Anna

Oltre il Metallo: Perché Scrivo di Voi

Se mi chiedessero quale moto comprerei a scatola chiusa per il puro brivido del limite, risponderei senza esitare: l’R6 del 2007. Ma la verità è che tra le righe di questi racconti meccanici, finisco sempre per scrivere di me stesso.

Spesso l’intuito femminile si domanda: “Perché un uomo dedica così tanto vigore al mondo delle motocicliste?” La risposta risiede in un dolore silenzioso. Il mio passato somiglia più a quello di una donna che ha dovuto medicare ferite profonde che a quello di un uomo abituato a una lotta lineare. Sono cresciuto in un contesto dove non mancavano le possibilità materiali, ma regnava un’assenza totale di una visione sana del mondo. Mentre il mondo fuori correva e cresceva, io restavo indietro, spettatore di una vita che non riuscivo a impugnare.

Scrivere di donne per me non è un esercizio di stile; è come affrontare una scalata su roccia viva: conosci la fatica, senti la durezza della pietra, sai esattamente quale abisso stai sfidando.

La Disciplina della Motociclista

Voglio citare il motto che guida questo progetto: “Verba volant, scripta manent”.

Il mio messaggio per voi non è un invito alla difesa, ma all’attacco. Non sprecate energia a difendervi dai pregiudizi sessisti; rispondete domando i giganti d’acciaio e portando le vostre pieghe al limite. In MotoGP, ogni grammo è pesato con ossessione perché l’equilibrio è tutto. In questo, la determinazione di una donna non conosce sconti: non siete diverse, siete la prova vivente che la sensibilità è forza cinetica.

Anna, forse questo preambolo non sembrerà diretto, ma è necessario. Serve a trasmettere il valore che porto in questo progetto e a spiegare perché il mio legame con il vostro mondo è così viscerale.

Anna Campagnolo: Nata tra il profumo del caffè e l’odore di benzina

Sono Anna, ho 31 anni. Sono cresciuta in quell’epoca in cui i motori erano il sogno ad occhi aperti di ogni bambino. Forse un po’ meno per le bambine, ma come dice sempre papà Raffi: “Tu sei sempre stata un po’ matta”.

Matta forse no, ma sicuramente diversa.

I miei ricordi più vividi non sono fatti di bambole, ma di domeniche passate in cucina, con la TV accesa e il cuore a mille. Io e papà, spalla a spalla sul divano, a saltare ad ogni staccata, ad ogni sorpasso di Valentino Rossi. Per la mia generazione, Vale non era solo un pilota: era un’icona, un faro, il simbolo di chi ce la fa con il sorriso e il talento.

Quel fascino, quel modo di intendere la vita e la velocità, si è fatto spazio dentro di me fin da piccolissima. Ricordo ancora quando, con la serietà che solo i bambini hanno, gli dissi: “Papà, da grande voglio correre forte come Valentino Rossi!”.

E la cosa più bella, quella che mi ha portata fin qui, è che lui non mi ha mai risposto che non era possibile. Mai. Ha lasciato che quel sogno mettesse le radici, trasformando i pomeriggi sul divano nella mia realtà di oggi.

Il Battesimo di Metallo

Tutto è iniziato su una Suzuki DR 650 degli anni ’80, una di quelle moto maschie, con l’alzavalvola e il carattere ruvido. Papà mi sedeva quasi sul serbatoio, le mie manine strette al manubrio come se quel metallo fosse un’estensione delle mie dita. In quel giardino di casa non eravamo solo un padre e una figlia: eravamo piloti veri, impegnati nella nostra personale Parigi-Dakar tra l’erba e i sassi. Lì, tra l’odore dello scarico e le vibrazioni del monocilindrico, ho capito che il mio posto nel mondo non era di fianco alla strada, ma esattamente al centro della traiettoria.

