Tonia

Il Custode delle Voci

Scrivere di Tonia, fondatrice delle “Donzelle in Moto”, è un esercizio che rinnova ogni volta un’emozione profonda. Mi porta a riflettere su come il mio cammino professionale abbia il privilegio di incrociare realtà splendide, dove il dialogo e la sorellanza non sono semplici parole, ma pilastri portanti. Prima le Furious Girls, poi le Akra Rose e ora, se la memoria non mi inganna, le Donzelle in Moto: questo è il terzo sodalizio tutto al femminile che ho l’onore di raccontare.

Interagire con l’universo del motociclismo femminile è per me un autentico privilegio. È la conferma che il mio messaggio di condivisione e collaborazione ha lasciato il segno, trasmettendo i valori in cui credo fermamente.

Talvolta mi soffermo a riflettere sul mio percorso e mi domando se la mia strada sia tracciata esclusivamente attraverso il mondo femminile. In verità, no. La mia via è sempre stata una soltanto; tuttavia, credo che offrire una cassa di risonanza a più voci all’unisono sia la chiave di volta per dimostrare l’esistenza di una passione pura. Da uomo, avverto questo compito non solo come un piacere, ma come un preciso dovere morale.

Certamente, vi sono momenti di esitazione, attimi in cui mi perdo nei miei stessi pensieri. Ma poi ritorno alla pagina bianca, mi lascio rapire dal fervore della narrazione e mi immergo totalmente nelle parole e nelle storie.

In fondo, non mi sento poi così diverso da quel bambino timido che un tempo non trovava il coraggio di rivolgere la parola alla compagna di classe più graziosa. Oggi, però, i ruoli si sono splendidamente evoluti. Il mio compito ha assunto una sfumatura che oso definire nobile: quella di essere il Custode delle voci delle Donne Motocicliste.

L’Eredità del Destino: Il Califfone in Cantina

La mia passione per le due ruote è nata con me. Non vi è stato alcun mentore a trasmettermela, né un evento scatenante; è stato, semplicemente, un istinto innato. Ricordo con perfetta chiarezza che, fin da bambina, il mio sguardo e i miei giochi erano catalizzati da tutto ciò che avesse un motore, e rimanevo letteralmente incantata a guardare ogni motocicletta che solcasse la strada.

Crescendo, durante l’adolescenza, l’ardore non si è placato. Chiesi a più riprese ai miei genitori il permesso di conseguire il patentino e di avere una moto tutta mia. La risposta, tuttavia, fu un costante e inamovibile “no”. Da un lato vi era la comprensibile apprensione genitoriale per i pericoli della strada, dall’altro il peso di un vecchio e polveroso stereotipo, secondo cui la moto era un privilegio squisitamente maschile.

Il destino, però, possiede un singolare senso dell’umorismo.

Un giorno, durante le pulizie nella vecchia cantina del nonno, riemerse dal passato il Califfone che mio padre guidava da ragazzo. Era rimasto lì, immobile e dimenticato per anni. Eppure, tra lo stupore generale, quel vecchio motore si accese al primissimo colpo, come se avesse fretta di tornare a respirare. Davanti a quel “miracolo” meccanico, le resistenze di mio padre capitolarono: lo convinsi a trasportarlo nella quiete della campagna, dove finalmente potei concedermi i miei primi, agognati giri in uno spazio protetto.

Dalla Prigione del Sellino al Grido del Motore: La Metamorfosi

Per chi nasce con il fuoco dei motori dentro, il ruolo di “zavorrina” non è mai un punto di arrivo, ma un meraviglioso, necessario preludio. Quando conobbi il mio attuale ragazzo — che all’epoca sfoggiava una fiammante Aprilia RS 125 — salire a bordo fu un passaggio naturale. Seder dietro, tuttavia, significava vivere la strada a metà: ne percepivo le pieghe, ne respiravo l’aria, ma i comandi erano stringhe di un codice che apparteneva a un altro. La prospettiva della zavorrina è quella di uno spettatore privilegiato che, pur vibrando all’unisono con il mezzo, non possiede le chiavi del proprio destino.

Giorno dopo giorno, quella vicinanza ravvicinata non fece che alimentare il fuoco. Guardare le sue mani sul manubrio non era più solo un atto di fiducia, ma uno specchio in cui vedevo me stessa. La voglia di guidare crebbe fino a farsi insostenibile, trasformando il desiderio in una necessità biologica.

