Federica Dessi

Oggi vi racconto la storia di Federica Dessi, una donna che ha fatto della moto molto più che una passione: ne ha fatto un modo per tenere vivo un legame profondo.
La sua passione nasce grazie a suo padre — un uomo che le ha trasmesso l’amore per le due ruote, e che oggi non c’è più. Ma quella scintilla, quel fuoco che lui le ha lasciato, non si è spento. È diventato il suo motore.
Federica porta con sé quell’eredità ogni volta che indossa il casco, ogni volta che sente il rombo del motore vibrare dentro. In pista, non è mai davvero sola: la sua passione continua a parlare la lingua dell’amore, quella che unisce un padre e una figlia anche oltre il tempo.

Oggi accanto a lei c’è un uomo che la sostiene, la valorizza e la accompagna in questo percorso: prepara la moto, la aiuta nei dettagli tecnici, ma soprattutto la riconosce per ciò che è — una donna forte, determinata e fedele alla sua strada.
La sua presenza sembra quasi un segno, come se la vita avesse deciso di restituirle una parte di quel legame perduto, trasformandolo in una nuova forma di amore e di complicità.

Quellaconlatutafucsia”, come la conoscono molti, vive la moto intensamente, con una disciplina e una passione che toccano chiunque la incontri.
Quando leggo storie così, mi tornano alla mente le parole di mia madre, che mi ripeteva che non meritavo la patente del 125. Eppure poi incontro donne come Federica, che ce l’hanno fatta, che hanno seguito la loro passione senza cedere, e capisco che la vera patente non è quella di guida, ma quella del coraggio.
Perché la strada, nella vita come in pista, premia chi non smette mai di crederci.

“Il rombo del cuore: la strada che porta a papà”

La mia passione nasce tanti anni fa, grazie a mio papà.
Avevo poco più di tredici anni e frequentavo le medie. Ricordo con una nitidezza quasi dolorosa quei sabati mattina: la campanella suonava, e io correvo alla finestra per cercarlo. Eccolo, arrivava con la sua Yamaha R6 blu, il casco lucido sotto il sole. Appena lo vedevo, non riuscivo a trattenermi:
«C’è mio papà con la moto! C’è mio papà con la moto!»
E in un attimo tutta la classe si affacciava, curiosa, a guardarlo.

All’uscita non percorrevo nemmeno tutte le scale — le facevo a tre a tre, solo per arrivare prima da lui.
Io amavo quell’uomo e amavo quella moto. Quando salivo dietro di lui, il mondo si fermava. Poteva portarmi ovunque: mi fidavo ciecamente.
Aveva un modo di guidare che era tutto suo — deciso ma gentile, sicuro ma mai sfrontato. E io, stretta a lui, mi sentivo al sicuro anche quando affrontavamo le curve dei passi di montagna.

Pensavo: “Se mai un giorno avrò una moto, vorrò guidare così.”
Lui era il mio eroe, il mio super pilota. E più di tutto, desideravo che fosse lui a insegnarmi a guidare.

Ma il destino, a volte, sa essere crudele.
Papà se ne andò quando avevo diciassette anni, in quel freddo gennaio del 2011. Non seppe mai della mia prima moto. E quel pensiero mi ha trafitto il cuore per tanto tempo.
Il giorno in cui è mancato, ho sentito il mondo crollarmi addosso. Mi sembrava di aver perso non solo un padre, ma anche il mio punto di riferimento, la mia bussola, la mia direzione.

Eppure, oggi lo so: non ho perso la sua passione.
È rimasta dentro di me, viva, calda, pronta a ruggire ogni volta che accendo il motore.
Ogni volta che guido, lo sento lì — nei giri del motore, nel vento che mi accarezza il viso, in quella serenità che solo lui sapeva darmi.
Forse non mi ha insegnato a guidare con le mani, ma lo ha fatto con il cuore.

Il primo amore: due cuori e un motore

Qualche anno dopo la perdita di mio padre, nella mia vita arrivò un ragazzo motociclista. Era uno di quelli che respirano benzina e libertà. Quando scoprì la mia passione per le moto, mi disse con semplicità:
«Ehi, ma perché non te ne compri una, così andiamo in giro insieme?»
Fu come se quelle parole avessero riaperto un cassetto chiuso dentro di me.
Così, a 22 anni, mi comprai la mia prima moto, una Husqvarna 125.
Piccola, vivace, divertente. Non dimenticherò mai la sensazione di stringere il manubrio, di sentire il motore rispondere al mio tocco. Era un inizio timido, ma pieno di sogni.