L’Istinto del Cronometro

La mia non era una curiosità, era un’ossessione geometrica. Ogni giostra che avesse la forma di una moto doveva essere mia; ogni pistino da kart per bambini diventava il Mugello. Avevo una mente già orientata al cordolo, uno sguardo che cercava il punto di corda anche tra i seggiolini colorati del lunapark. Ma la passione, per diventare sport, chiede un dazio salato: tempo, mezzi, sacrifici che una famiglia normale spesso non può permettersi. Sono nata in Veneto, terra di gente tosta e testarda che non molla un centimetro, ma a volte guardavo verso la Romagna pensando che, forse, se fossi nata qualche chilometro più in là, il mio sogno avrebbe avuto una corsia preferenziale.

Il Paradosso del Destino (e del Colore)

Poi la vita prende pieghe strane, quasi comiche se non fossero così amare. Arrivano i fratellini e, con loro, i classici regali “da maschio”. Mio fratello, a due anni, riceve una fiammante minimoto 50cc gialla, Camel VR46. Lui, che di motori non ne voleva sapere nulla; io, che a dieci anni avrei venduto l’anima per sentirla cantare. Era lì, un gioiello color zolfo dedicato al mio idolo, ferma in garage a prendere polvere mentre io la divoravo con gli occhi. È il classico, intramontabile stereotipo: la bimba guarda e il bimbo guida. Solo che avevano scambiato i piloti. Dio solo sa quanto avrei voluto quel 50ino sotto il sedere, ma quel giallo acceso mi ha insegnato la lezione più importante: se il mondo non ti dà la moto che vuoi, devi correre così forte da andartela a prendere da sola.

Il Circuito tra i Ciottoli: La Mia Vittoria

Ma il destino, alla fine, ha un senso dell’umorismo tutto suo e ogni cosa torna sempre al suo posto. Quella minimoto gialla, destinata a chi non la voleva, è finita tra le uniche mani che sapevano davvero come stringere quelle manopole: le mie. Io e papà, complici in un box fatto di sogni e vialetti di ghiaia, la accendevamo nel giardino di casa trasformando un vialetto di ciottoli nel nostro rettilineo del Mugello. Avevamo le gomme slick, totalmente fuori luogo su quella superficie instabile, ma chi se ne fregava? In Veneto le piste erano lontane e i budget proibitivi, ma a noi bastava quel sussulto meccanico per abbattere ogni muro.

Il vialetto diventava un autodromo immaginario racchiuso tra le mura di casa. Lì, tra un sussulto e una derapata sulla ghiaia, il mio sogno prendeva una forma definitiva, solida come il telaio di una GP. Sentivo il gas aperto sotto il palmo, i capelli che danzavano nel vento e un’unica, ossessiva visione negli occhi: il giorno in cui non sarebbe più stato un gioco tra i ciottoli, ma una danza folle sull’asfalto vero, con le ginocchia che accarezzano il suolo e l’urlo del vento che diventa l’unica musica dentro il casco.

Il Colpo di Fulmine in Edicola

È il 2006. Ho dodici anni e davanti a un’edicola il mondo si ferma. Sulla copertina di Motosprint c’è lei: una sagoma bianca e rossa con gli occhi cattivi di un serpente pronto a colpire. Non è solo una moto, è un predatore d’asfalto. In quel momento, tra l’odore della carta stampata e il rumore della strada, firmo un patto silenzioso con me stessa: “Tu sarai mia. Non so quando, non so come, ma un giorno avrò i soldi e tu sarai nel mio garage”. Era la promessa di una bambina che stava già imparando a guardare oltre l’orizzonte.

Generazione di Mezzo: Tra Cellulari e Miscela

Arriva il 2007, i quattordici anni, l’età in cui tutto sembra possibile. Siamo la “generazione di mezzo”, quelli cresciuti in equilibrio tra l’analogico e il digitale, quelli che alla Cresima si trovavano davanti al bivio più importante della giovinezza: scegliere tra il primo cellulare per restare connessi o il motorino per essere liberi. Inutile dire che per me non è stata una scelta, ma un’esecuzione. Mentre le mie amiche digitavano i primi SMS, io sognavo già il pollice sul tasto dell’accensione.

