Elena Mannari

L’anima che non si arrende

Di donne di nome Elena non ne ho incontrate molte, ma una costante accomuna le due che ricordo con più affetto: la tenacia.
Sono donne che non si lasciano piegare dagli eventi, che affrontano le difficoltà con fierezza e rimangono fedeli a se stesse, qualunque cosa accada. In queste parole si legge una nota di sincera ammirazione — e non è affatto casuale.

Elena Mannari non fa eccezione. Ha percorso la sua strada con il capo alto e il cuore saldo, offrendo il meglio di sé in ogni occasione. Nonostante un episodio doloroso — che tra poco leggerete — Elena ha scelto di non fermarsi.
Il suo atteggiamento mi richiama alla mente il celebre motto di Walt Disney:

“Keep moving forward” — “Continua a guardare avanti.”

Ed è proprio ciò che ha fatto. La sua forza di volontà, unita al sostegno costante della sua famiglia, le ha permesso di crescere, maturare e trasformarsi nella splendida donna e madre che è oggi. Una madre che, tra una gara e l’altra, trova ancora il tempo di allattare la sua bambina con la stessa dolcezza e dedizione con cui affronta ogni traguardo della vita.

Scrivere di te, Elena, è un onore. Spero che queste parole riescano a rendere giustizia al tuo percorso e a celebrare la bellezza della tua anima resiliente.

L’anima che corre su due ruote

Le prime scintille di passione

Mi chiamo Elena, e il mio viaggio su due ruote è iniziato quando ero ancora una ragazzina.
La mia prima esperienza fu da “zavorrina”, seduta dietro le moto di mio padre — un grande appassionato di enduro e viaggi in moto. Ogni uscita con lui era un’emozione: il rombo del motore, il vento sul viso e quella sensazione di libertà che, col tempo, è diventata parte di me.

Il primo motore, la prima indipendenza

A 14 anni arrivò il mio primo motorino, un Aprilia SR50 Factory. All’inizio era tutto nuovo, entusiasmante… ma presto la guida senza marce cominciò a starmi stretta. Sentivo il bisogno di sentire davvero la moto, di avere un controllo più profondo, più tecnico.
Così decisi di fare un passo in avanti e mi comprai una Vespa 50 Special del 1982. Un piccolo sogno a due ruote, ma anche una grande sfida.

Smontare per capire, ricostruire per crescere

Iniziai a smontarla pezzo dopo pezzo, spinta dalla curiosità e dal desiderio di imparare.
Ma rimontarla… beh, quella fu un’altra storia. Non era affatto semplice, e presto mi resi conto di aver bisogno di una mano.
Fu così che incontrai Giacomo, anche lui quattordicenne, con la stessa passione per moto e motori. Mi aiutò a rimettere insieme la mia Vespa — e da quel momento cominciò qualcosa di speciale.

Un amore a due tempi (e a due cuori)

Tra chiavi inglesi, serate in garage e giri su strade di campagna, nacque un amore che non si è mai spento.
Io e Giacomo abbiamo condiviso tutto: la passione per le moto, i sogni, le sfide, e oggi anche la nostra vita.
Nel 2024 ci siamo sposati, naturalmente in sella alle nostre moto da viaggio.
Oggi siamo genitori di una splendida bambina, che cresce già circondata dal rombo dei motori e dall’amore per la libertà.

L’anima che corre su due ruote

Dalla Vespa alla libertà: il desiderio di potenza

A 16 anni, anche la mia amata Vespa 50 Special modificata cominciava a starmi un po’ stretta.
Era stata la mia prima vera maestra di meccanica, ma sentivo il bisogno di qualcosa di più.
Così arrivò nella mia vita la Yamaha YZF-R125, una piccola sportiva dal cuore grintoso.
Solo 15 cavalli, ma bastavano per farmi sognare.
Con lei ho imparato cosa significa affrontare le curve con decisione, tenere la linea, sentire la moto diventare parte di me.
Ricordo ancora i miei primi motogiri da 300 km, giornate lunghe e indimenticabili, fatte di entusiasmo e voglia di libertà.

