Chiara Ceccaroni

Mi fa sempre un certo effetto quando devo scrivere di una motociclista che è Sarda di origine. Da quando nel 2021 ho ricominciato ad andare in moto, ho sentito sovente parlare delle meravigliose strade della mia terra. gia perchè come direbbero in Sardegna io sono nato li e poi sono stato deportato nel continente! Chiara, ti ho fatto aspettare ma prometto di essere all’altezza nel testo e renderti omaggio come si conviene.

Ciao Saimon ho provato a scrivere brevemente la mia storia anche se come sempre ho difficoltà ad esprimermi. Ti Ringrazio per avermi dato questa opportunità. 

A presto

Chiara

Risposta di Saimon

Chiara,
Non preoccuparti delle tue difficoltà espressive; spetta a me determinare il valore di ciò che hai scritto, la cosa piu importante è che tu mi abbia mandato il racconto, da questo momento fai parte di questa community.

Adrenalina e Libertà: Perché la Moto È la Mia Vita

Per me, essere motociclista non è un semplice passatempo: è libertà pura, adrenalina pura. È la mia forma di meditazione, il mio modo per azzerare il rumore del mondo, abbattere lo stress e l’ansia, e ritrovare me stessa. Amo tutto di questo universo: l’odore della benzina, il brivido della velocità che mi fa sentire viva, il profumo della natura che mi scorre ai fianchi e la bellezza mozzafiato di ogni passo di montagna, specialmente quando posso condividerla con chi ha la mia stessa, identica fame di asfalto. La moto ti rende parte di una vera tribù.

Troppo spesso ho avvertito il peso dei pregiudizi: l’idea tossica che una donna in moto sia solo un bel faccino in posa per scattare una foto. Io rifiuto questo stereotipo. Non sono un manichino da esposizione. Ogni dubbio sul mio modo di guidare diventa benzina per la mia determinazione: sono in costante competizione con me stessa per migliorare, curva dopo curva. Il mio unico rimpianto? Non essere entrata prima in questo mondo per farne la mia professione. Ma non mi arrendo: la speranza è l’ultima a morire, e finché c’è una strada da percorrere, io continuerò a spingere sull’acceleratore.

Dalle Ortiche alla Mia Prima Moto: Cronaca di un Riscatto

Il mio percorso non è stato una linea retta verso il successo, ma una serie di collisioni, cadute e partenze false. Sono sempre stata un maschiaccio con le due ruote nel sangue, ma la passione, da sola, non basta a farti guidare. A 14 anni ho avuto il mio primo motard, ma la realtà si è rivelata impietosa: ero bassa, robusta, goffa. Non sapevo gestire le marce, non toccavo terra e non conto le volte in cui sono finita a terra nel campo dietro casa. Tentare non significa riuscire, e la strada me lo ha insegnato nel modo più duro: una sbandata in campagna, un fosso pieno di ortiche e gli insulti di un automobilista che mi aveva tagliato la strada. Ero solo una ragazzina spaventata, e quel motard ha finito per accumulare polvere in garage. Cucinare un sogno richiede tempo, e io, allora, non ero pronta.

La svolta è arrivata molto dopo, a 27 anni, nata dalle ceneri di una devastante delusione personale che mi ha privato, da un giorno all’altro, di tutta la mia compagnia di amici. Ritrovatami completamente sola, ho capito che dovevo ripartire da me, riprendendomi quel desiderio che avevo sepolto per paura di fallire ancora. A maggio ho preso la patente, ma la sfida era tutt’altro che vinta: non avevo una moto. Ho passato mesi a cercarla disperatamente mentre facevo i turni in un albergo al mare, incassando un “no” dopo l’altro. Non ho mollato. Ho accettato un altro lavoro stagionale in inverno pur di potermela permettere, finché a novembre è arrivata: una MT-07 nera opaca. Bella, cattiva, mia. Ricordo ancora il viaggio verso casa: sotto la pioggia battente, alle sei di sera, al buio totale, con il cuore in gola e il terrore di vederla cadere. Ma quella sera, nonostante la paura, non sono caduta.

