Per Alessia: Il Peso della Vita e il Canto del Motore
Conosco a memoria quel discorso di Rocky. Quando dice che “nessuno colpisce duro come la vita”, non parla di un ring, ma di quei giorni bastardi in cui tutto sembra remarti contro.
Leggo della tua RS 125 e un brivido mi corre lungo la schiena. È stato il mio primo amore, ma anche il mio grande “non vissuto”. In casa mia, quella moto era vista come un pericolo, un capriccio da soffocare; mi guardavano come una vittima e non hanno mai capito che per me era il coraggio, il valore, la libertà. Mi hanno tolto il sogno, ma non la passione.
Oggi, scrivere la tua storia è la mia rivincita. Se il mio passato è stato una merda, la tua grinta è la benzina che mi spinge a guardare avanti. Scrivo per donne come te, che non si lasciano abbattere dalle malinconie del mondo.
Il mio augurio per te
Vorrei essere lì, il motociclista “vecchia scuola” che ti affianca sotto un temporale improvviso. Vorrei guardarti attraverso la visiera appannata e dirti, senza bisogno di parole, che è solo acqua. La pioggia bagna la pelle, ma non ferma chi ha il fuoco dentro. Sei tu che tracci la tua strada, non l’asfalto, non il meteo, non il destino.
Prima di separarti dalla tua RS, fai una cosa: portala lassù. Scala il Passo dello Stelvio. Tra quei 48 tornanti, dove l’aria si fa rarefatta e il motore deve urlare per salire, capirai che ogni metro guadagnato è un calcio in faccia a chi non ha creduto in te.
Divora quei chilometri, Alessia. La tua strada è appena iniziata.

Il Sangue e l’Acciaio: Le Radici di Alessia
Mi chiamo Alessia, ho 18 anni, e la mia carta d’identità dovrebbe avere una sezione dedicata ai giri motore. La passione per le moto non è arrivata: è sempre stata lì, pulsante, come un battito cardiaco che ha preceduto il mio.
Vengo da una stirpe di asfalto e vento. I miei genitori, alla mia età, erano già motociclisti. È un dettaglio che cambia tutto: significa essere cresciuti in una casa dove il casco non è un accessorio, ma un elmo; dove l’odore della pelle delle tute è il profumo della domenica e dove si capisce che la libertà non è un concetto astratto, ma un equilibrio tra due ruote. Da loro ho ereditato il DNA, ma la scintilla vera, quella che incendia l’anima, ha un nome e un cognome: mio zio Mario.
L’Altare di Meccanica: L’Aprilia RSV4
Se i miei genitori erano la base, mio zio Mario era il mito. E il suo destriero era una Aprilia RSV4. Non era solo una moto; era un capolavoro di ingegneria di Noale prestato alla strada. Un corpo snello, affilato come un bisturi, con quel triplo faro che sembrava fissarti con la cattiveria di un predatore. Quando accendeva il motore, il ringhio del V4 non era un rumore: era una sinfonia cupa e potente che ti faceva vibrare lo sterno.
C’è una foto che conservo come una reliquia: io a otto anni, seduta su quella sella altissima, con le gambe che dondolano nel vuoto e le mani piccole che stringono i semimanubri.
Quella moto parcheggiata fuori casa di nonna era la mia calamita. Uscivo col pretesto di respirare, ma in realtà volevo solo sfiorare il telaio in alluminio, toccare i tasti sul blocchetto, sognando il giorno in cui avrei smesso di dondolare i piedi e avrei iniziato a spingere sulle pedane. Per me, quella RSV4 era il ponte verso il mondo dei grandi, verso l’invincibilità.
Il Silenzio del Garage
Poi, il buio. Quando mio zio l’ha venduta, non se n’è andato solo un pezzo di ferro. È come se una parte della magia si fosse spenta di colpo. Il vialetto di nonna sembrava improvvisamente vuoto, troppo silenzioso. Senza quel contatto quotidiano, senza quel totem di potenza da poter toccare, mi sono sentita orfana di un sogno. Quella vendita è stata la mia prima vera ferita da motociclista: ho capito che le moto possono andare via, ma il vuoto che lasciano nel petto può essere riempito solo rimettendosi in sella.
Il Rito di Passaggio: Il Patto della Fiducia
A 14 anni, il confine tra l’infanzia e la libertà ha la forma di una tessera di plastica: il patentino. Mia madre, con quel cuore che batte sempre un po’ troppo forte per la paura, sognava per me le quattro ruote protettive di una microcar. Mi voleva chiusa in una scatola di sicurezza. Ma io non cercavo protezione, cercavo l’aria. Volevo il mio primo vero equilibrio.