L’evoluzione del viaggio: le prime Dual Sport

Compiuti i 18 anni, io e Giacomo abbiamo deciso di fare il salto: dal mondo delle piccole cilindrate a quello delle moto vere da viaggio.
Io scelsi una Suzuki DR-Z400, lui una Honda XR650 depotenziata.
Due moto semplici, robuste e perfette per iniziare a scoprire la magia del dual sport: quella categoria capace di unire asfalto e sterrato, viaggio e avventura.
Con loro abbiamo percorso strade nuove, attraversato regioni sconosciute, e affrontato le prime salite tra le Dolomiti, respirando il profumo della montagna e la sensazione di essere davvero liberi.
La DR-Z400 era agile e leggera, capace di cavarsela ovunque.
La XR650, invece, aveva un’anima più ruvida e potente — la compagna ideale per chi ama l’enduro vero.

Comfort e orizzonti lontani: la scoperta del viaggio totale

A 21 anni, il desiderio di avventura ci spinse ancora oltre.
Era tempo di affrontare viaggi più lunghi, più comodi, più maturi.
Io scelsi una Honda Transalp 650, Giacomo invece realizzò il suo sogno con la Africa Twin RD07, una vera icona del motociclismo d’avventura.

La Transalp 650 era il perfetto equilibrio tra praticità e affidabilità: una moto capace di affrontare lunghi viaggi senza stancare, con un motore V-twin dolce ma vigoroso.
La Africa Twin RD07, invece, rappresentava la leggendaria eredità dei rally africani: robusta, potente, nata per macinare chilometri e conquistare ogni tipo di terreno.

Con queste due Honda abbiamo finalmente potuto viaggiare oltre i confini italiani, attraversando nuovi paesi e scoprendo quanto la moto non sia solo un mezzo di trasporto, ma un modo di vivere.
Eravamo comodi, felici e liberi.

Il viaggio continua

Ogni moto è stata una tappa della mia crescita, un simbolo di ciò che ero in quel momento:

  • la Vespa della curiosità e dell’apprendimento,
  • la Yamaha R125 dei sogni e della spensieratezza,
  • la DR-Z400 della scoperta e della passione condivisa,
  • la Transalp 650 della maturità e del vero viaggio.

E accanto a me, in ogni curva e in ogni orizzonte, Giacomo, il mio compagno di strada e di vita.

L’imprevisto sulla strada: il silenzio dopo il rombo

Luglio 2014.
Un mese d’estate come tanti, fatto di sole, curve e quella libertà che solo la moto sa regalare.
Eravamo in giro con le moto con due grandi amici, Emiliano e Alice, una coppia affiatata e innamorata come noi, in sella alla loro KTM 990.
Quella giornata doveva essere una delle tante, una di quelle che restano nella memoria per la bellezza dei paesaggi e la spensieratezza della compagnia.
E invece, il destino aveva scritto altro.

Un ragazzo — ubriaco al volante — ha travolto prima la moto di Emiliano e Alice, colpendoli in pieno.
Poi, nel tentativo di fuggire, ha centrato frontalmente me, che in quel momento ero in sella alla mia Honda Transalp.
Ricordo solo il rumore assordante, poi il silenzio.
Quel tipo di silenzio che fa male più del dolore fisico, perché porta con sé la consapevolezza che nulla sarà più come prima.

Alice purtroppo non ce l’ha fatta.
È volata via sul colpo, lasciando dietro di sé un vuoto immenso, un dolore che nessuna parola può davvero raccontare.
Era una donna piena di vita, solare, forte, sempre pronta a partire per una nuova avventura.
Amava la moto come un’estensione della sua libertà, e forse è proprio così che dobbiamo ricordarla: libera, sorridente, viva nei nostri cuori.

L’altra faccia della passione

Quel giorno mi ha insegnato che, per quanto la moto rappresenti una delle forme più pure di libertà, la strada resta un luogo imprevedibile, dove l’incoscienza altrui può spezzare destini in un istante.
Non è la moto a essere pericolosa — è l’uomo che, perdendo rispetto e consapevolezza, diventa pericoloso per sé e per gli altri.

Da quel momento ho imparato a guardare ogni viaggio con occhi diversi.
Non con paura, ma con una nuova forma di rispetto: per la vita, per la strada, per chi viaggia accanto a me.
Ho imparato che ogni curva affrontata, ogni chilometro percorso, è un dono che non va mai dato per scontato.

Alice, presenza silenziosa

Da allora, Alice è diventata parte di ogni mio viaggio.
Ogni volta che salgo in moto e metto il casco, penso a lei — e la immagino davanti, a indicarmi la strada con quel sorriso che non ho mai dimenticato.
Non se n’è mai davvero andata.
Vive nei racconti, nelle risate condivise, nei momenti di silenzio davanti a un tramonto dopo un lungo giro.
Vive nella mia determinazione a continuare, perché fermarsi non sarebbe ciò che lei avrebbe voluto.

