Enduro è Resistenza.
Resistenza fisica, certo… ma soprattutto resistenza mentale. È uno sport che ho iniziato a respirare quando avevo appena 17 anni, in un’officina piena di moto meravigliose. Lì ho visto per la prima volta quei mostri sacri: i leggendari Yamaha WR400 e le KTM 450 dei primi anni 2000. Non erano semplici moto da enduro… erano cavalli imbizzarriti, con un manubrio, e una voglia feroce di accelerare fino a sfidare la forza G.
Nel 2003, quando mi sono affacciato a questo mondo, non lo conoscevo davvero. Ci giravo intorno. Lo osservavo. Lo desideravo.
Eppure la mia prima “vera” moto, una semplice 125, era già un sogno: una Cagiva Cruiser 125 del 1987. Aveva tutto ciò che cercavo, tutto ciò che parlava a me, ma in famiglia non veniva apprezzata. Anzi, veniva ostacolata.
Per far capire quanto fosse difficile: quella moto rimase quasi un anno ferma in officina. Le avevo cambiato le gomme per sicurezza, ma i miei genitori non volevano aiutarmi a pagarle. Era come se quel mio sogno dovesse essere tenuto in gabbia.
Col tempo, però, ho iniziato a capirlo: nella vita, prima o poi, si ritorna sempre sul sentiero che era destinato a noi più di vent’anni fa.
E ora, guardando Asia, capisco tutto ancora meglio.
Asia è un’endurista. Una Furios Girl.
E io, dopo aver scritto di loro, sento quasi di essere diventato un ambasciatore della loro community. Non vedo l’ora di incontrarle, di conoscerle davvero.
Amo le moto sportive, certo. Amo la strada, da solo o in gruppo.
Ma le moto da enduro… la tecnica, la fatica, il controllo, il limite… quella è una voce che mi chiama da sempre. Mi attira in modo passionale, quasi maniacale.
Io voglio sentire le stesse emozioni di Asia. Lei si è lanciata in sfide sconosciute, ha provato, è caduta (anche ruzzolando bene), si è rialzata, e ha ricominciato.
Ed è proprio questo che mi spinge a scrivere di lei: Asia è l’ennesima prova che questa disciplina mi appartiene.
Chi sono e come è iniziato tutto(di Asia Monti)
Ciao, sono Asia Monti, ho 31 anni e sono nata a Genova.
Sono arrivata al mondo delle moto tardi, e forse proprio per questo la considero una sfida personale, un modo per mettermi alla prova in qualcosa che non avevo mai fatto prima. Per gran parte della mia vita, infatti, il mio sport agonistico è sempre stato il calcio a 11.
Nel 2019 incontro un gruppo di ragazzi che correvano nelle gare di enduro. Li osservavo, ma non capivo davvero come funzionasse questo sport così particolare. La curiosità però cresceva, così a settembre dello stesso anno mi iscrivo a scuola guida.
In meno di due mesi, a novembre, prendo la patente A e a dicembre compro la mia prima moto: una Beta Xtrainer 300.
All’inizio ero impreparata e ingenua: i miei primi giri li ho fatti indossando solo un casco jet. Poi, un pezzo alla volta, ho iniziato a comprare tutto l’essenziale: stivali, abbigliamento tecnico, protezioni—fondamentali, viste le innumerevoli cadute che da subito hanno iniziato a far parte del mio percorso.

Ostacoli e cadute
Nel febbraio 2020, però, arriva il primo vero ostacolo: cado sugli sci e rompo il legamento crociato anteriore del ginocchio. Continuare ad allenarmi diventa difficilissimo, anche perché poco dopo arriva il periodo del Covid.
Devo aspettare esattamente un anno prima di potermi operare, nel febbraio 2021.
Eppure, nonostante tutto, l’inizio dell’enduro l’ho vissuto come, attesa, scoperta, stupore.
È l’emozione pura di una strada nuova che si è aperta davanti a me.
Le prime gare: il confronto con la realtà dell’enduro
Dopo aver cambiato moto e scelto un Beta 250 2T, decido di mettermi alla prova in due gare del regionale enduro ligure.
La prima, a settembre 2020, è stata una sfida enorme: la porto a termine tra fatica, dolore e pochissima esperienza, ma la conclusione stessa della gara rappresenta per me un traguardo fondamentale.
La seconda, a ottobre, è ancora più difficile: riesco a percorrere appena mezz’ora del tracciato. In quell’occasione ho capito quanto l’enduro, pur sembrando “solo” guida fuoristrada, richieda invece resistenza, lucidità, tecnica e un controllo totale del corpo e della moto.
Queste due prove, seppur dure, hanno segnato l’inizio della mia vera consapevolezza su cosa significhi correre enduro a livello agonistico.