E qui entra in gioco quella fiducia che non si dice a parole, ma si dimostra con i fatti. Mio zio Mario, l’uomo che mi aveva vista dondolare i piedi sulla sua RSV4, sapeva che dentro di me non c’era una fragile ragazzina, ma una motociclista in attesa di sbocciare.

Il giorno del mio quindicesimo compleanno, la risposta alla mia sete di strada è arrivata sotto forma di uno Scarabeo 50.
Non è stato solo un regalo. È stato un messaggio chiaro, un’investitura: “Ti affido la strada perché so che sai come domarla”. Quel motorino era il primo gradino di una scala che portava dritta al cielo. Mi stava dicendo che per arrivare in alto, bisogna prima imparare a leggere l’asfalto dal basso.
In sella a quello Scarabeo, con la musica che spingeva sotto il casco, la realtà si trasformava. Chiudevo gli occhi per un istante e sentivo già i semimanubri tra le mani, il serbatoio stretto tra le gambe, il profilo di una carenata che taglia l’aria.
Non è stato tutto facile. Sono arrivate le prime cadute, i primi baci amari con l’asfalto, quegli incidenti che dovrebbero farti dubitare. Ma la paura, per chi ha ricevuto il dono della fiducia, non è un ostacolo: è solo un rumore di fondo. Ogni graffio sulle carene dello Scarabeo era una medaglia, ogni spavento un insegnamento. Non ho mai pensato di mollare, nemmeno per un secondo. Perché quando qualcuno crede in te così profondamente, l’unica direzione possibile è avanti.
L’Acciaio e il Respiro: Il Verdetto di Milano
Da quel momento, il desiderio ha smesso di essere un sussurro ed è diventato un’architettura d’acciaio nella mia testa: avrei avuto una moto tutta mia. Per un po’ l’avevo negato a me stessa, quasi per proteggermi dal rischio di fallire, dal dolore di un sogno infranto. Sapevo che la salita sarebbe stata dura, perché in famiglia il muro del “no” era alto e compatto. Ma la decisione era presa: sarei arrivata alla meta con le mie sole forze, senza chiedere sconti a nessuno.
Il destino ha fissato un appuntamento: Novembre 2024, Milano, EICMA.
Il tempio del motociclismo era una sfida nella sfida. Io, che combatto con la claustrofobia, mi sono ritrovata immersa in una marea umana asfissiante. Migliaia di corpi, odore di gomma, luci accecanti e spazi compressi. In qualsiasi altra situazione, il respiro mi sarebbe mancato. Ma quel giorno la passione ha agito come un filtro d’ossigeno. Non sentivo la folla, non sentivo le pareti stringersi. Esistevo solo io e la ricerca di ciò che mi apparteneva.
Il Padiglione Aprilia: Il Momento della Verità
Poi, sono entrata nel territorio di Noale. E l’ho vista. Non era solo una moto, era la risposta. La Aprilia RS 457. Linee tese, cattive, figlie di quella RSV4 che mi aveva stregata da bambina, ma con una promessa nuova, tutta mia.
Sono salita in sella e, in quel preciso istante, il mondo intorno è svanito. Non ero più una ragazza tra la folla di un salone; ero una pilota che prendeva possesso della sua strada. Ho stretto i semimanubri e ho pronunciato una sentenza, non un desiderio:
“Questa sarà mia.”
Ho scattato una foto e l’ho mandata a zio Mario. Non servivano spiegazioni. Lui, che conosceva il peso di quella passione, ha risposto con una gioia che superava la mia. Era l’approvazione del sangue, il sigillo su un patto che solo noi motociclisti possiamo capire. La claustrofobia era vinta. La strada era tracciata.
Il Cantiere dell’Anima: Sangue, Sudore e Sogni
Dopo Milano, la musica è cambiata. Non era più tempo di sognare, era tempo di costruire. Ho tracciato la mia tabella di marcia con la precisione di un ingegnere di pista: ogni risorsa, ogni energia, ogni centesimo doveva convergere verso quel telaio d’alluminio.
Non è stato un percorso rettilineo. Mi sono ritrovata a cambiare scuola, a combattere con programmi da recuperare, col fiato corto di chi deve correre il doppio degli altri per non restare indietro. Il tempo per un lavoro vero non c’era, ma la fame di asfalto sì. Ho iniziato a mettere da parte ogni singola moneta, a limare le spese, a trasformare il sacrificio in una missione silenziosa. Quel sogno non era un pensiero passeggero: era il chiodo fisso che mi teneva sveglia la notte e mi dava la spinta al mattino.