Il momento della catarsi arrivò quando decisi che il tempo delle proroghe era finito. Per un’autentica pilota, l’evoluzione esige uno strappo. Decisi di andare contro il parere della mia famiglia, affrontando un silenzio genitoriale che durò diversi giorni — un prezzo infinitamente piccolo per il battesimo della mia indipendenza. Presi la patente A e, finalmente, firmai il mio manifesto di libertà acquistando una Suzuki Bandit 400. Una moto sincera, pura, che ancora oggi custodisco gelosamente come il primo amore che non si scorda mai. Non è stato un cambio di posto, è stata la presa di possesso della mia vita.

La Risonanza, la Simbiosi e il richiamo della Community

L’inizio con la mia Suzuki Bandit 400 fu un sodalizio incerto, quasi un ripiego. Era stata visibilmente trascurata dai precedenti proprietari, ma dentro di me pensai che per muovere i primi passi e fare esperienza potesse andare bene. Non potevo immaginare che stavo per dare inizio a un effetto di risonanza profondo. Più la guidavo, più spendevo tempo a sistemarla, a curarla e a personalizzarla, e più quel metallo sordo cominciava a rispondere alla mia cura. Mi innamorai di lei al punto da non volerla più cambiare. Quella moto è un piccolo uragano: priva di qualsiasi filtro elettronico, ogni volta che la porti fuori non sai mai cosa aspettarti. Ti impone di entrare in una totale empatia; devi “sentirla” nelle vibrazioni, interpretare i suoi umori meccanici, fino a raggiungere una simbiosi perfetta in cui pilota e mezzo diventano un tutt’uno. Ogni sgasata, da allora, è emozione pura.

Poi, a pochi mesi da quella conquista, il mondo si fermò per il COVID. Per lungo tempo la mia Bandit rimase confinata in garage, un uragano addomesticato che potevo solo guardare, sognando e sperando nel giorno in cui avremmo ripreso la strada.

Quando finalmente l’isolamento finì e potei tornare a correre, l’euforia della libertà si scontrò con una constatazione amara: durante le uscite, mi rendevo conto di essere quasi sempre l’unica donna. Quella simbiosi così intima che avevo sviluppato con la mia moto non poteva rimanere un’esperienza isolata; sentivo il bisogno profondo di espandere quella risonanza. Nacque così l’idea di cercare altre ragazze del territorio che vibrassero della mia stessa identica passione. Fu la scintilla che portò alla nascita della nostra community, il gruppo femminile “Donzelle in moto”.

Oltre il Dovere, il Richiamo dell’Asfalto: 50 Anime contro il Tempo

All’inizio eravamo solo una manciata di pioniere; oggi siamo una realtà solida di oltre cinquanta donne. Gestire una community di queste proporzioni non è una favola romantica, ma un esercizio quotidiano di equilibrismo tra le responsabilità della vita adulta. Ognuna di noi porta sulle spalle il peso e la bellezza dei propri doveri: siamo madri che incastrano gli orari della scuola, mogli che condividono la quotidianità, professioniste strette nella morsa del lavoro. Trovare il tempo di incontrarsi tutte insieme è un’impresa titanica, una trattativa costante con l’orologio e con le fatiche di ogni giorno.

Eppure, quando riusciamo a darci appuntamento, quella fatica svanisce, lasciando spazio a una gioia pura e viscerale. La nostra passione non è un passatempo della domenica, ma un bisogno profondo di riappropriarci della nostra identità. I nostri viaggi si fondano sul rispetto reciproco e sul desiderio di evadere: maciniamo chilometri ovunque, organizzando interi weekend fuori porta dove l’unico dovere è seguire la strada.

Non abbiamo perso la voglia di giocare: a volte indossiamo dei buffi copri-casco di peluche, un gesto leggero per strappare un sorriso ai passanti e ricordare a noi stesse di non prenderci troppo sul serio. Ma dietro questa leggerezza c’è una sostanza profonda: nel nostro piccolo ci impegniamo costantemente in progetti solidali, traducendo la nostra unione in aiuto concreto. Questo valore sociale e questa determinazione non sono passati inosservati. Di recente, la nostra realtà è stata scelta per collaborare a un programma televisivo che andrà in onda nei prossimi mesi su Rai 3. Un traguardo straordinario, che non solo premia il nostro solido numero, ma consacra ufficialmente il valore del nostro impegno, dimostrando che si può essere custodi del focolare e, al tempo stesso, domatrici della strada.

