Giada Zambonelli

Introduzione

Non parlo spesso della mia obesità nei miei articoli dedicati alle motocicliste. Non perché me ne vergogni, ma perché ciò che mi spinge a scrivere di voi va oltre.
Scrivo, riga dopo riga, mettendoci l’anima e scavando nei ricordi, perché il mio motivo per combattere l’obesità siete proprio voi, le donne motocicliste.

C’è un vecchio detto che dice: dietro ogni grande Re c’è una grande Regina. Ma il valore della Regina non ha prezzo. Pensiamo agli scacchi: il Re può muoversi solo di un passo alla volta, mentre la Regina è libera di spostarsi in qualsiasi direzione, senza limiti.
Ecco, nelle motocicliste io vedo la Regina: la forza di chi può andare ovunque, di chi sceglie il proprio percorso, di chi non conosce confini.

Dopo aver scritto di tua madre, Giada, ho capito davvero quanto questo viaggio mi stia arricchendo dentro, più di quanto avrei potuto immaginare. La tua famiglia è la prova che quando si vuole qualcosa davvero, basta organizzarsi e crederci fino in fondo.
Tu, poi, con la tua passione per la bici — uno sport che ammiro immensamente — sei un esempio di determinazione pura. Io, un tempo, facevo downhill; ero arrivato persino ad aprire un negozio. Ma la mia famiglia, invece di stimolarmi, spesso mi frenava.

Il tuo vissuto, invece, è una spinta. È forza. È chiarezza d’idee.
E forse è proprio questo che amo di più nello scrivere di donne motocicliste: raccontare di chi sa cosa vuole e non ha paura di dimostrarlo.

L’equilibrio in movimento( di Giada Zambonelli)

Le mie interazioni con le due ruote sono iniziate quando ero molto piccola. Non con le moto — quelle sarebbero arrivate più tardi, come un sogno che prende forma — ma con le biciclette.
Ricordo ancora la prima volta che ho sentito l’asfalto scorrere sotto di me: il fruscio delle ruote, la paura di cadere e, subito dopo, quella magia inspiegabile che ti fa restare in piedi quando cominci a pedalare.

A quel tempo non sapevo nulla di fisica, eppure già allora stavo imparando la sua lezione più importante: l’equilibrio nasce dal movimento.
Solo più tardi ho scoperto che il segreto sta nella rotazione stessa della ruota — un principio che gli scienziati chiamano effetto giroscopico. Quando la ruota gira, crea una forza che si oppone ai cambiamenti di direzione: è come se avesse una volontà propria, come se dicesse “voglio restare dritta”.
E così, finché continui a pedalare, quella forza invisibile ti sostiene, ti guida, ti insegna che la stabilità non è mai qualcosa di fermo, ma qualcosa che si conquista andando avanti.

Quella scoperta — che il movimento genera equilibrio — ha cambiato il mio modo di vedere le cose.
La bici, per me, è diventata una maestra di vita: mi ha insegnato la disciplina, la resistenza, ma anche la leggerezza. Ogni curva era una lezione di fiducia, ogni salita una prova di determinazione, ogni discesa un invito a lasciarmi andare.

Con il tempo, quella passione è diventata sport. Ho avuto la fortuna di correre per una squadra federale femminile e di vivere la bici non più solo come gioco, ma come strada per scoprire me stessa. Ogni allenamento era un viaggio dentro e fuori di me — la fatica, la velocità, il vento sul viso: tutto diventava parte di una ricerca più profonda.

Oggi, ripensando a quei momenti, mi accorgo che non era solo equilibrio fisico quello che stavo imparando, ma un equilibrio interiore: la consapevolezza che, per restare dritti, bisogna continuare a muoversi, anche quando la strada sembra instabile.

“Vento e Volontà”

La prima volta che sono salita su una moto avevo tredici anni.
Mio padre, dopo tanti anni, aveva deciso di ricomprare una moto: una Triumph Speed Triple, nera, lucida, viva.
È stato amore a prima vista. Cinque minuti dopo, già lo pregavo di farmi fare un giro.

Quando finalmente sono salita dietro di lui, ho sentito il mondo cambiare. Il vento nei capelli, il rombo dello scarico aperto che vibra dentro al petto, l’asfalto che scorre veloce sotto di noi — era tutto così intenso, così vero, che mi mancavano le parole.
È stato uno dei momenti più belli della mia vita.
E in quell’istante ho deciso che, un giorno, avrei avuto una moto tutta mia.

