Geland Strasse
Il BMW GS è la moto dei miei sogni, e non l’ho mai nascosto. La desidero da sempre perché, per me, rappresenta la moto definitiva. Non solo un mezzo, ma un linguaggio, un modo di stare sulla strada e nel mondo.
Ricordo ancora quando, nel lontano 2003, comprai una rivista InSella: prima ancora di innamorarmi della moto, mi innamorai del concetto. Di quell’idea di viaggio totale, di libertà concreta, di moto capace di essere tutto. Quelle pagine le ho sfogliate decine di volte. Gli anni sono passati, ma quella voglia è rimasta lì, intatta, precisa. Non il capriccio per un gioiello, ma una necessità profonda, come se il GS fosse il tassello mancante per completare il mio essere motociclista.
Perché questa introduzione così personale?
Perché oggi diamo il benvenuto, nella Disciplina della Motociclista, a Ester. E lo facciamo nel modo migliore possibile.
Ester guida un favoloso BMW GS 1200.
Sì, proprio lui: il re delle moto da viaggio. La moto che molti definiscono “maschia”, imponente, dominante. Quella su cui, troppo spesso, si immagina una donna solo come zavorrina.
Ester dice no.
No ai ruoli preconfezionati, no agli stereotipi, no alle etichette.
Lei il GS lo guida. Lo vive. Lo usa ogni giorno.
Non per dimostrare qualcosa, ma perché è la sua moto. Perché è funzionale alla sua vita, al suo quotidiano, al suo modo di essere motociclista. Il GS non è un simbolo da esibire: è uno strumento di libertà reale.
Ed è proprio questo il punto più importante.
Una donna che non “sale” sul GS, ma lo interpreta. Che non lo addomestica, ma ci dialoga. Che dimostra, senza proclami, che il viaggio non ha genere, e che il re delle moto da viaggio riconosce chiunque sappia guidarlo davvero.
Benvenuta Ester.
Qui non celebriamo eccezioni. Celebriamo motocicliste vere.

Passione in famiglia
La mia passione per le moto affonda le radici nei miei primi giorni di vita, quando ancora non potevo scegliere, ma già sentivo. Mio padre mi racconta che mi portava con sé in garage, mi appoggiava sulle moto come se fossero culle d’acciaio, e io restavo lì, silenziosa, rapita dal loro rumore profondo, dall’odore di benzina e libertà. Era il nostro primo linguaggio condiviso, fatto di vibrazioni e motori accesi.
Quando sono cresciuta abbastanza da poter fare da zavorrina, quel legame si è trasformato in viaggio. Ogni fine settimana diventava un rituale tutto nostro: io dietro di lui, le braccia strette alla sua vita, la fiducia totale affidata alle sue mani sul manubrio. Nelle curve imparavo l’equilibrio, nella velocità l’emozione, e in quei chilometri condivisi nasceva qualcosa che andava oltre la strada: un’intesa profonda, silenziosa, che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita.
Le radici della determinazione
Alle elementari inizia tutto: buco letteralmente la schiena ai miei genitori per avere una minimoto e poter correre in pista. Quel desiderio, così precoce e ostinato, alla fine viene esaudito. Sono l’unica ragazza, ovviamente, e mi si riconosce subito per la treccia lunghissima che spunta dal casco — proprio come oggi. Indosso una tuta rossa Dainese appartenuta a mio nonno materno, motociclista anche lui, quasi fosse un passaggio di testimone, e un casco bianco ricoperto di sticker glitterati. È un periodo bellissimo, fondativo. È lì che capisco che questo ambiente può essere una casa: un luogo in cui alcune persone sapranno sostenere con forza la mia passione, mentre altre proveranno a scoraggiarmi, a farmi smettere. Ma è anche lì che nasce la mia tenacia. La perseveranza, già in tenera età, diventa la chiave per restare in sella, e quella tuta del nonno non è solo un indumento: è il simbolo concreto di un sogno che prende forma e che nessuno riuscirà più a spegnere.

A testa alta, verso orizzonti più grandi
La mia prima vera moto — non una mini, come amo precisare sorridendo — è stata una KTM Duke 125. Una compagna che ho amato visceralmente, perché con lei ho iniziato a scoprire il mondo oltre casa: i primi viaggetti in montagna, le strade che si arrampicano tra le curve, il silenzio che segue il rumore del motore. Era libertà, finalmente, ed era mia.
Con quella moto ci andavo a scuola ogni giorno. In mezzo a tanti ragazzi, ero l’unica ragazza a presentarsi in sella, con addosso l’abbigliamento tecnico da moto. Non passò inosservato. Arrivarono le prime prese in giro, commenti superficiali e qualche insulto di genere, probabilmente più dettati dal tentativo di intimidire che da una reale convinzione. Tentativo fallito. Io continuavo a guidare, a vestirmi come sentivo giusto, a vivere la mia passione senza abbassare lo sguardo.