Controtempo: La Mia Passione Fuori Stagione

Passione e lavoro: due facce della stessa medaglia che, nel mio mondo, si prendono continuamente a schiaffi. Se da un lato i sacrifici in albergo mi avevano permesso di comprare la mia MT-07, dall’altro i ritmi brutali della stagione estiva mi rubavano il tempo migliore per usarla. Quando gli altri erano in sella a godersi il sole, io ero a lavorare. Quando io finalmente spegnevo i motori del dovere, mi ritrovavo sola, fuori tempo massimo, con le strade deserte. Ma la moto ha un potere immenso: unisce le persone. È così che ho trovato la mia tribù, un gruppo di riders che mi ha accolto e supportato. Loro in sella a mostri da 1000cc, io ferma alla mia “velocità tartaruga”. Eppure mi hanno aspettata, scortata e insegnato a dominare i tornanti dei passi di montagna, trasformando la mia lentezza in apprendimento.

Ma la vera prova di forza contro il tempo che il lavoro mi negava è arrivata con i viaggi. Avendo le ferie quando il resto del mondo produceva, l’unica alternativa a rinunciare era un’eresia per molti: partire da sola. A ottobre, con pochissimi chilometri sulle spalle e zero esperienza, ho deciso di sfidare i pronostici e i “sei pazza” degli amici. Ho legato uno zaino alla sella e sono partita. Quattro giorni tra Marche e Umbria, in totale solitudine. È stata un’esperienza totale, un riscatto contro i mesi passati chiusa in albergo: io, la mia moto, le colline disegnate e il freddo dei monti innevati. Lì ho capito che se il lavoro ti toglie il tempo, la passione ti costringe a inventartelo.

L’Orizzonte Ritrovato: Dal Buio del Lockdown all’Asfalto Sardo

Poi, il buio del 2020. Il Covid. Per chi come me vive di lavoro stagionale e ha solo tre mesi all’anno di meteo favorevole per godersi i passi romagnoli, vedersi sbarrare le porte di casa con il lockdown è stato un colpo durissimo. La mia carriera motociclistica sembrava condannata ad andare a rilento, incatenata. Ma le gabbie, prima o poi, si rompono. Ed è proprio dagli ostacoli, dal lavoro opprimente e da una pandemia globale che è nata la spinta più forte: il bisogno viscerale di un viaggio totale, in una terra dove la stagione non finisce mai e la moto torna a farti sentire vivo. La Sardegna.

Anche se sono nata in Romagna, in me scorre sangue sardo grazie a mia madre; una parte della mia anima appartiene a quell’isola. E per quanto io sia legata visceralmente alle strade di casa — come il Passo della Calla, con le soste sacre all’Alpen Bar dove noi dei “TSD riders” siamo una famiglia, o lo Spino, veloce e perfetto con i suoi cordoli bianchi e rossi che sembrano una pista, o ancora la mitica Bocca Serriola — la Sardegna gioca in un altro campionato. È un’esperienza sensoriale che ti travolge: le rocce che sfiori nelle curve a destra, a volte di terra rossa, a volte ricoperte di fichi d’india; poi giri la testa e ti ritrovi a strapiombo su un mare accecante, lungo le curve di Villasimius o sulla leggendaria Bosa-Alghero. E se punti al centro-nord, sulla statale 389, ti ritrovi immerso nel silenzio delle sugherete, per poi scendere sulla costa sud-ovest tra pareti scavate dalle vecchie miniere e dune di sabbia che sanno di deserto. È impossibile spiegare a parole la bellezza selvaggia e la velocità pura che quest’isola regala. Lì, la passione per le due ruote smette di essere un passatempo e diventa pura voglia di vivere.