La tenni poco, è vero — perché presto decisi di venderla per un’altra mia grande passione: i cavalli. Forse non era ancora il momento giusto. Forse dovevo ancora imparare a lasciar andare.
Ma la verità è che una passione come quella per la moto non muore mai, resta silenziosa, latente, e poi, quando è pronta, ritorna più forte di prima.

Il ritorno in sella: la moto come rinascita

Passarono diversi anni. La vita, nel frattempo, mi aveva messo davanti a tante prove, alcune difficili, altre quasi insopportabili.
Eppure, ogni volta che vedevo una ragazza in moto, il mio cuore si riempiva di un’emozione inspiegabile. Era come guardarmi allo specchio in una versione di me che non avevo ancora avuto il coraggio di essere.
Le salutavo sempre, con un sorriso grande, come se le conoscessi tutte. Perché in fondo, noi motociclisti, ci riconosciamo tra noi.

Fu in un periodo non semplice che decisi di fare un gesto per me stessa. Anche se non potevo permettermelo, mi iscrissi a scuola guida per la patente A3. Era una promessa che facevo a quella ragazzina che sognava di guidare come suo padre.
E poi, senza più esitare, entrai in una concessionaria Yamaha.
Davanti a me c’era lei: una MT-03 modello 2023, nuova di zecca.
La guardai, e mi sembrò di riconoscerla. Come se mi stesse aspettando.
Quando la portai a casa, non riuscivo a crederci: era la mia moto, solo mia.

Tanti mi dissero che avrei dovuto prendere un 600, che una 300 era troppo “tranquilla”. Ma io volevo il mio tempo. Non cercavo potenza, cercavo armonia.
Sapevo che imparare con calma era la mia forza, non la mia debolezza.
Perché la moto, come la vita, non si misura in cavalli, ma in passione.

Il primo viaggio da sola: la Sardegna e il ritorno a casa

Dopo appena due settimane dall’arrivo della moto, prenotai un traghetto per la Sardegna.
Sì, da sola.
Una decisione impulsiva, coraggiosa, ma soprattutto necessaria.
Quella non era solo una vacanza: era un ritorno alle origini, un viaggio dentro me stessa.
Mio padre era sardo, e ogni estate da bambina scendevamo giù insieme. Stavolta ci tornavo io, con la mia moto, e con lui nel cuore.

Ricordo ogni chilometro di quella strada. Ogni curva aveva il suo respiro, ogni vento portava un ricordo.
E, mentre guidavo, sentivo mio padre accanto a me.
Non lo vedevo, ma lo percepivo in ogni vibrazione del manubrio, in ogni sorriso che mi scappava sotto il casco. Era come se quella Yamaha fosse diventata il ponte tra noi, tra il presente e tutto ciò che avevo amato.

Fu un viaggio pieno di emozioni, di lacrime e di orgoglio.
Perché capii che non si trattava solo di andare in moto.
Si trattava di ritrovare me stessa.
E, in un certo senso, di ritrovare lui.

Le curve della solitudine

Era passato un anno. Un anno di strade percorse in solitaria, di passi di montagna affrontati da sola, con la sola compagnia del rumore del motore e dei miei pensieri.
Guidavo, sì, ma sentivo di migliorare poco. Tutto ciò che imparavo era frutto di tentativi, di “esperimenti” rubati ai video sui social, o di qualche prezioso consiglio del mio migliore amico — uno di quelli che restano accanto nei momenti più silenziosi, quando non servono parole ma solo presenza.
A lui devo molto.

Quell’anno fu difficile, forse uno dei più duri.
Il mio casco conobbe più lacrime che vento, più dolore che sorrisi.
Mi sentivo ferma, sospesa. Feci persino scadere il foglio rosa senza nemmeno provare una volta il piazzale. Era come se qualcosa dentro di me avesse perso forza. Ma poi, in un piccolo gesto di orgoglio e di speranza, decisi di ricominciare. Mi iscrissi di nuovo.
Un altro anno, un’altra possibilità.

La forza del gruppo

Estate 2024.
Da un’idea semplice nacque qualcosa di meraviglioso: insieme a una ragazza che aveva la “mamma” della mia moto — una MT07 — decidemmo di creare un piccolo gruppo di motocicliste.
Eravamo poche, ma unite da una stessa vibrazione: la passione.
Ogni weekend ci ritrovavamo, e chilometro dopo chilometro, quella piccola cerchia iniziò a crescere. Arrivarono altre donne, e poi anche uomini. In poco tempo, il gruppo divenne grande, vivo, pulsante.