Questa è la parte della tua storia dove la passione incontra la fragilità della vita, e dove la resilienza trova il suo significato più profondo.
Hai affrontato il dolore e la paura, ma hai scelto — con coraggio e rispetto — di non smettere di credere nella bellezza del viaggio.

“Io Saimon so bene cosa significa perdere qualcuno o rischiare di non esserci più.”

Era il 15 aprile del 2007, una giornata limpida, una di quelle in cui il rumore del motore sembra accompagnare i pensieri.
Stavo percorrendo una strada di montagna, tranquillo, quando un Toyota Hilux bianco, proveniente dal senso opposto, invase improvvisamente la mia corsia tagliando la curva.
Non c’era tempo per pensare, non c’era spazio per scappare.

“Mi ci trovai davanti, all’improvviso. Un frontale inevitabile,”.
“In quel momento, istintivamente, buttai tutto il peso sulla destra per cambiare l’inclinazione della moto. Presi tutta la fiancata sinistra del suo pick-up. Quell’istante mi ha salvato la vita.”

Ma la salvezza aveva un prezzo.
Finì a terra, con la gamba squarciata e spezzata in piu punti, dal parafango posteriore, immobilizzato dal dolore. E mentre cercavo di capire cosa fosse successo, vidi scendere quell’uomo, il conducente del pick-up.
Le sue prime parole mi sono rimaste impresse nella memoria come una ferita che non si rimargina:

“Che dolore, che dolore…”
come se io, riverso sull’asfalto, valessi meno di nulla.

Le ferite invisibili

Il corpo guarisce, ma ci sono ferite che non smettono mai di pulsare.
Ho portato avanti anni di battaglie legali, inseguendo un’idea di giustizia che, troppo spesso, sulla strada si perde tra carte e tribunali.
Diciotto anni dopo, con 300.000 euro svaniti e una situazione ancora aperta, non combatto più solo contro l’incidente, ma contro le conseguenze di un situazione che non trova una spiegazione razionale.
Persino l’avvocato di cui avevo scelto di fidarmi (l’ultimo di una lunga serie) — nonostante io lo abbia pagato ! Quello che avrebbe dovuto rappresentarmi — ha finito per mettermi un vincolo ipotecario sulla mia casa, per un valore doppio a quello che mi aveva chiesto di essere pagato.

Non era solo un tradimento economico.
Era, ancora una volta, la conferma che le vere trappole della strada non sempre si trovano sull’asfalto.

Il senso di tutto questo

La storia, di Alice, Emiliano ed Elena e la mia, ci insegnano che le moto non sono nemiche.
Non sono loro a causare il male, ma le persone irresponsabili che dimenticano cosa significhi condividere la strada.
Ogni incidente, ogni cicatrice, ogni vita spezzata è una conseguenza di una scelta sbagliata, non di una passione.

Eppure, nonostante tutto, — come tanti di noi — non abbiamo smesso di amare la moto.
Perché chi ha il cuore legato alle due ruote sa che, anche quando la strada mostra il suo lato più crudele, la libertà di guidare resta un atto di fiducia nella vita.

La forza di rialzarsi(di Elena Mannari)

Dopo l’incidente, la mia vita si è fermata.
Io ed Emiliano abbiamo trascorso settimane in ospedale, immersi in un tempo sospeso, fatto di dolore, incertezza e speranza.
La riabilitazione è stata lunga, alternata a interventi e terapie che si sono protratti per quasi due anni.
Due anni in cui il mio corpo non mi sembrava più mio, in cui ogni gesto quotidiano era una battaglia silenziosa.
Due anni di carrozzina, stampelle e ricordi che pesavano più delle cicatrici.

E poi c’era Alice.
La sua assenza era ovunque — nei nostri pensieri, nei racconti, nel rumore del silenzio che seguiva ogni risata spezzata.
Quel dolore non si può descrivere, si può solo imparare a conviverci.

La squadra che non ti abbandona mai

Ci sono momenti in cui la forza non la trovi dentro di te, ma negli occhi di chi ti sta accanto.
Io la mia forza l’ho ritrovata grazie a Giacomo, che non ha mai smesso di credere in me, neanche nei giorni in cui io non ci riuscivo più.
Grazie a mia madre, che ha vegliato su ogni mio respiro, e a mia sorella, che con la sua presenza costante mi ha ricordato che la vita, nonostante tutto, continua.
E poi ci sono stati gli amici di sempre, quelli che ti fanno ridere anche quando hai dimenticato come si fa, quelli che non ti chiedono nulla ma ci sono, semplicemente.