4 Gennaio 2025: Il Primo Respiro d’Asfalto
Poi, il gelo di gennaio ha portato il calore più intenso che avessi mai provato. Il 4 gennaio 2025: il mio primo vero giro in moto. Non era una prova statica, non era un gioco. Era la realtà che mi colpiva in faccia col vento freddo. Per la prima volta, ho capito che la moto non è un atto solitario, ma un linguaggio universale. Ho incontrato altri occhi dietro le visiere, altre mani che salutano incrociandosi sulla strada. Ho sentito, per la prima volta, il peso e la bellezza di far parte di una tribù. In quel momento, il mio obiettivo è diventato d’acciaio inox: indistruttibile.
4 Luglio: L’Eredità a Distanza
Il calendario è corso veloce fino al traguardo dei diciotto anni. Il 4 luglio, il giorno in cui tutto doveva compiersi. Mio zio Mario non era lì fisicamente; l’oceano e l’America lo tenevano lontano, e quel vuoto faceva male, inutile negarlo. Mi sentivo scoperta, senza il mio mentore accanto nel giorno del grande salto.
Ma poi è arrivata quella dedica, quel messaggio pubblico che pesava più di un abbraccio: una mia foto, lo sguardo di chi ha già deciso il suo destino, e quelle parole che sono diventate il mio mantra:
“Non smettere mai di credere nei tuoi sogni.”
Non era un augurio di compleanno. Era un ordine. Era lo zio che, dall’altra parte del mondo, mi passava le chiavi della mia vita, ricordandomi che se anche lui non poteva esserci a tenermi la moto dritta, la forza per piegare tra le curve la dovevo trovare solo dentro di me.
Il Battesimo del Fuoco: Quando il Sogno si fa Metallo
La sera dei festeggiamenti, l’aria era densa di promesse non ancora pronunciate. Tra i brindisi e le risate, un gesto ha spaccato in due il tempo: la proprietaria del ristorante, complice di un destino più grande, mi ha fatto sedere e mi ha consegnato un pacco.
Dentro c’era un simulacro, una miniatura: un modellino di Aprilia RSV4. Insieme, poche parole che pesavano come sentenze: “E dopo aver giocato con il modellino, è ora di fare sul serio”. Ho riso, un riflesso incondizionato per proteggermi da un’emozione troppo vasta, pensando a uno scherzo crudele e meraviglioso. Ma poi è arrivato il secondo biglietto, un ordine secco, da pilota a pilota: “FAI PIANO CON LA MOTO”.
In quel momento, il tremito non era più solo nelle mani, ma nelle fondamenta della mia anima.
Il Rombo della Realtà
Poi, il silenzio della sala è stato squarciato. Alle mie spalle, un ruggito ha zittito ogni conversazione. Non era un suono, era un richiamo. Mi sono voltata e lei era lì.
La mia Aprilia RS 125. Nera, affilata, reale.
In quell’istante, la lama rovente della mia determinazione si è immersa nel bagno d’olio della realtà. Tutto il vapore dei sogni, le candeline spente con gli occhi serrati, i pomeriggi a guardare il vuoto immaginando un manubrio tra le mani… tutto si è condensato in un unico, accecante punto di luce.
Non era più una proiezione, non era più il desiderio di una bambina che dondolava i piedi nel vuoto. Era il mio traguardo. Era mia.
L’Ombra del Mentore
Ancora una volta, mio zio Mario aveva scavalcato l’oceano con la forza di un titano. Mi aveva dimostrato di credere nel mio destino più di quanto io stessa avessi mai osato fare. Anche da migliaia di chilometri di distanza, il suo spirito era lì, a reggere il cavalletto della mia vita, a dirmi che non sarei mai stata sola lungo la strada.
La tua storia da pilota comincia adesso. Il metallo è temprato, la lama è affilata. Il sogno non è più qualcosa da inseguire, è qualcosa da guidare.
L’Armatura del Silenzio: La Moto come Medicina
Settembre ha portato con sé il peso della burocrazia, ma anche il primo respiro del mio motore. Prima il cortile, poi, a novembre, dopo la teoria, la strada vera. Ma la mia indipendenza non è stata un regalo: è stata una conquista. Con i risparmi che avevo accumulato con fatica, non ho comprato vestiti o frivolezze; ho comprato la mia sicurezza. Casco, giacca, guanti. Ogni protezione era un pezzo di pelle nuova, un investimento sulla mia integrità. Mi stavo equipaggiando per la battaglia, e non sapevo ancora quanto ne avessi bisogno.
La Guerra Invisibile e il Miracolo del Casco
In quel periodo, la vita ha deciso di colpire duro. Gli attacchi di panico arrivavano come ombre improvvise, rubandomi l’ossigeno, stringendomi la gola in una morsa invisibile. Mi sentivo fragile, esposta, come se il mondo fosse troppo forte per me.
Ma poi, accadeva il miracolo.