Fu allora che capii quanto sia prezioso condividere la strada.
Osservando chi era più esperto, imparavo senza nemmeno accorgermene.
Rubavo con gli occhi ogni movimento, ogni traiettoria, ogni dettaglio.
E dentro di me sentivo riaccendersi un desiderio forte, autentico: migliorare.
Non solo per essere più brava, ma per onorare quella promessa che avevo fatto da bambina — quella di guidare un giorno come mio padre.

La scelta della nuova compagna di viaggio

Nel gruppo conobbi un ragazzo.
Non era un motociclista qualsiasi: era uno che la moto la viveva, la capiva, la rispettava.
Con lui tutto sembrava naturale. Forse perché, accanto a lui, mi sentivo capita davvero — non solo come donna, ma come motociclista.
Lui aveva una GSX-R600, e insieme iniziammo a macinare chilometri, curve, esperienze.
Fu allora che capii: la mia MT-03 mi stava stretta.
Avevo imparato a conoscerla, a domarla, a sentirmi una cosa sola con lei… ma dentro di me sapevo che era arrivato il momento di fare il salto.

Iniziai così a cercare la mia “moto seria”, quella che potesse crescere con me.
Passavo ore a leggere schede tecniche, valutare peso, altezza sella, comodità. Non cercavo solo potenza: cercavo equilibrio.
Volevo una moto che potessi sentire mia anche nella quotidianità, per andare a lavoro, per vivere.
Il cuore mi portava verso la Kawasaki Ninja 650: sportiva, elegante, sella bassa, semi-manubri rialzati — perfetta per la mia statura e per la mia idea di guida.
Ma trovarne una usata fu un’impresa. Cercammo ovunque, fino a Roma, ma niente.

Così spostai lo sguardo sulla sua “sorella naked”.
All’inizio non mi convinceva per niente. Non era amore a prima vista.
Eppure, più la guardavo, più cominciavo a sentirla familiare.
Ma, dentro di me, qualcosa ancora non scattava.
Non era quella scintilla, quell’emozione che ti attraversa quando sai di aver trovato “la tua moto”.
Perché, in fondo, scegliere una moto è un po’ come scegliere una parte di te: deve emozionarti al solo sguardo, deve parlarti anche da ferma.
E quella, ancora, non lo faceva.

Bocciatura e rinascita: la spinta del Ninja650

Febbraio 2025. Ero pronta per l’esame, convinta di essere preparata, ma la realtà del piazzale mi colpì con tutta la sua forza. Guidare in strada era una cosa; controllare ogni movimento a bassa velocità era un’altra. Venni bocciata al primo tentativo. Non vi lascio immaginare la disperazione: ero in autostrada, sola, tra pianti e incredulità. Pensavo: “Dopo tutti i chilometri fatti, dopo tutte le ore passate a guidare, come posso farmi bocciare così?”

Eppure, proprio quel giorno, presi una decisione che avrebbe cambiato tutto: entrai in Kawasaki e firmati i documenti per la Ninja 650 2025. Un gesto quasi simbolico, come se acquistare quella moto fosse un impegno morale con me stessa, un modo per dire: “Adesso non ci sono scuse, devo farcela.”
Quando arrivò, la vidi e fu amore immediato. La sua bellezza, la comodità, la risposta perfetta in ogni curva… quella era la mia moto, finalmente. Da quel momento, la mia volontà di migliorare non ebbe più freni. Dovevo diventare brava. Non per gli altri, ma per me stessa, per il percorso, per onorare il sogno di mio padre.

Ossessione e determinazione: la ricerca del limite

La stagione 2025 iniziò con un desiderio ardente di perfezione. Ogni giro, ogni curva, ogni metro percorso era un’opportunità per crescere. Quando una giornata non era perfetta, tornavo a casa frustrata, quasi depressa. Il miglioramento non era più un traguardo: era ossessione, una necessità interna.

Iniziando a girare con i migliori del gruppo, la mia autostima cresceva, ma aumentava anche la fame di imparare. Volevo piegare di più, sentire ogni movimento del corpo in sintonia con la moto. E ogni passo avanti diventava una conquista, un mattoncino nella costruzione della mia identità di motociclista. La moto per me non è un mezzo: è uno specchio, un test, un viaggio interiore costante.
Il percorso è l’obiettivo. Non la semplice conquista di una patente, di una cilindrata o di un giro perfetto: il percorso stesso è ciò che conta, e più crescevo, più lo percepivo profondamente.

Cadute, paure e fame di imparare: la disciplina del cuore

Giugno 2025. La prima caduta in curva. Pinzato l’anteriore: la moto si chiuse. Mi rialzai tranquilla, raccolsi la moto da sola, convinta di essere serena. Ma la settimana successiva, ogni curva diventò un nemico. I nervi si irrigidirono, la velocità si dimezzò. Pianti, frustrazione, paura: un passo indietro nella mia mente, ma non nel mio cuore.

