Eva Batstitch

“Eva: terapia, strada e l’arte di non perdersi”

Brucia i copertoni, non la tua anima.
Questo motto, nato dal film “Biker Boyz”, racchiude un invito potente: qualunque cosa ti travolga, non bruciare te stessa, non sprecare ciò che sei. È un principio che si intreccia in modo naturale con la storia di Eva, protagonista del mio prossimo racconto.

Eva ha scelto di non lasciarsi consumare dalle difficoltà. Invece di lasciarsi frenare dal dolore o dalle paure, ha deciso di attraversarle. Lo ha fatto attraverso un percorso di terapia psicologica che le ha permesso di guardarsi dentro senza più distogliere lo sguardo. Seduta in quello spazio protetto, ha potuto mettere ordine, scavare tra le macerie interiori e riconoscere bisogni che aveva sempre ignorato.

La terapia, per lei, non è stata un’ancora passiva ma un mezzo di movimento: il veicolo per uscire da una strada buia e imboccarne una nuova, luminosa, tracciata con consapevolezza. E quel percorso mentale, passo dopo passo, l’ha riportata alla sua vera passione: la moto. Una scelta tutt’altro che casuale, perché sulle due ruote Eva ha ritrovato libertà, controllo, presenza.

Ha stretto nuove amicizie, ha riscoperto la gioia della strada e allo stesso tempo ha sviluppato lo sguardo lucido di chi conosce i rischi reali del guidare a Roma, una città viva, caotica, bellissima — e quanto manca anche a me.

Eva non è la prima motociclista romana di cui scrivo, ma è la prima che riesce a unire in modo così netto mente e motore: una donna che ha imparato a bruciare i copertoni, non la propria anima.

Paure, strade trafficate e un sogno in standby

Ciao! Mi chiamo Eva e sono sempre stata un’amante delle due ruote. Fin da bambina, ogni volta che una moto sfrecciava davanti a me, rimanevo incantata: era come assistere a un piccolo miracolo di libertà. Eppure, trasformare quella fascinazione in realtà è stato molto più difficile del previsto.

Un genitore motociclista e anni di lavoro immersa nel traffico di Roma mi avevano trasmesso un forte senso di allerta. Ogni ammonimento, ogni racconto, ogni immagine di rischio si era trasformata in ansia, fino quasi a farmi rinunciare all’idea di prendere la patente. Era come se il desiderio di salire in sella venisse continuamente frenato da una voce interiore che ripeteva: “È troppo pericoloso.”

Il sogno rimaneva lì, vivo ma immobilizzato, bloccato dalla paura.

Lutti, buio interiore e il ruolo della terapia

Poi è arrivato un periodo molto brutto, fatto di lutti importanti e ravvicinati che hanno scosso ogni equilibrio. Quella serie di colpi emotivi mi aveva svuotata: non davo più lo stesso valore alla vita, non sentivo più una miccia che accendesse le mie giornate. Mi svegliavo sperando che arrivasse presto la sera, come se il tempo fosse solo qualcosa da consumare, non da vivere.

La terapia è stata il primo vero spazio in cui ho potuto fermarmi, guardare quel buio angosciante e riconoscerlo senza esserne travolta. Seduta in quell’ambiente protetto, ho iniziato a dare un nome alle mie paure, a osservare l’ansia che negli anni avevo costruito e accumulato, a distinguere ciò che mi apparteneva da ciò che avevo ereditato dagli altri.

È stato un processo lento, profondo, spesso faticoso, ma necessario. Un percorso di ricostruzione interiore che non parlava ancora di traguardi, di conquiste o di ripartenze: parlava di affrontare, comprendere, respirare di nuovo. Era la terapia a offrire gli strumenti per attraversare il dolore, per non lasciarlo definire ciò che ero e ciò che sarei stata.

La mia terapeuta mi ha aiutato

C’è stato un giorno in cui la mia voglia di spegnermi era più forte di qualsiasi altro impulso. Non avevo motivi per muovere un passo e sentivo di scivolare sempre più giù. In quello stato sono corsa dalla mia terapeuta.

