stato quello di Modena. Forse perché è scattata una chimica immediata, o forse perché, per la prima volta in vita mia, mi sono sentita totalmente spensierata dal primo all’ultimo metro. Niente nodi allo stomaco, niente fantasmi a rincorrermi. Solo io, il canto del motore e il piacere puro, assoluto, di guidare.
Ma l’orizzonte si sposta sempre un po’ più in là. Il mio sogno più grande ha un nome sacro: il Mugello. Voglio arrivare su quel rettilineo e sentirmi nello stesso identico modo. Libera. Leggera. Senza l’ombra dell’ansia, senza il peso della paura. Solo pura, incontaminata gioia.
E se oggi posso anche solo osare sognare una cosa del genere, il merito è solo tuo.
Michi, se stai leggendo queste parole… grazie. Grazie dal profondo del mio cuore.
Senza di te, senza il modo totale e incondizionato in cui hai creduto in me, probabilmente sarei ancora lì, ferma nel paddock, a rimettere per l’ansia prima di ogni turno. Invece sono qui, in sella, a guardare il futuro. Ti voglio bene.

IL FLUIDO NELLA DIGA: L’EQUAZIONE DEL FUTURO
Sono perdutamente, visceralmente innamorata del Passo della Raticosa. Certo, l’asfalto lì è poesia, le curve si rincorrono come spartiti musicali e il sole che picchia sulla visiera è un brivido puro. Ma il vero miracolo non è il viaggio: è l’approdo. È arrivare allo Chalet in cima. Dopo un’ora passata a raccordare curve, a spremere concentrazione, a lottare con le braccia e con la mente, arrivi lassù stremata… e trovi ad aspettarti dozzine di biker felici. Persone che respirano la tua stessa identica aria.
La moto, ho capito lassù, è soprattutto comunità. Una tribù variegata, oceanica, popolata da anime con cui nella vita di tutti i giorni non avresti probabilmente mai scambiato una parola, e che invece lì, davanti a un caffè e con il motore ancora caldo, diventano fratelli. Ti senti parte di un organismo grande, pulsante, vivo. Una famiglia che si riconosce solo quando indossa il casco. La Raticosa è stata il mio primo vero battesimo stradale, il luogo in cui ho compreso la bellezza profonda e totale di essere una motociclista: dividere la strada, masticare la stessa libertà e sentirsi finalmente a casa.
Ma quella pressione interiore che mi porto dentro da sempre — quell’acqua che per anni ha spinto contro la diga dei “no” familiari — oggi ha trovato il modo di rompere gli argini, trasformandosi in una direzione millimetrica. Per il mio futuro ho un sogno che scava a fondo: voglio convertire questa mia ossessione in una carriera.
Le moto hanno smesso di essere un semplice mezzo, un passatempo o una scarica di adrenalina domenicale. Sono il mio modo di stare al mondo, la lente con cui interpreto la realtà. Ogni piega, ogni apertura del gas, ogni staccata mi ha ridefinito l’anima, rendendomi più coraggiosa, più fiera, più viva. Per questo, dopo aver masticato dubbi, paure e aver passato notti insonni a chiedermi se fossi all’altezza, ho fatto la mia scommessa più grande: mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria Meccanica.
Voglio andare oltre la sella. Voglio sezionare ogni singolo ingranaggio, comprendere la fisica dietro ogni dinamica, governare la tecnica che dà vita al metallo. Non mi basta più guidarle: voglio progettarle, migliorarle, lasciare la mia impronta millimetrica nel mondo delle due ruote. Voglio che la mia passione non sia un hobby confinato al tempo libero, ma il nucleo attorno a cui ruoterà ogni mio singolo risveglio.
Voglio vivere le moto a 360 gradi, dal foglio bianco al design, dalla cinematica delle sospensioni al cordolo della pista. Quando accendo il motore oggi, sento la stessa identica elettricità di quella bambina che guardava le moto fuori dal liceo con gli occhi lucidi. Solo che adesso quella bambina ha smesso di sognare dietro un vetro: ha preso in mano le chiavi del proprio destino. Il mio futuro sarà un unico, grande rettilineo guidato dalla stessa passione indomabile. Senza riserve, senza limiti, con il limitatore spostato sempre un passo più in là.
IL BATTITO SULL’ASFALTO: L’ULTIMO ACCORDO
Voglio concludere questo mio viaggio con le parole di Marco Simoncelli, che per me racchiudono ogni cosa:
«Si vive di più andando cinque minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera.»
Perché è la verità più assoluta. Ogni singola volta che sono in sella, sento di vivere davvero; non è soltanto una questione di libertà o di adrenalina, è gioia pura, è il cuore che spinge, è vita che scorre. Se dovessi scegliere una melodia per accompagnare il ritmo di questo racconto, sarebbe Die With a Smile di Lady Gaga e Bruno Mars. C’è un punto esatto in quella canzone, il ritornello, che sembra scritto per vibrare insieme al motore:
«If the world was ending, I’d wanna be next to you / If the party was over and our time on Earth was through / I’d wanna hold you just for a while and die with a smile / If the world was ending, I’d wanna be next to you / Right next to you»
In queste note ritrovo, specchiato, esattamente il mio amore per le due ruote. Se il mondo finisse domani, io vorrei essere lì, in sella alla mia moto. Se dovessi morire un giorno, vorrei che accadesse guidando. Voglio stringere e vivere ogni singolo attimo di questo mondo con la stessa identica intensità e felicità che provo quando sono in viaggio, sentendo il motore pulsare sotto di me e il vento che mi accarezza la pelle. Perché la moto, alla fine di tutto, non è solo una passione: è vita, è libertà, è me stessa.
IL PARADOSSO DELLO SPECCHIO: NOTA DELL’AUTORE A ANDRA
Sai, Andra, a leggere la tua storia mi sono guardato allo specchio. Il mio passato non è poi così diverso dal tuo, ma si muove su un paradosso strano. Tu hai dovuto spaccarti la schiena con tre lavori, sì, ma hai avuto la possibilità di farlo. Io? Io ho dovuto scontare dieci anni di scuola superiore. Dieci anni di condanna solo perché mia madre era di una caparbietà cieca, convinta che quel pezzo di carta fosse l’unico traguardo possibile. Contenta lei…
Ma vedi dove sta la bellezza cinica della tua storia? A un certo punto l’universo, attraverso quel “no” spietato di tuo padre, ti ha teso una mano. Ti ha detto: «Compratela». Ti ha dato le chiavi della tua indipendenza. Con me, il copione è stato l’esatto contrario, un labirinto assurdo. La prima moto me l’ha regalata un amico che vedevo di rado. La seconda sono riuscito a prendermela solo grazie all’aiuto di un altro amico. E i miei genitori? Davanti alla mia passione finalmente materializzata lì, nel cortile di casa, hanno fatto l’unica cosa che sapevano fare: mi hanno proibito di usarla.
Ti chiedo scusa per questa digressione, ma ci tenevo a metterti davanti a questa verità. Se oggi ho scelto di scrivere di voi, di donne motocicliste, è anche perché per anni ho cercato disperatamente una storia simile alla mia da raccontare. E, per fortuna, non la trovo. Il che è la prova lampante che il mio passato non è stato il frutto di un progetto educativo, ma solo di una gigantesca, logorante incoerenza familiare.
La tua storia, invece, ha una spina dorsale d’acciaio. È concreta, è forte, sanguina verità.
Andra, continua a mordere questa passione e a spingere sull’acceleratore. Vai avanti così e finirai per prenderti molto più di quello che oggi riesci anche solo a immaginare.
Buona fortuna. Ci vediamo in sella.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