Due mesi dopo, non guidavo ancora come prima, ma avevo fatto passi enormi. La fame di imparare era ancora lì, più intensa che mai. Sentivo il bisogno di nuovi strumenti, di una pista, di sfidare me stessa per sbloccare limiti invisibili. E capii che il mio vero obiettivo non è la velocità o la perfezione istantanea: è il percorso, la crescita costante, la disciplina ferrea, l’amore per la moto e per tutto ciò che essa rappresenta.

In quattro mesi, quasi 10.000 km percorsi. Non è il numero a contare, non la meta finale. Per me, è il viaggio, il ritmo, l’esperienza, la volontà maniacale di superare me stessa ogni giorno, di onorare la passione che mio padre mi ha lasciato e che ancora scorre nel mio sangue.

La strada che continua

Non sono ancora entrata in pista, non davvero. Finora ho fatto solo da accompagnatrice, ma ogni volta che respiro quell’aria di motori e adrenalina, sento che lì, un giorno, ci sarà anche il mio posto.
Sogno di potermi mettere in gioco in un luogo “sicuro”, senza auto, senza pedoni, senza distrazioni — solo io, la moto e la linea da seguire.
Forse non sarà questa la stagione giusta, ma la stagione 2026 sarà la mia.
Ne sono certa.

C’è un passo che mi ha rubato il cuore più di tutti: il Valtrebbia.
È un concentrato di emozioni, un tratto di asfalto che sembra scritto per chi ama davvero la moto.
Ha tutto: lo stretto, le curve lunghe, le traiettorie tecniche, i rettilinei che ti fanno respirare. Ogni volta che lo percorro, mi sembra di dialogare con la strada, di sentire la voce di mio padre che mi accompagna curva dopo curva.

Nel mio futuro, non sogno trofei né medaglie: sogno di diventare anche solo un quarto brava come lui, mio padre.
Vorrei che, da qualche parte, potesse vedermi e dire: “Guarda cosa sei diventata, Fede. Guarda dove sei arrivata.”
Ogni volta che salgo in sella, immagino il suo sguardo, il suo orgoglio, la sua presenza.
E sento che sì, in qualche modo, mi sta guardando davvero.

Oggi sono tornata in Valtrebbia, con il mio compagno.
Abbiamo messo gli interfoni e, all’andata, lui mi ha corretto ogni errore, ogni traiettoria imperfetta. Al ritorno, mi sono sorpresa: ero più fluida, più consapevole, più libera.
Ogni piccolo miglioramento mi scalda l’anima.

La strada è ancora lunga, ma non voglio che finisca mai.
Perché ogni curva è una lezione, ogni chilometro un battito di cuore.
E so che, finché avrò una moto da guidare e un sogno da inseguire, papà sarà lì, nel vento, a correre accanto a me.

Le venature d’oro della passione

Quando arrivo alla conclusione di un articolo, inevitabilmente rivivo la mia stessa avventura su due ruote.
Rivedo le scelte, gli errori, le persone che in un modo o nell’altro mi hanno fatto deviare dal percorso che immaginavo. Alcuni incontri mi hanno lasciato cicatrici profonde, mi hanno incrinato dentro.
Ma col tempo ho capito una cosa importante: non tutto ciò che si rompe perde valore.

In Giappone esiste un’antica arte chiamata Kintsugi, che significa letteralmente “riparare con l’oro”. Quando un vaso si rompe, invece di buttarlo via, i maestri artigiani lo ricompongono utilizzando oro fuso per saldare le crepe.
Il risultato non nasconde le fratture — le esalta.
Quelle linee dorate raccontano la storia del vaso, le sue ferite e la sua rinascita.
E proprio per questo, l’oggetto riparato diventa più prezioso di quanto non fosse mai stato prima.

Ecco, io credo che la mia passione per la moto sia diventata così: un vaso riparato con l’oro delle esperienze, delle persone incontrate, anche di quelle che mi hanno fatto male.
Le storie delle motocicliste di cui scrivo — come quella di Federica Dessi — sono proprio quelle venature d’oro che rendono la mia passione ancora più viva, più intensa, più autentica.

Grazie, Federica, per avermi permesso di raccontarti.
Il tuo percorso mi ha emozionato, mi ha insegnato, e mi ha ricordato che vivere la moto non significa solo guidarla, ma sentirla: nelle crepe, nel coraggio, e nella forza di ricominciare ogni volta.
Perché è proprio da lì, da quelle linee dorate, che nasce la vera bellezza.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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