Questione di Ignoranza: La Consacrazione a Pomposa

Poi, finalmente, la svolta: cambio lavoro. Con più tempo libero a disposizione la mia esperienza matura e arriva il momento del grande salto: la prima volta in pista, a Pomposa. Partecipo a un corso di guida, fondamentale per resettare l’ansia della novellina e prendere le misure con i cordoli. Il piano era chiaro: metabolizzare le nozioni e metterle in pratica con gli amici per agguantare quel traguardo che ogni motociclista brama: il primo ginocchio a terra. Un momento che non si scorda mai. Non chiedetemi se ho esultato, ma quanto ho urlato dentro al casco!

“Cosa ci vorrà mai per strisciare il ginocchio?”, direte voi. Beh, sicuramente avere le gambe lunghe aiuta, ma è evidente che i miei gettoni evolutivi siano stati spesi altrove — non si sa ancora bene dove, ma di certo non nell’altezza. Per riuscirci servirebbe anche una moto dall’impostazione puramente sportiva, che ti permetta di toccare con la saponetta prima di grattare pedane e cavalletto. E poi serve tanta, sana ignoranza. Alla fine, l’unica cosa che avevo davvero in dotazione era proprio quella: l’IGNORANZA. E l’ho sfoggiata con fierezza assoluta. Solo a sinistra, d’accordo, ma in ogni singola curva del circuito. Dopo tanta sofferenza, sudore e dubbi, sono arrivate le Soddisfazioni con la S maiuscola. Quelle vittorie personali che non si misurano con un cronometro, ma che determinano la linea guida di una passione viva, cerebrale e profondamente autentica.

Tuono 660 Factory: La Mia Dichiarazione di Indipendenza

A marzo 2024 è arrivato il momento di alzare l’asticella. Avevo bisogno di qualcosa di più performante, ma che mantenesse intatte leggerezza e maneggevolezza, compagne fondamentali per i miei “viaggi della speranza” in giro per l’Italia. La risposta è stata una sola: l’Aprilia Tuono 660 Factory. È la mia moto definitiva, lo specchio esatto di ciò che voglio essere: veloce, precisa, decisa — doti che spesso fatico a trovare in me stessa nella vita di tutti i giorni, ma che in sella diventano reali. Quando sono su di lei, tutto il resto scompare.

Svaniscono i sabati e le domeniche di sole passati chiusa al lavoro, svaniscono le ferie non godute e la frustrazione di alzarsi ogni mattina per un impiego che non mi appaga. Ogni singolo sacrificio acquista finalmente un senso: stringo le manopole e capisco che lo faccio per questo. Per un giorno così. Per un giorno in sella con l’adrenalina a mille, spensierata e felice. Con l’avvento della “MiniTuono” la fame di chilometri è esplosa di nuovo: dalla Sardegna alle Cascate delle Marmore, passando per i laghi, l’orizzonte continua ad allargarsi. È letteralmente impossibile fermarsi. Perché per me la moto non è un semplice mezzo di trasporto, né un passatempo: la moto è vita, passione, adrenalina, energia pura, amicizia, avventura, sapori e colori. È tutto ciò che mi rende viva.

Ringraziamento da parte di Saimon Raia

Chiara, ti ringrazio per aver condiviso la tua storia e averlo fatto con questa sincerità. Da motociclista, leggendo le tue parole, ho rivissuto il sapore di ogni chilometro: i fossi all’inizio, i sacrifici del lavoro stagionale per potersi permettere la sella, e quella sensazione liberatoria quando finalmente metti il ginocchio a terra o trovi la tua strada in Sardegna.

Da uomo, voglio dirti che il tuo percorso non ha nulla della “novellina”: dimostra una tenacia che molti si sognano. Non sei un “bel faccino” in posa, sei una rider che ha pagato ogni singola curva a caro prezzo e che guida con l’anima. Complimenti per la tua Tuono e per la tua determinazione.

Ci si vede sui passi. Ci si vede in sella.

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