L’Omaggio agli 883: “Sempre in due”

“Un motorino sempre in due / Per le strade di città / E la voglia di andare via / Dove non si sa…”

Citare Max Pezzali non è solo nostalgia, è il manifesto della nostra libertà. Per noi il motorino non era un mezzo di trasporto, era il passaporto per l’indipendenza. Era il vento in faccia, la compagnia che si ritrovava al solito posto, le risate che coprivano il rumore del variatore. Era l’euforia pura di chi sente che la vita sta finalmente accelerando. In sella a quel cinquantino, con la schiena dritta e gli occhi che cercavano già la prossima curva, io non stavo solo andando a fare un giro: stavo correndo incontro alla “Bestiaccia” che mi aspettava nel futuro.

Febbraio 2009: L’Inizio dell’Indipendenza

Febbraio 2009. Papà torna dal lavoro con quella complicità che solo noi potevamo capire: “Vieni, ti porto da un collega, vuole presentarti suo figlio”. Io, con la determinazione di chi sa esattamente quale forma debba avere la propria libertà, risposi senza filtri: “Papà, se non è un Booster Spirit, non mi interessa”. Lui rideva, ma io ero di una serietà assoluta. Non cercavo il lusso; cercavo quell’icona. Lo avrei accettato vecchio, graffiato, malandato… purché fosse un Booster. Quello era il mio lasciapassare per il mondo.

Il Blu che Sapeva di Futuro

Arriviamo alla concessionaria Yamaha di Rosà. E lì, in vetrina, accade il miracolo: blu metallizzato e bianco, con la scritta Yamaha che brillava sotto i faretti. Non ci furono saluti, non ci furono convenevoli. Corsi dentro e mi ci sedetti sopra, sentendo il cuore accelerare prima ancora del motore. I miei occhi brillavano come stelle perché in quel momento non stavo comprando un pezzo di plastica e metallo: stavo prendendo possesso del mio sogno. È stata la mia prima vera moto, il primo passo verso una crescita che passava per la responsabilità di un mezzo tutto mio.

L’Eredità di un Cuore Spezzato

Seguirono due anni indimenticabili. Avventure infinite, sere d’estate che non finivano mai, risate a pieni polmoni e, inevitabilmente, qualche volo che mi ha insegnato il sapore della polvere e la necessità di rialzarsi. Poi, il trauma: qualcuno decise di portarmelo via. Mi rubarono il motorino, spezzandomi il cuore. Ma quel furto, per quanto doloroso, non ha cancellato ciò che quel Booster mi aveva insegnato: la disciplina della cura e il valore del sacrificio. Oggi, la sua foto è ancora lì, nell’armadio della mia cameretta; non è il ricordo di una perdita, ma il sigillo di una passione che nessuno potrà mai portarmi via.

L’Istinto del Predatore

A sedici anni, mentre i miei coetanei contavano i giorni che li separavano dalla patente dell’auto, la mia mente era già altrove, proiettata su traiettorie che solo due ruote possono disegnare. Non cercavo la comodità di quattro mura di lamiera; cercavo il vento. Yamaha R6, Aprilia RS: nomi che per me non erano semplici modelli, ma invocazioni.

Quando sentivo l’urlo di uno scarico in lontananza, scattavo. Era un riflesso incondizionato, un richiamo viscerale, quasi mistico. Poteva sembrare un’ossessione angelica o un tormento demoniaco, ma era semplicemente la mia natura che rispondeva alla sua frequenza. Una fame che pochi comprendono davvero: quella di chi non vuole solo spostarsi, ma vuole sentire la strada.

L’Appuntamento col Destino

Passano gli anni, fatti di chilometri macinati come spettatrice a Misano e al Mugello, tra l’odore di gomma bruciata delle MotoGP e le pieghe della Superbike. Ho vissuto la moto ovunque: nei bar dei passi, nelle tangenziali anonime, nei tornanti di montagna. Poi, nel 2018, l’universo ha smesso di girarci intorno e ha deciso di fermarsi.