La tecnica di base: il freno posteriore come strumento essenziale
All’epoca della mia prima partecipazione alle gare, ero talmente inesperta che non sapevo ancora usare correttamente il freno posteriore.
E nell’enduro questo non è un dettaglio: il freno dietro è uno degli strumenti fondamentali per mantenere controllo, stabilità e precisione. Serve per gestire le discese, impostare le curve strette, modulare la trazione e affrontare gli ostacoli senza perdere equilibrio.
Io, invece, procedevo quasi “alla cieca”, affidandomi all’istinto, cadendo decine di volte e rialzandomi ogni volta con la forza di chi non vuole mollare.
Questa mancanza tecnica mi ha fatto comprendere quanto non basti la grinta: l’enduro è una disciplina che premia chi studia, chi impara e chi applica le basi con pazienza.
La scelta di fermarsi per crescere davvero
Dopo l’intervento al ginocchio nel febbraio 2021, resto ferma fino a novembre dello stesso anno, quando torno finalmente in sella al mio Beta.
Provo a prendere parte a una nuova gara, ma dopo neanche venti minuti capisco che non sono pronta. Non solo fisicamente, ma soprattutto tecnicamente: serviva più sicurezza, più mobilità e un controllo più completo della moto.
Questa consapevolezza, per quanto dura da accettare, è stata decisiva.
Decido quindi di prendermi del tempo—il tempo necessario—per allenarmi seriamente, con pazienza e dedizione.
Nel 2022, grazie anche al supporto del mio attuale fidanzato, che mi ha insegnato molto, mi concentro sull’allenamento costante, sulla tecnica, sulle ripetizioni e sulla costruzione graduale di quello che nell’enduro conta più di tutto: la padronanza dei fondamentali.
Il Cambiamento
A marzo 2023 torno finalmente a gareggiare nel regionale enduro ligure.
La gara è tosta, con una Prova Speciale anche sulla spiaggia—a suo modo affascinante ma durissima. La termino con una gioia immensa, una soddisfazione che ripaga mesi di lavoro.
Ma proprio quando penso che tutto stia andando nella direzione giusta, succede l’imprevisto: la mia Beta rompe il motore.
Una sfortuna? Sì.
Ma anche l’inizio di un cambiamento che non immaginavo.
Quella rottura si rivela infatti la porta d’ingresso nel mondo GasGas, un passaggio quasi scritto, anche se allora non lo sapevo ancora.

L’Incontro
Il destino accelera quando, solo una settimana prima, durante un’altra gara, aiuto un pilota caduto in Prova Speciale: Andrea Vignone. In quel momento non sapevo che si fosse rotto il polso, né che quell’incontro sarebbe stato così importante per il mio percorso.
Andrea, nonostante l’infortunio, sprigiona l’energia di chi vive l’enduro con passione vera.
Mi incita apertamente a cambiare moto, a lasciare la Beta per provare una GasGas. Mi fa salire sulla sua e… mi basta poco per capire che quella moto parla una lingua che sento più mia.
Quasi per una seconda casualità, ne trovo una: GasGas 250 2T, quasi nuova.
È un segno.
La compro.
E senza pensarci troppo mi iscrivo anche a tutto il Trofeo GasGas 2023.
La Prova
La prima gara del Trofeo, ad aprile 2023, per me è un salto nel vuoto: due giorni di gara, sabato e domenica, per un totale di 280 km.
Solo l’idea di completare il primo giro da 70 km mi sembrava impensabile.
Ero convinta, fermamente, che non ce l’avrei fatta.
Andrea Vignone invece ne era sicuro, e mi sfida: “Vedrai che la finisci”.
Io non ci credo… e infatti perdo la scommessa.
Perché sì, la finisco davvero.
La porto a termine tutta, fino all’ultimo metro.
E la “punizione”?
Aprire il mio primo profilo Instagram.
Un gesto minimo, in apparenza, ma simbolico: significa espormi, condividere i progressi, raccontare la mia storia. È un altro modo di crescere.
Oltre il Limite: il vero inizio
Da quel momento in poi posso dire che è iniziata davvero la mia strada.
Un percorso fatto di miglioramenti continui, spinti non solo dall’allenamento, ma soprattutto dalla consapevolezza crescente delle mie capacità e dalle emozioni che la moto sapeva regalarmi ogni volta che la guidavo.
Era una gioia che conviveva con la fatica, perché per me nulla in questo sport è mai stato semplice o scontato.
Gestire la moto, gestire me stessa, interpretare un terreno difficile, affrontare la paura, l’incertezza, i miei limiti… tutto era una sfida.
E sebbene sia sempre stata sportiva e tenace in tutto ciò che ho praticato, con la moto ho affrontato un ostacolo in più: ho iniziato a 26 anni, quando molte ragazze avevano già anni e anni di esperienza alle spalle.