La seduta è stata intensa, profonda, quasi scomoda. Mi ha messa davanti a un bivio: continuare a farmi aiutare scavando più a fondo, oppure trovare qualcosa che desiderassi davvero, qualcosa che avessi temuto e negato per troppo tempo.
Per metà della seduta sono rimasta in silenzio a chiedermi cosa avessi da perdere se avessi smesso di scappare.

La moto come salvezza

Quando ho alzato lo sguardo, la risposta era chiara. Avevo paura, ma quel desiderio soffocato per anni chiedeva finalmente spazio. Così, uscita dallo studio, sono andata direttamente a iscrivermi alla patente della moto.

Due giorni dopo — e ancora senza patente — ho ordinato la mia prima moto. Era un gesto impulsivo, ma anche un atto di fiducia verso di me. Dopo qualche giorno sono salita sulla sella per la prima guida. Solo io, il casco, e quel sogno che tremava come le mie mani.

L’osmosi con l’accensione del motore

Ricordo con assoluta precisione il momento in cui ho girato la chiave. Il motore ha iniziato a vibrare, un suono pieno, vivo, quasi caldo. In quell’istante qualcosa è cambiato.

Ogni fibra del mio corpo ha risposto a quella vibrazione come se avesse atteso da sempre quel richiamo. Era un’osmosi perfetta: il motore prendeva vita, e attraverso di esso anch’io ricominciavo a respirare.

In quella connessione improvvisa e potente ho capito che non stavo solo accendendo una moto. Stavo riaccendendo me stessa.

La mia prima moto: il fuoco che mi ha ridato vita

Ho sentito una piccola fiamma trasformarsi in un fuoco vivo il giorno in cui ho preso la patente e ho ritirato ciò che, simbolicamente, mi aveva riportata al mondo. Il mio CB650R non è stata solo la prima moto: è stata il mio primo amore a due ruote, il ponte tra ciò che ero e ciò che stavo imparando a diventare.
Mi ha insegnato il rispetto profondo per la vita, e allo stesso tempo il timore di perderla, un equilibrio delicato che solo la strada sa spiegare. Oggi non è più con me, ma l’ho tatuata sulla pelle perché nulla, nemmeno il tempo, potrà cancellare ciò che ha rappresentato. Quella moto è stata una rinascita, un linguaggio emotivo che non avevo mai imparato prima.

La mia nuova compagna di strada: una scelta che parla di me oggi

Dopo quattro anni, ho sentito il bisogno di esplorare qualcosa di diverso, come spesso accade quando si cresce e si cambia insieme al proprio percorso interiore. Ho lasciato il quattro cilindri per il bicilindrico dell’Aprilia Tuono 660 Factory 2025, e mai decisione è stata più giusta per la persona che sono ora.
È una moto divertente, istintiva, viva. Una compagna che sento perfettamente allineata al mio modo di stare al mondo oggi, più consapevole, più centrato, più autentico. Con lei non ho sostituito un amore: ho semplicemente aggiunto un nuovo capitolo alla mia storia.

Fondamenta e pilastri di una passione

Grazie alle due ruote ho incontrato persone meravigliose. Alcune sono passate come meteore, altre sono rimaste fino a diventare famiglia. Tra queste ci sono le ragazze dello staff delle AkraRose, un gruppo di sole donne di Roma e dintorni — che ormai si sta allargando in tutta Italia — e che incarna perfettamente ciò che la moto sa creare: connessione autentica.

La moto, infatti, ti spinge a cercare chi parla il tuo stesso linguaggio, chi condivide la stessa vibrazione, e alla fine la passione diventa il collante più forte. Quest’anno ho iniziato a esplorare non solo la strada ma anche i circuiti, muovendo i primi passi — e le prime pieghe — sulle piste, anche se per ora solo con le Ohvale.