Mia madre, però, aveva piani diversi.
Voleva che a quattordici anni prendessi il motorino, “per fare esperienza”, diceva.
Ma io avevo già deciso: o la moto o niente.
Non era un capriccio, era una certezza. Una di quelle che senti nello stomaco e che non puoi ignorare.

Negli anni successivi sono rimasta un passeggero, ma mai una spettatrice. Ogni curva affrontata, ogni accelerazione, ogni vibrazione del motore diventava un pezzo di me, una promessa che avrei mantenuto.

Per la ragazza che ero, e la donna che sono diventata — non sono solo determinata: sono decisa, nel senso più profondo del termine.
Non faccio compromessi con ciò che amo, non rinuncio ai miei sogni, e quando scelgo una direzione la percorro fino in fondo, anche se la strada è in salita.

E forse è proprio questo che la moto rappresenta per me: la libertà di scegliere la propria rotta, con coraggio, con volontà, con il vento come unico testimone.

“Il Primo Battito del Motore”

Per i miei sedici anni, come promesso, i miei genitori mi regalarono la mia prima moto: una KTM Duke 125 bianca.
Non una moto qualsiasi, ma esattamente quella che volevo. La guardavo da mesi, immaginando quel giorno in cui finalmente l’avrei accesa e sentito il motore vibrare sotto di me come un cuore che batte al mio ritmo.

Avevo appena superato un intervento chirurgico complesso, e il mio corpo non era ancora del tutto pronto. Ma la mente — e il cuore — non conoscevano limiti.
Ero talmente euforica che niente e nessuno avrebbe potuto impedirmi di salire in sella.

Partire con una moto non è come partire con una bicicletta.
La bici la senti leggera, quasi amica; la moto invece ti mette alla prova, pretende rispetto, attenzione, equilibrio, controllo. È viva, e vuole sapere se sei pronta a guidarla davvero.
All’inizio ho fatto una fatica enorme: la frizione che non perdona, le partenze a scatti, la paura di spegnere il motore davanti a tutti. Ogni errore era una piccola sconfitta, ma ogni metro conquistato era una vittoria che mi scaldava dentro.

Poi, sotto la guida paziente di mio padre e gli sguardi attenti di mia madre, qualcosa è scattato.
Il corpo e la moto hanno iniziato a parlarsi, a capirsi.
Il rumore del motore è diventato una musica, il movimento una danza, e la paura ha lasciato spazio alla fiducia.

E mentre il Duke scivolava sull’asfalto e il mondo intorno a me diventava vento e libertà, ho capito che non si trattava solo di guidare una moto, ma di imparare a guidare la mia vita.

“Le Strade di Famiglia”

Nel frattempo anche mia madre aveva ripreso la moto.
Quando finalmente ottenni il foglio rosa, iniziarono i primi giretti insieme — brevi uscite all’inizio, poi via via sempre più lunghi, fino a diventare un vero e proprio rituale.
Ancora oggi è il nostro passatempo preferito: salire in sella, scegliere una direzione senza pensarci troppo e lasciarci guidare solo dal desiderio di strada e libertà.

Ho amato ogni momento con quella mia prima moto. Era perfetta per me: leggera, agile, sincera nelle sue reazioni.
Mi ha insegnato moltissimo — non solo a guidare, ma a capire le mie paure, a rispettare i limiti e, soprattutto, a superarli.
Con lei ho percorso chilometri e chilometri, su asfalto e su sterrato leggero, con il sole che bruciava l’asfalto d’estate e con il freddo tagliente dell’inverno che filtrava nei guanti. Ogni stagione aveva un suo colore, un suo profumo, un suo ritmo.

Due anni dopo arrivò il momento di voltare pagina.
Una nuova patente, una nuova moto: la Ducati Monster 797 depotenziata.
Ricordo il primo sguardo a quella moto come si ricorda un incontro importante — un misto di rispetto, curiosità e timore. Era più potente, più “matura”, e per me rappresentava un salto di livello.
È stata, senza dubbio, la moto migliore che abbia mai avuto.
Con lei ho vissuto un periodo di crescita continua: curve più impegnative, viaggi più lunghi, tante piccole soddisfazioni che, una dopo l’altra, hanno costruito la mia sicurezza.