Regine del Gran Sasso, Signore dell’Asfalto: La Strada non ha Genere, ha Fegato

Ogni anno, l’imperativo è uno solo: tornare a Campo Imperatore. Quel luogo non ci ha semplicemente rubato il cuore; è il nostro anfiteatro naturale, dove i panorami mozzafiato si fondono con il ruggito dei nostri motori. Non è una semplice gita, è un rituale di riconquista. A ogni pellegrinaggio, aggiungiamo nuove tappe, nuove vette, nuovi chilometri forgiati nei nostri ricordi, espandendo i confini del nostro territorio interiore.

Siamo nel 2024, eppure il patetico fantasma del “motociclismo per soli uomini” ancora si aggira, zoppicando, tra i pregiudizi di chi è rimasto indietro. Quando ci vedono arrivare in formazione, l’espressione stupita di molti è la prova vivente di quanto quel vecchio stereotipo sia duro a morire. Ma noi non siamo qui per chiedere permesso, né per compiacerci dei complimenti che pure fioccano copiosi. La nostra missione è più alta, più audace. Oltre a vivere la nostra passione viscerale, lavoriamo attivamente per avvicinare ogni donna a questo mondo, per dare loro la forza di abbattere, con la potenza dei loro motori, ogni ridicolo recinto mentale.

Perché la verità è una sola, ed è ora che tutti la sentano. Quando caliamo la visiera, il mondo esterno si dissolve. Rimaniamo solo noi, la macchina e la strada davanti. È il momento della catarsi suprema: tutto il resto — i doveri, le etichette, i ruoli imposti — rimane fuori, polvere nel nostro specchietto retrovisore. La moto non ha sesso. La moto non è uomo e non è donna. È pura passione. È condivisione feroce. È libertà assoluta. E quella libertà non la chiediamo a nessuno: la prendiamo e ce la godiamo, chilometro dopo chilometro.

L’Epilogo del Custode: La Forza Dolce del Coraggio

Il viaggio che abbiamo percorso tra le pagine di questa storia non ha nulla a che vedere con i tempi sul giro, con le prestazioni estreme o con i freddi canoni estetici dettati dai social network. Questo racconto non misura i follower, ma l’anima. La Disciplina della Motociclista nasce proprio con questo scopo nobile e limpido: unire sotto un’unica, splendente egida il valore autentico delle donne che scelgono la strada. Al centro di tutto c’è una promessa semplice e bellissima: la pura volontà di salire in sella, accendere il motore e divertirsi.

Nel fare questo, ogni donna compie un viaggio interiore straordinario. Imparare a guidare una moto significa guardarsi dentro, misurarsi con i propri limiti e scoprire una forma di coraggio intima e personalissima. C’è una dolcezza infinita nel vedere come questa consapevolezza trasformi il timore in audacia, e come la fragilità diventi una corazza lucente lungo l’asfalto.

L’energia femminile, quando si unisce e si muove all’unisono, sprigiona una potenza che lascia ammirati. Lo so, espresso da un uomo, un pensiero del genere rischia quasi di suonare come un cliché o un garbato stereotipo. Eppure, osservandole da vicino, vi garantisco che non è così. È un’ammirazione sincera e profonda per una forza che non ha bisogno di gridare per farsi sentire.

La strada verso una reale uguaglianza è ancora lunga e tortuosa, inutile negarlo. Ma finché ci saranno donne pronte a stringere le mani sul manubrio, a sfidare i propri orizzonti e a sostenersi l’un l’altra, quella strada sarà un po’ meno ripida. E io sarò sempre qui, un passo indietro, grato e onorato di poter essere il custode della loro meravigliosa voce.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

Facebook
Twitter
LinkedIn

Approfondisci

Articoli correlati

Giodori

E dieci! Con la storia di oggi superiamo un’altra boa e portiamo il conto a dieci nuove motocicliste raccontate in questo blocco. Certo, matematicamente siamo

Leggi articolo »

Debora

Benvenuta Debora! Un altro splendido tassello si aggiunge al mosaico delle “Donzelle in moto”. Più vi conosco e più cresce il desiderio di scrivere un

Leggi articolo »

Lucrezia Ciardi

Benvenuta Lucrezia nella “Disciplina della Motociclista La sua è una storia che, seppur breve, racchiude una forza d’amore straordinaria. Tra le pagine del suo racconto

Leggi articolo »