La vita, però, è movimento continuo: regala ostacoli e opportunità, spesso insieme. Cambiai scuola, passando da un liceo a un istituto tecnico, e con quel cambiamento arrivò anche una nuova atmosfera. Circondata da ragazzi che studiavano meccanica, trovai curiosità, rispetto e condivisione. Non ero più “la ragazza strana in moto”, ma una motociclista come loro, con cui confrontarsi, scambiarsi consigli, parlare di motori, assetti e sogni su due ruote. In quel contesto, il genere smise di essere una barriera e diventò irrilevante di fronte al calore autentico della passione.
Intanto, dentro di me, cresceva un desiderio nuovo: una cilindrata più grande, viaggi più lunghi, un modo diverso di vivere la strada. Il sogno prendeva forma, alimentato da ogni chilometro percorso e da ogni sfida superata. Nulla mi aveva fermata fino a quel momento, e nulla avrebbe potuto farlo: perché la mia strada, ormai, avevo imparato a costruirla da sola, a testa alta, curva dopo curva.
Il GS e la sua descrizione, guidato da una donna
Oggi guido una BMW GS 1200, la moto che per me ha sempre rappresentato l’essenza stessa del viaggio. È una moto imponente, alta, solida, con un peso che si fa sentire da ferma e una presenza che non passa inosservata. Non è una moto che si sceglie per caso: richiede rispetto, consapevolezza, equilibrio. E proprio per questo mi appartiene. Il GS non è solo una moto da grandi distanze, ma una compagna totale: nasce per macinare chilometri, affrontare passi di montagna, strade sterrate e autostrade infinite, ma sa adattarsi con sorprendente naturalezza anche alla quotidianità. La guido in città, per andare in palestra, fare la spesa, vivere la mia routine. È una moto che entra in ogni ambito della mia vita e che, nonostante la sua mole, diventa un’estensione naturale del mio corpo e del mio modo di stare sulla strada.
Gli uomini che scoraggiano, forse perché si sentono messi in discussione
La parte più curiosa arriva spesso dai commenti maschili. Anche vedendomi guidare, c’è sempre qualcuno pronto a dirmi che è “troppo grande”, “troppo pesante”, “troppo impegnativa”. Osservazioni che raramente nascono da una reale preoccupazione tecnica e più spesso sembrano il riflesso di un disagio sottile: quello di vedere una donna padroneggiare una moto che, nell’immaginario collettivo, è ancora considerata un simbolo di forza e virilità maschile. Il GS, sotto di me, rompe uno schema. Non chiede il permesso, non si giustifica, non si ridimensiona. E forse è proprio questo a infastidire: non la moto in sé, ma ciò che rappresenta quando viene guidata da una donna che non ha bisogno di dimostrare nulla.
La “moto da pensionato” e l’ironia di una passione che risplende
Poi c’è l’etichetta che fa sorridere più di tutte: la “moto da pensionato”. Un luogo comune che ho scelto di affrontare con ironia, tanto da scrivere nella mia bio di Instagram che non sono in pensione, così da smorzare subito il colpo. In realtà, quella definizione dice più di chi la usa che della moto stessa. Per me il GS 1200 è energia pura, è curiosità, è voglia di esplorare. È la moto che ha fatto risplendere la mia passione come mai prima, perché mi permette di essere tutto: viaggiatrice, donna indipendente, motociclista consapevole. E se da un lato c’è chi storce il naso, dall’altro ci sono tantissime persone sinceramente sorprese dalla mia scelta. Da lì nascono conversazioni vere, profonde, fatte di rispetto e interesse autentico. Ed è in quei momenti che capisco, ancora una volta, di aver scelto non solo la moto giusta, ma la strada giusta per me.

I passi di montagna: un dovere verso l’anima del motociclista
Per chi vive la moto in modo autentico, la montagna non è una scelta: è un richiamo. Nata e cresciuta nella Pianura Padana, ho imparato presto che le curve non ti vengono incontro, vanno cercate, desiderate, conquistate. Il mio primo vero battesimo è stato il Passo Rolle, affrontato con il 125, quando i tornanti erano ancora un misto di entusiasmo e timore. Curve strette, sguardo che impara ad anticipare, mani che tremano e poi si fanno sicure: lì ho capito che la paura non è un limite, ma una soglia da attraversare. Negli ultimi tempi ho cercato passi sempre più intensi, come il Passo del Vivione e il Passo del San Marco, in Lombardia, strade che mettono alla prova tecnica e concentrazione e che restituiscono, curva dopo curva, una sensazione profonda di crescita. Ogni passo affrontato è un atto di rispetto verso la propria anima di motociclista: un modo per conoscersi meglio, per affinare la guida e per sentire di essere esattamente dove si deve essere.