In quegli anni anche mio fratello prese la sua prima moto, e così la passione diventò un affare di famiglia.
Uscivamo spesso insieme, noi due e un gruppo di amici che condivideva la stessa fame di strada.
Molti di loro erano istruttori di guida, persone esperte che non si limitavano a darci consigli: ci osservavano, ci correggevano, ci insegnavano a leggere la moto, a sentire le ruote, a capire cosa succede quando la fisica e il corpo si incontrano sull’asfalto.

Io, in particolare, rimasi affascinata da tutto ciò.
Più imparavo, più volevo capire: come frenare meglio, come impostare le curve, come reagire nelle situazioni di emergenza.
Da lì nacque il mio interesse per i corsi di guida sicura — non solo per migliorare, ma per crescere come motociclista consapevole, per conoscere davvero il mezzo che amavo.

Ogni volta che salivo in sella sentivo di aggiungere un tassello in più alla mia storia.
Non era solo una passione, ormai, ma una parte di me — un modo di vivere, di imparare, di respirare libertà.

“La Sosta e la Riconquista”

Poi arrivò un periodo in cui mi sono allontanata dalle moto.
Non per scelta, ma perché la vita, a volte, ti spinge in direzioni diverse.
Mi ero trasferita a La Spezia per studiare design nautico, e per la prima volta la priorità non era più la moto, ma la necessità di avere una macchina per muovermi tra lezioni, spostamenti e impegni.
Così, con un nodo in gola, sono stata costretta a vendere la mia moto.

All’inizio pensavo che sarebbe stato solo un arrivederci, ma il tempo passava veloce e gli studi assorbivano ogni energia.
Nonostante tutto, ogni tanto riuscivo a ritagliarmi qualche piccolo spazio: qualche chilometro in moto, sempre prestata, insieme ai miei genitori e a mio fratello.
Erano momenti brevi ma intensi, in cui riscoprivo la sensazione familiare del vento sul casco, del motore che rispondeva ai miei movimenti come se non fosse mai passato un giorno.

La vera svolta è arrivata l’anno scorso.
Mia madre aveva deciso di vendere la sua Monster 696 per passare a un’altra moto.
Appena l’ho saputo, ho pregato i miei genitori di tenerla per me, ma non volevano sentire ragioni.
Dicevano che non era il momento, che avrei dovuto aspettare, che c’erano altre priorità.

Ma io non ero disposta a cedere.
Dopo una vera e propria battaglia familiare durata mesi, tra discussioni, insistenze e promesse, ho messo tutto il mio cuore in quella richiesta.
Sono arrivata perfino a minacciare — con un sorriso solo a metà — che se avessero venduto la moto, non sarei più uscita in moto con loro.

Alla fine, la mia determinazione ha avuto la meglio.
Li ho convinti con un ultimo argomento, sincero e deciso: se avessero davvero messo in vendita la moto, l’avrei comprata io stessa.
E così, dopo tante parole e tanta ostinazione, hanno deciso di tenerla per me e per mio fratello.

In quel momento ho capito che, anche quando la vita ti costringe a fermarti, la passione vera non si spegne mai.
Può restare in silenzio per un po’, ma appena trova la strada giusta, torna a bruciare più forte di prima.

“Rossina, la Ribelle”

Adesso la mia moto è una Ducati Monster 696, che mia madre ha ribattezzato affettuosamente “Rossina”.
Un nome che le calza a pennello: piccola, compatta, rossa come il fuoco — e con un carattere tutto suo.
È tanto carina da guardare quanto scorbutica da domare, e in fondo credo che sia proprio per questo che ci assomigliamo tanto.

Il nostro primo incontro, infatti, non è stato dei più dolci.
Rossina mi ha messo alla prova fin da subito: appena salivo in sella, sembrava quasi voler dimostrare chi comandava.
Nei primi giri mi ha quasi disarcionata più di una volta, come se volesse dirmi: “Se vuoi starmi dietro, devi meritartelo.”
Per un attimo ho davvero creduto di aver dimenticato come si guidava.
Ogni curva mi sembrava una lotta, ogni frenata una sfida.

Poi, con calma e pazienza, abbiamo scoperto che non era del tutto colpa mia.
Alcune regolazioni dell’assetto erano state perse, e bastavano pochi millimetri per cambiare completamente il suo modo di reagire.
Una volta sistemata, le cose sono andate meglio, ma Rossina non è il tipo da farsi domare facilmente.