Questo ha significato lavorare di più, cadere di più, imparare di più. Ma soprattutto ha significato volerci credere di più.
Per me la moto rappresenta proprio questo:
superare i miei limiti, fisici e mentali;
trasformare la paura in determinazione;
aprirsi al mondo senza nascondersi, anche attraverso i social, un vero palcoscenico che non avevo mai pensato di affrontare.
E ogni sfida nuova che ho scelto di affrontare è stata una promessa fatta a me stessa: continuare a provarci, sempre.
Verso l’Orizzonte: il coraggio di spingersi oltre
Dopo due stagioni, 2023 e 2024, intense e ricche di soddisfazioni tra il Trofeo GasGas e il regionale ligure, sento davvero di aver costruito fondamenta solide.
Ma quest’anno ho messo alla prova tutto ciò che avevo imparato finora.
Ho completato la mia prima gara di Motorally a Riotorto, una delle più dure, affrontata dopo una lezione con Maurizio Gerini e due giorni di scuola Motorally con la FMI. È stata una prova che mi ha costretto ad andare oltre la semplice guida: navigazione, resistenza, lucidità.
Una di quelle sfide che ti lasciano il segno.
E poi… il Trèfle Lozèrien in Francia.
Tre giorni durissimi, 690 km di enduro puro, in un ambiente incredibile e selettivo.
Finire la gara è stato molto più di un risultato: è diventato un nuovo punto di svolta, una conferma potente del percorso che ho intrapreso.
È lì che ho capito davvero che ogni sacrificio, ogni caduta, ogni ripartenza stava costruendo qualcosa di enorme dentro di me.
Oggi continuo a lavorare, più che mai, sulla tecnica e sulla preparazione fisica.
Perché so bene che questo sport non fa sconti: chiede forza, disciplina, rispetto, costanza. E io voglio essere all’altezza dei progetti che sto immaginando.
Il 2026 si avvicina, e nella mia testa ci sono obiettivi ambiziosi, nuove sfide e tante novità che non vedo l’ora di conquistare.
So che sarà difficile. So che servirà ancora più impegno.
Ma so anche che ho la determinazione per farcela.
Perché ormai è chiaro:
questa è la mia strada.
E io continuerò a percorrerla, fino in fondo.
Grazie Asia !(di Saimon Raia)
Nel 2022, passando per una rotonda, ho visto la statua di Fabrizio Meoni.
È stato come un richiamo.
Perché il mio sogno, da quando ho scoperto l’enduro, è sempre stato quello: la Dakar, la regina delle sfide.
Il deserto, il sole che ti brucia la pelle, il silenzio immenso e quel senso di infinito che solo lì puoi sentire davvero.
Anni fa scrissi a un pilota della Dakar… e, anche se eravamo due perfetti sconosciuti, mi rispose con la naturalezza di un amico di lunga data.
Mi spiegò tutto: come funziona la gara, le difficoltà che ti piegano e ti raddrizzano, e sì… anche i costi — che non sono proprio un dettaglio.
Mi parlò della partenza subito dopo Natale: per tanti è un periodo di festa, ma per me sarebbe il modo più potente di iniziare un nuovo anno.
Immagino me stesso lì, ad aspettare l’alba sul deserto, pronto a fare la mia prima prova… e so che sarebbe uno dei momenti più veri della mia vita.
E cosa c’entra tutto questo con Asia?
C’entra eccome.
Perché scrivendo delle motocicliste come lei, io alimento e solidifico la mia passione.
Rivivo le difficoltà, mi riconosco, mi sento parte di un gruppo vero, autentico, fatto di coraggio e tenacia.
Asia ha affrontato un percorso che io, senza esitazioni, cercherei di emulare fino in fondo
— magari saltando qualche dolore e qualche frattura, diciamolo!
Ma è il suo modo di rialzarsi, di riprovare, di non mollare mai che mi parla davvero.
E allora, Asia… grazie.
Grazie per questo racconto semplice e bellissimo, che profuma di sforzo, di polvere, di adrenalina vincente.
Perché alla fine, non c’è nulla di più grande di poter dire:
“Ci ho provato. Ho sbagliato. Sono caduto — più volte.
Mi sono rialzato.
E ci ho riprovato.”
Nella mia vita non ho mai vinto nulla.
Nessun podio, nessuna medaglia, nessuna vera conquista.
E forse perché il podio, quello vero, non è sotto ai riflettori: è nell’interazione con il mondo, con le persone che ti ispirano e ti spingono avanti.
Ma so una cosa:
un giorno — e non sarà lontano — grazie a tutte voi donne motocicliste, avrò anche io il mio podio. Il mio premio.
E quando mi guarderò indietro, non potrò fare altro che inchinarmi e dire:
“Grazie, Donne!”
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