Appena chiudevo la visiera e ingranavo la prima, il mostro restava a terra. Sulla moto, il panico non ha diritto di cittadinanza. Spariva il nodo alla gola, taceva la tachicardia. Tra le vibrazioni dell’Aprilia e il fischio del vento, ritrovavo il mio centro. La moto è diventata il mio spazio sacro, l’unico luogo in cui potevo sentirmi invincibile proprio mentre dentro tutto sembrava crollare. Tornavo a casa e il malessere cercava di riprendersi i suoi spazi, ma io sapevo che in garage avevo la mia via d’uscita. La moto non era più solo un sogno: era la mia terapia, il mio modo di gridare al mondo che ero io a decidere dove andare.
Erika: La Forza della Condivisione
E poi, la strada mi ha fatto un altro regalo: Erika. Non si corre mai davvero soli. Trovare una compagna di viaggio che abita a un passo da te, qualcuno che condivide lo stesso fuoco, ha cambiato tutto. Con Erika la passione è diventata dialogo, consiglio, crescita comune. Avere accanto una persona che ti vuole bene e che vede in te la motociclista che stai diventando, ti rende più forte non solo dietro il manubrio, ma nella vita. Insieme non stiamo solo macinando chilometri; stiamo costruendo le donne che saremo.
Il Trono d’Asfalto: Dove Tutto ha Inizio
Il 1° marzo, a Castel Gandolfo, il mio destino ha smesso di essere una promessa ed è diventato legge. Non esistono parole nel vocabolario umano capaci di contenere quello che ho provato. È stata l’immersione totale in una fratellanza d’acciaio, un codice non scritto dove il controllo dell’altro, il “ci sei?”, il sentirsi parte di un unico organismo pulsante, contano più di ogni altra cosa.
Oltre la Linea di Confine
Uscire dalla mia zona di comfort è sempre stata la mia sfida più grande. Ero lì, con la mia RS 125, un piccolo cuore urlante circondato da giganti di cilindrata superiore. La paura cercava di mordermi i fianchi: temevo di restare indietro, di essere un peso, di non essere all’altezza del ritmo. Ma è stato lì, tra quelle curve sconosciute, che ho sprigionato la mia Ambizione.
Non sono rimasta indietro. Sono diventata parte del flusso. Per la prima volta nella mia vita, non mi sono sentita “fuori posto” o “fragile”. Mi sono sentita esattamente dove dovevo essere. Al mio posto nel mondo.
Il Mio Orizzonte d’Acciaio
Se oggi mi chiedi di guardare al futuro, non vedo una vita ordinaria. Vedo un orizzonte tagliato a metà da un cupolino. Non riesco più a immaginarmi senza il peso rassicurante del casco, senza quel battito violento nel petto che risuona nel serbatoio.
Forse domani ci saranno più cavalli sotto la sella, forse cilindrate che oggi mi sembrano vette inarrivabili, ma l’anima resterà la stessa. Scoprirò nuovi panorami, stringerò mani sporche di grasso e amicizie nate nel vento. Sarò sempre io: con il cuore che urla più del motore e quella libertà che non ho chiesto a nessuno, ma che mi sono presa con le mie mani.
La mia armatura è completa. La mia strada è tracciata. E non mi fermerò finché non avrò raggiunto la cima.
L’Eredità del Vento: La Firma di Saimon Raia
Mentre scrivo di te, Alessia, combatto anche la mia battaglia silenziosa. La mia famiglia ha storto il naso davanti a questi racconti, incapace di scorgere la poesia dietro il rumore di uno scarico. Ma io vado avanti, perché anche nel mio sangue scorre la stessa linfa. Anche io ho avuto un mentore, uno zio che mi ha consegnato le chiavi di questo mondo e che oggi non c’è più. Eppure, ogni volta che posso, porto la mia moto fin davanti a lui, sfidando i divieti e il silenzio del cimitero. Gli parlo come se fosse ancora qui, gli racconto della moto che avrei voluto fargli provare e di come, grazie a lui, io abbia trovato la mia voce.
Oggi, quando ricevo complimenti per come riesco a dar voce alle motocicliste, sento che quel dolore passato si trasforma in una soddisfazione purissima. Scrivere di te, Alessia, è la prova che la vita è un flusso inarrestabile: nonostante le ferite, nonostante le problematiche che abbiamo dovuto affrontare, abbiamo trovato la nostra strada.
Il tuo percorso, Alessia, è appena iniziato, ma rappresenta già una vittoria della volontà sul destino. Io continuerò a scrivere di donne come te, perché ogni vostra curva è un verso della mia storia. Grazie per avermi permesso di essere il tuo narratore; oggi, in questo racconto, non sei solo tu a correre, ma corriamo tutti insieme. Verso il sole, verso la libertà, verso quel domani che ci siamo presi con i denti.
Saimon Raia
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