Non fermarsi mai: il viaggio come forma di consapevolezza
Il mio sogno sulle due ruote è semplice e radicale allo stesso tempo: non fermarmi mai. Continuare a collezionare esperienze, chilometri, silenzi e incontri, lasciando che ogni viaggio mi trasformi. Ogni strada percorsa aumenta la consapevolezza di me stessa e della mia guida, rafforza la certezza di quanto il viaggio in moto non sia un passatempo, ma una parte essenziale di ciò che sono. Tra i viaggi del cuore, il centro Italia occupa un posto speciale, e l’Abruzzo, più di ogni altra regione, rappresenta per me l’essenza del viaggio motociclistico. Campo Imperatore, raggiunto per la prima volta con il GS, è diventato un simbolo: vasto, potente, essenziale, come la sensazione di libertà che provo in sella. È lungo queste strade che nascono gli incontri più veri, con le persone del posto che si stupiscono nel vedermi guidare una moto così grande, spesso carica di valigie. In quei sguardi sorpresi c’è il riflesso di una passione vissuta a tutto tondo, con determinazione e rispetto. Ed è proprio da lì che nasce la spinta a continuare: imparare, crescere, partire ancora, senza mai smettere di ascoltare ciò che la strada ha da insegnare.
Viaggio, adrenalina e musica: il ritmo profondo del vivere
Tra i viaggi che porto nel cuore ci sono quelli che mi hanno insegnato a vivere la strada anche quando è scomoda, fredda, ostinata. La Francia, con la regione dello Champagne, mi ha conquistata per i suoi paesaggi ordinati e ipnotici: vigne basse, lunghissime, che scorrono lente ai lati della strada e accompagnano il viaggio con una bellezza silenziosa, quasi meditativa. In Germania, invece, ho attraversato la Foresta Nera, intensa e scura, fino a raggiungere l’Europa-Park, perché sì, oltre alla moto coltivo una passione autentica per i parchi a tema e per le giostre adrenaliniche. In quello stesso viaggio ho unito anche un’altra parte fondamentale di me: la musica elettronica, vissuta in un festival come momento di energia collettiva, di vibrazione, di libertà pura.
Entrambi questi viaggi sono stati segnati da una pioggia costante, insistente, e da un freddo che si faceva sentire fino alle ossa. Non mi ha fermata, ma mi ha messa alla prova. Ho sofferto, ho riso, e soprattutto ho imparato. Ho capito quanto sia fondamentale sapersi vestire, preparare, adattare: perché viaggiare in moto significa anche sviluppare una tecnica personale per affrontare ogni condizione, senza improvvisare. È in queste situazioni che emerge una verità profonda: la voglia di vivere è incisa nel mio DNA, ma non è mai incosciente. Cerco l’adrenalina sulle giostre, dove è controllata e dichiarata; sulla moto, invece, cerco il viaggio stesso, la distanza, il tempo che scorre. È una distinzione che parla di maturità, di rispetto per il mezzo e per la strada.
E poi c’è la musica, che lega tutto. La musica elettronica, come il viaggio, è ritmo, è movimento, è immersione totale. Non è un contorno, ma una parte integrante del mio modo di vivere. Moto, adrenalina e musica non sono passioni separate: sono linguaggi diversi attraverso cui esprimo la stessa esigenza profonda — sentirmi viva, presente, in ascolto continuo di ciò che il mondo ha da offrire.
Quando una moto diventa un segno, e una donna una rivelazione
Ci sono racconti che non si limitano a essere ascoltati: arrivano nel momento giusto. La storia di Ester non parla solo di moto, di viaggi, di passi di montagna o di chilometri sotto la pioggia. Parla di riconoscersi. Di capire, finalmente, che la passione non è un’idea astratta da rimandare, ma una chiamata precisa, che prima o poi va accolta.
Leggendo il suo percorso, guidando idealmente con lei quel GS che per me è sempre stato la moto dei sogni, mi sono rivisto. Io, che da una vita penso a “quando sarà il momento”, a tutto quello che potrò fare quando finalmente salirò su quella moto. Perché il GS non è solo un mezzo: è una promessa. E più ascoltavo Ester, più diventava chiaro che non siamo noi a scegliere la moto. È la moto che, in qualche modo, ci parla. Ci comunica quando siamo pronti. Quando quel passaggio fondamentale — tecnico, emotivo, umano — è finalmente maturo.
Esther vive il GS con naturalezza, senza ostentazione, senza bisogno di dimostrare nulla. Lo usa per viaggiare, per vivere, per essere sé stessa. E proprio in questo modo di abitare la passione, con equilibrio, rispetto e intensità, mi ha detto qualcosa di decisivo: che il tempo dell’attesa era finito. Che non c’è più nulla da dimostrare per essere “degni” di una moto, di un sogno, di una scelta così importante. La dignità nasce dalla consapevolezza, non dall’autorizzazione di qualcun altro.
C’è anche la musica elettronica, che ci unisce in modo silenzioso ma profondo. Perché chi ama davvero la musica sa riconoscere il ritmo giusto, il momento esatto in cui entrare. E questa storia, questo incontro — anche solo attraverso un racconto — è stato quel momento. Incontrare una donna che guida la moto dei miei sogni, che la vive con autenticità e passione, era quanto di più potente potessi desiderare per capire che sì: il passaggio è arrivato.
E voglio che chi legge lo sappia.
Perché a volte basta una storia vera, una donna in sella, una moto che parla la tua lingua, per renderti consapevole che non stai rincorrendo un sogno: sei pronto a viverlo.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