A loro devo tutto.
La mia guarigione fisica, ma soprattutto la mia rinascita umana.
Sono stati il mio unico vero sponsor, quelli che non compaiono su maglie o tute, ma che ti spingono a dare gas alla vita quando tutto sembra fermo.
Perché in fondo, nei momenti più bui, basta un abbraccio, una voce, un sorriso sincero per ricordarti chi sei davvero.

Il ritorno alla luce

Non è stato un percorso facile, ma passo dopo passo, giorno dopo giorno, ho imparato a fidarmi di nuovo del mio corpo e a guardare avanti.
Le cicatrici non sono più ferite, ma tracce di sopravvivenza, segni che raccontano che ce l’ho fatta.
E con me, in ogni passo e in ogni curva della vita, ci sono loro — la mia famiglia, i miei amici, la mia squadra, la vera scuderia del cuore.

Rinascere su due ruote

Dopo anni di fatica, operazioni e riabilitazione, nel 2017 sentii che era tempo di ripartire.
Non di correre, ma di ricominciare dal principio, con calma, con rispetto per il mio corpo e per la mia storia.
E così salii su una bicicletta.

La bici è stata il mio primo passo verso la libertà ritrovata: il ritorno al movimento, al vento in faccia, a quel senso di equilibrio che non è solo fisico, ma anche dell’anima.
Ogni pedalata era una piccola vittoria, un “ce la posso fare” sussurrato tra me e me.
Era il modo più semplice per riavvicinarmi al mondo delle due ruote, ma anche il più profondo.

Il ritorno del battito del motore

Poi, quasi naturalmente, la bicicletta lasciò spazio a ciò che avevo nel cuore da sempre: la moto.
Mi comprai una Honda Dominator 650, una moto sincera, solida, dal carattere autentico — proprio come me in quel momento.
Con lei tornai a viaggiare, a respirare la libertà delle curve, a riscoprire il piacere dell’avventura.
Ogni giro era una conquista, ogni chilometro un segno che la paura stava cedendo il posto alla passione.

Una nuova famiglia, nuove strade

Nel frattempo, la vita si allargava, si riempiva di nuove persone e nuovi affetti.
Tra uscite in bici e viaggi in moto, conobbi tanti amici che, come me, vedevano nelle due ruote un modo di vivere, non solo un hobby.
Cominciai a seguire le avventure di Roadbook, che diventarono per me fonte di ispirazione e desiderio di scoperta.
La famiglia, intanto, si allargò davvero: arrivò Marcella, la nostra splendida maremmana, compagna fedele e curiosa.
Per permetterle di seguirci anche nelle nostre esplorazioni, comprammo un fuoristrada, così da includerla in ogni nostra avventura outdoor.

E quando non può essere con noi, so che è felice tra le coccole della sua dog-sitter del cuore — perché anche lei, come noi, ha imparato che la libertà si vive in molti modi.

Il sogno che torna in sella

Poi arrivò un’occasione speciale, una di quelle che non ti aspetti ma che senti di meritare.
Finalmente potei realizzare un sogno che custodivo da quando avevo 21 anni: mi comprai una BMW GS 800 Triple Black.

Quel momento ha segnato la mia rinascita vera e propria.
La moto dei sogni, il simbolo della mia forza ritrovata.
Con lei, i viaggi in Europa sono diventati più lunghi, più comodi, più consapevoli.
Non si trattava più di correre, ma di vivere ogni strada con gratitudine e pienezza, con la serenità di chi sa quanto vale ogni ripartenza.

Il cerchio che si chiude

Dal pedale al motore, dal dolore al sorriso, la mia vita è tornata a girare su due ruote.
Ogni mezzo che ho guidato — dalla bici alla Dominator, fino al GS800 — è stato un simbolo di ciò che sono diventata: resiliente, libera, viva.

Perché non importa quante volte si cada.
Ciò che conta davvero è avere il coraggio di risalire in sella, con il cuore leggero e lo sguardo rivolto all’orizzonte.