Eccola. Bianca e rossa. Identica a quella visione sulla rivista di dodici anni prima. Candida come la neve, ardente come la passione. Non era in vendita, era in attesa. Quando chiamai i proprietari, le loro parole furono il sigillo del destino: “O a te, o a nessun altro”. Una settimana dopo, su un furgone blu sgangherato, la “Bestiaccia” stava risalendo l’Italia verso il Veneto. Era mia. Una Yamaha YZF R6 del 2007. Perfetta nella sua ferocia.

Il Primo Graffio sull’Asfalto

Non è servito molto tempo per capirci. Dopo poche uscite, è successo: il suono secco della saponetta che morde l’asfalto. Ginocchio a terra. In quel preciso istante, il cerchio iniziato sul divano con papà si è chiuso con un boato. Ho pianto dentro il casco, lacrime di gioia pura che rigavano il viso mentre il motore urlava a 15.000 giri. Non era più un gioco, non era più un sogno di bambina. In quella piega al limite, tra la forza centrifuga e il grip delle gomme, eravamo solo io e lei. Finalmente, eravamo piloti veri.

La Convocazione: Quando il Sogno si Fa Serio

Il 2019 non è stato solo un anno, è stato lo spartiacque della mia vita. Arriva la chiamata che ogni pilota aspetta: la squadra BK Corse mi convoca per il Campionato Nazionale Velocità, categoria Mini GP. In quel momento, il sogno si è fatto carne, sudore e metallo. Non ero più la ragazzina che guardava la TV sul divano; ero io quella dietro la visiera, io quella che fissava il semaforo aspettando che si spegnesse per scatenare l’inferno.

L’Adrenalina del Settore Rosso

Le gare vere sono un mondo a parte. La tensione che ti stringe lo stomaco in griglia di partenza, il rumore assordante di decine di motori che vibrano all’unisono, il gioco psicologico con gli avversari. Ma sopra ogni cosa, c’è la squadra. I ragazzi del team, il lavoro frenetico nei box, quella fratellanza nata tra i cavalletti e le termocoperte. Sono esperienze che ti scorticano vivo e ti ricostruiscono più forte: ti lasciano dentro un’impronta indelebile, un codice genetico che solo chi ha vissuto il paddock può decifrare.

L’Addio alla Strada: L’Evoluzione Finale

Ma in questo percorso di crescita, ho dovuto fare una scelta di campo. Io e la strada non ci siamo mai amate davvero; la strada è troppo distratta, troppo sporca, troppo incerta per chi cerca il limite assoluto. Nel 2019 ho preso la mia decisione definitiva: solo pista.

È tra i cordoli che si impara a respirare davvero. È lì, in quel perimetro di asfalto perfetto e vie di fuga, che io e la mia “Bestiaccia” possiamo finalmente smettere di frenare il nostro istinto. In pista non ci sono compromessi: c’è solo la ricerca della perfezione, il coraggio di osare e la libertà di dare tutto, fino all’ultima goccia di benzina, fino all’ultimo battito di cuore.

Il Prezzo della Passione

Sette anni di vita. Sacrifici silenziosi, notti passate in garage a vegliare su di lei, obiettivi strappati all’asfalto con le unghie e con i denti. Ci sono stati anni di stop forzato, momenti in cui la mancanza di fondi sembrava voler spegnere il motore della mia determinazione. Ma non ho mai fatto un passo indietro. Dal 2018 al 2025 siamo state un’entità sola: io e lei, sempre in pista, sempre oltre il limite, unite da un legame che il tempo ha forgiato nel calore degli pneumatici.

L’Ultimo Abbraccio

Ma la crescita richiede coraggio, e il coraggio spesso passa attraverso il dolore del distacco. Dopo sette anni, è arrivato il momento: io e la mia R6 dobbiamo separarci. Lo so, piangerò. Sarà come perdere una parte di me, ma ho imparato che il cambiamento non è un tradimento, è una parte necessaria del percorso. Per accogliere il nuovo, bisogna avere il coraggio di liberare il passato.