E se devo scegliere un passo preferito, andrò controcorrente: Sella di Leonessa, sul Terminillo. Con la mia Aprilia Tuono 660 è puro divertimento, una danza tutta mia. Ma ciò che conta davvero non è quel singolo tratto di strada, bensì ciò che rappresenta.

Questo percorso non racconta la realizzazione definitiva di un sogno, ma la conclusione di un’opera più silenziosa e preziosa: la posa delle fondamenta. Perché le passioni che durano nascono così, un mattone alla volta, costruite con legami sinceri, esperienze che ti formano e strade che ti mettono alla prova. Sono queste basi solide i migliori pilastri a cui si possa aspirare nella vita.

“La strada che insegna”

Ad oggi mi accorgo che andare in moto non è soltanto un modo più rapido per affrontare il traffico di Roma. La moto è condivisione, passione, dedizione. È concentrazione pura, è allenamento costante, è una sfida quotidiana con se stessi. Ogni uscita è un dialogo sincero con i propri limiti e con la voglia di superarli senza perdere di vista la propria sicurezza.

Sogno di poter frequentare quanti più corsi possibili, sia di guida sicura che in pista, perché so che la consapevolezza non si improvvisa: si costruisce. E allo stesso modo mi piacerebbe riuscire, attraverso i social e con il mio esempio, a sensibilizzare ragazze e ragazzi sull’importanza delle protezioni. Non succede, è vero… ma se succede, un gesto di prudenza può salvarti la vita.

Preferisco mille volte sudare dentro una tuta che rischiare per leggerezza o spavalderia. Questa sono io: una motociclista che ha trovato una passione autentica e che vuole continuare a imparare, crescere e trasmettere la cultura della prevenzione. Perché la strada è un’amica generosa, ma solo se la si rispetta.

Akra Rose (Spoiler)

Che gioia incredibile celebrare la famiglia allargata delle AkraRose! Grazie a Flavia, Gioia e tutte le meravigliose ragazze dello staff, abbiamo dato vita al primo evento ufficiale AkraRose: Nightlap Volume 1. Un battito di emozioni, entusiasmo e adrenalina che ci ha travolte tutte!

È stato solo l’inizio di una lunga serie, ma già possiamo dire che il successo e l’affluenza ci hanno ripagate in pieno. Emozione, divertimento, competizione, musica e condivisione: tutto ciò che rende unica la nostra comunità di motociclisti era lì, vivo e pulsante. E naturalmente… il cibo non è mai mancato!

Un grazie a tutte e tutti coloro che hanno partecipato e che hanno reso questa giornata indimenticabile. Seguite il profilo delle AkraRose, perché ciò che abbiamo creato è solo il primo passo: nuove avventure, nuovi eventi e nuove emozioni ci aspettano… e non vediamo l’ora di condividerle insieme !

E niente, Eva… il tuo racconto ha parlato da solo. Hai saputo descrivere con una sincerità disarmante ciò che hai provato, ti sei messa a nudo — in senso metaforico — lasciandomi entrare in una parte della tua vita tanto delicata quanto preziosa. Spero davvero che con le mie parole sia riuscito a onorare e omaggiare la tua storia come merita una motociclista del tuo calibro.

Perché non è da tutti ammettere di intraprendere un percorso con una terapeuta. È un atto di lucidità, di maturità, di coraggio. Tu, così facendo, dimostri una forza morale fuori dal comune, una tempra degna del tuo passo di montagna preferito: Sella di Leonessa.

Sei coraggiosa, credi nell’amicizia, ma soprattutto credi nella condivisione di una passione vissuta in modo sincero e limpido. Ed è proprio per motocicliste come te che io continuo a scrivere. Hai tanto da dare, tantissimo da condividere, e lo fai già senza nemmeno rendertene conto.

Lo ammetto: mi hai incuriosito. Da anni desidero scendere nella Capitale e incontrare — e magari girare insieme — con le motocicliste romane. E tu, insieme alle AkraRose (che ancora non conosco), siete diventate un invito vivo e irresistibile a tornare nella città eterna.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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