La mia strada

Nel 2024 la vita mi ha regalato un nuovo incontro, uno di quelli che arrivano quando meno te lo aspetti ma che cambiano il modo di guardare la passione.
Conobbi il CER Lombardia, un gruppo straordinario gestito da Davide Rota e da sua moglie, che si impegna a avvicinare le ragazze al mondo dell’enduro.
Un ambiente autentico, fatto di persone che condividono lo stesso amore per le moto e per la libertà che regalano.

Fu lì che incontrai tantissime donne incredibili: coraggiose, genuine, determinate e con il cuore grande.
Tra loro anche Carolina Corte, delle Furious Girl: un concentrato di grinta e semplicità, come tutte le ragazze che ho conosciuto in quel gruppo.
Insieme abbiamo condiviso chilometri, risate, fango e sogni, scoprendo che l’enduro non è solo tecnica o forza fisica, ma anche spirito, unione e sorellanza.

Amore a prima vista

Spinta da quell’energia e da una nuova voglia di sfida, decisi di regalarmi una moto che rispecchiasse pienamente la mia rinascita: una Husqvarna FE 350.
Fu amore a prima vista.
Leggera, reattiva, potente al punto giusto — una compagna perfetta per affrontare i percorsi da motorally e vivere nuove avventure con la stessa curiosità di quando avevo quattordici anni.

Con lei ho riscoperto il gusto del terreno che scivola sotto le ruote, la fatica che diventa soddisfazione e la libertà che solo l’enduro sa dare.

Il dono più grande

Proprio quando la mia vita sembrava aver ritrovato un equilibrio perfetto, arrivò il dono più meraviglioso di tutti:
nel luglio del 2025 è nata Anna, la nostra bambina.

La maternità non ha spento la mia passione — l’ha resa più intensa, più vera.
Oggi mi ritrovo a vivere la mia duplice dimensione con naturalezza: fra un giro di pista da cross e un percorso di enduro, ci sono anche momenti dolcissimi in cui allatto Anna, con il casco ancora appoggiato lì vicino.
È un’immagine che racchiude tutto: la forza, la dolcezza, la libertà e la continuità della vita.

Il traguardo non è la fine

La vita, come è giusto che sia, ha ripreso il suo corso naturale.
Mi ha insegnato che non serve tagliare un traguardo per sentirsi arrivati:
basta trovare la propria strada — quella che senti davvero tua, che percorri con rispetto, con passione, con amore.

Oggi Elena sa chi è.
Ha conosciuto la fragilità, la forza, la perdita e la rinascita.
E ora, con Giacomo, Anna e Marcella al suo fianco, è pronta a continuare il viaggio — non per fuggire, ma per vivere.

Perché la strada non finisce mai: cambia solo il paesaggio, mentre il cuore continua a guidare.

Dovere, Lealtà e Strada

Cara Elena,
ho finito di scrivere il tuo racconto e, nel farlo, ho avuto la sensazione di averti già incontrata — tra le righe, nelle emozioni, nella forza che trasmetti.
Io, Saimon Raia, non vedo l’ora di conoscere te e la tua straordinaria famiglia, perché dietro ogni parola che ho scritto si percepisce il calore autentico di chi vive con passione e verità.

Devo confessarti una cosa: Pisa mi è sempre stata simpatica, e il tuo accento toscano ha quella musicalità che sa di casa e di carattere, di genuinità e ironia — proprio come te.

In tutte le donne motocicliste che ho incontrato ho riconosciuto una costante meravigliosa: la determinazione silenziosa di chi affronta ogni difficoltà con una volontà semplice ma incrollabile.
Non è un “semplice” andare avanti: è il cammino della formica, passo dopo passo, con costanza e cuore, fino a quando la strada non torna a farsi leggera e puoi permetterti di accelerare dove serve.

In te, Elena, rivedo pienamente questo spirito.
La tua storia è la testimonianza vivente del principio “Chūgi”, quello del Dovere e della Lealtà.

Per il Samurai, compiere un’azione o pronunciare una parola significa diventarne proprietario.
Egli se ne assume la piena responsabilità, in ogni conseguenza.
Il Samurai è profondamente leale verso coloro che ama e di cui si prende cura,
e resta fedele, con onore, a chi gli cammina accanto.

Tu, Elena, incarni tutto questo.
Hai vissuto il dolore senza rinnegarlo, la rinascita senza ostentarla, e oggi cammini sulla tua strada con la grazia e la forza di chi sa essere presente, leale e autentica.

Il tuo viaggio non è solo una storia di moto — è una lezione di vita.
E per chi ha avuto l’onore di raccontarlo, è stato un privilegio profondo.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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