Il Domani ha un Suono Nuovo

Se avete letto con attenzione la mia storia, sapete che nel mio DNA ci sono due battiti distinti: Yamaha e Aprilia. Chissà cosa mi riserverà il futuro, chissà quale nuova “Bestiaccia” mi aspetta dietro la prossima curva. Per la mia R6, mi auguro solo una cosa: che chi la sceglierà sappia amarla con la stessa viscerale intensità con cui l’ho amata io. Spero che trovi qualcuno che non la lasci mai sola e che continui a portarla dove merita davvero di stare: a volare, libera e fiera, tra i cordoli.

Oltre il Metallo: Un’Anima Sola

Non è stata solo una moto. È stata la mia armatura, la mia cura, la mia complice. Grazie a lei, a quella Yamaha R6 che ha dato voce ai miei silenzi, sono diventata la donna e la pilota che vedete oggi. Siamo state un simbionte: lei mi prestava i suoi muscoli d’acciaio e il suo urlo felino, io le davo il mio cuore e la direzione. Ci siamo tenute in vita a vicenda: io la salvavo dalla polvere di un garage, lei mi salvava da un mondo che mi voleva ferma. Senza di lei non avrei mai imparato che si può cadere e rialzarsi ancora più veloci.

Il Futuro ha il Suo Battito

Il mio futuro? Non c’è un’altra strada possibile. Sarà ancora, e per sempre, scritto tra i cordoli. Con quale moto lo affronterò resta una sorpresa, un segreto che il vento mi sussurrerà alla prossima staccata. Ma una cosa è certa: il distacco fisico non spezza il legame. Io e la mia R6 resteremo unite in ogni singola curva che affronterò, in ogni grammo di coraggio che metterò nel prossimo rettilineo. Lei sarà sempre dentro la mia guida, nel mio modo di guardare il punto di corda, nel mio istinto di non mollare mai il gas.

Un Amore che non Muore

La mia passione per questo matto, meraviglioso e crudele mondo delle due ruote non morirà mai. È un fuoco che si alimenta di adrenalina e sogni, un incendio che ho appiccato da bambina sul divano con papà e che oggi divampa più forte che mai.

Lascio andare la mia compagna di mille battaglie, ma porto con me la sua eredità. Perché una volta che hai imparato a volare con lei, non puoi più accettare di camminare.

Nota dell’Autore: Perché la tua storia è anche la mia

di Saimon Raia

Mentre rielaboravo queste pagine per te, Anna, sono tornato indietro nel tempo. Mi sono rivisto fermo davanti alle vetrine dei concessionari, o seduto su uno scooter che non era mio, con una frase che mi rimbombava in testa come un proiettibile: “Non te lo meriti”.

La vita sa essere ironica e, a volte, spietata. Ricordo un mio amico pakistano: a quattordici anni ricevette un Aprilia SR 50 giallo fiammante. Gli chiesi se fosse il premio per i buoni voti a scuola. Mi rispose di no; suo padre, un umile cuoco, glielo aveva regalato perché potesse sentirsi parte di qualcosa, perché potesse integrarsi. Io, che avevo un padre con un lavoro di prestigio e una posizione riconosciuta, mi sentivo rispondere che quel sogno non me lo meritavo.

Oggi, quel “non te lo meriti” non esiste più. È stato polverizzato dalla realtà.

Oggi ci sono io, che scrivo di voi donne. Sono io che scelgo di darvi voce, di offrirvi lo spazio per gridare al mondo: “Io ci sono, e questo è stato il mio faticoso, incredibile percorso”. Scrivo per chi, come me, si è sentito dire di restare indietro e invece ha deciso di accelerare.

I commenti lasciano il tempo che trovano. Quello che conta è che questa storia ora è incisa, è reale, è vostra. Perché, come abbiamo imparato tra queste righe: Verba volant, scripta manent.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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