Guidarla è come imparare da capo.
Non perdona le distrazioni, non accetta esitazioni.
Vuole che tu sia presente, attiva, concentrata — sempre.
È una moto che ti obbliga a sentirla con tutto il corpo: le braccia che lavorano, le gambe che stringono, il respiro che si sincronizza con il battito del motore.
È fisica, intensa, viva.

Con lei non puoi limitarti a “condurre”: devi dialogare, rispettarla, anticipare ogni reazione.
E quando finalmente trovi il ritmo giusto, quando senti che lei ti riconosce come la sua pilota, allora sì — la magia accade.
Il mondo si allinea, la strada diventa un’estensione del pensiero e Rossina smette di opporsi: comincia a fidarsi.

In quel momento ho capito che il nostro rapporto sarebbe stato esattamente così: fatto di testardaggine, rispetto e forza reciproca.
Due caratteri forti che si affrontano, si misurano e poi imparano a correre insieme.

“Tra Mare e Asfalto”

Oggi la mia vita scorre tra barche e moto, due mondi diversi ma uniti dallo stesso filo invisibile: la libertà.
Da una parte il mare, con la sua calma apparente e la sua potenza nascosta; dall’altra la strada, viva, imprevedibile, sincera.
Mi mancano pochi passi per concludere gli studi in design nautico, ma già sento nascere dentro di me un nuovo sogno, uno di quelli che non ti fanno dormire la notte perché sai che, in fondo, ti appartengono davvero.

So che è un sogno ambizioso, forse anche un po’ folle, soprattutto adesso che vivo lontano dalla mia moto e che ogni domenica, per poter uscire a guidare, devo fare i salti mortali tra turni di lavoro e impegni.
Eppure non riesco a smettere di pensarci: un giorno, vorrei diventare istruttrice di guida.

Non per vanità, ma per gratitudine.
Perché tutto ciò che ho imparato in questi anni — la tecnica, il controllo, la consapevolezza, ma anche la fiducia e il rispetto per la strada — mi è stato trasmesso da qualcuno che, a sua volta, ha creduto in me.
E io voglio fare lo stesso: restituire ciò che ho ricevuto, trasmettere agli altri quella sensazione unica di potere e armonia che solo la moto sa dare.

La vita, in fondo, è così: ti mette davanti a ostacoli, distanze, fatiche. Ma se sai davvero cosa vuoi fare, se lo senti nel profondo, ogni sacrificio assume un senso.
La determinazione non è solo forza: è fiducia.
È credere che anche quando il traguardo sembra lontano, ogni piccolo passo ti sta già portando esattamente dove devi arrivare.

E così continuo a camminare — o meglio, a correre — tra mare e asfalto, con la certezza che prima o poi quel sogno, oggi ancora chiuso in un cassetto, troverà la sua chiave.

“Ispirazione su Due Ruote”

Voglio fare il punto della situazione. Ho scritto prima di tua madre, Mariapia, e ora di te, Giada.
Devo ammettere che mi sento quasi in soggezione: questo era esattamente ciò che desideravo scrivere.

Quando ero più giovane, vedevo un padre e un figlio in moto, rispettivamente su una Suzuki GSX-R 1000 e su una GSX-R 750, girare insieme. Il padre, con il classico atteggiamento machista, diceva sempre: “Non t’azzardare a sorpassarmi”. E io, guardando quella scena, pensavo che la moto fosse un mondo ancora rigidamente definito, quasi esclusivamente maschile.

Poi, a settembre, a Dainese Firenze, vi incontro: tu e tua madre, entrambe con la tuta da pista. In quel momento mi sono chiesto se fossi sveglio o se stessi sognando. Madre e figlia, insieme, così determinate, così sincronizzate, così autentiche.
E ho capito che forse, finalmente, avevo trovato la mia strada.

Ricordo di aver detto a tua madre quanto fosse stata per me un’emozione unica vedere ciò che avevo appena davanti agli occhi.
E poi, scrivendo di voi due, ho scoperto qualcosa di profondo: dietro al risultato che oggi si vede c’è la conoscenza di ciò che si vuole ottenere e la determinazione a perseguirlo.
Ci sono percorsi forti, pianificati bene, fatti di prove, di test di vita, di costanza.

Ma la vera vittoria, Giada, sei tu.
Sei tu che segui il tuo cuore, che sai cosa vuoi e sei decisa e determinata nell’ottenerlo.
E lo fai con alle spalle una famiglia unita da un obiettivo comune e semplice: vivere la passione dei motori.
Voi due, madre e figlia, non vi limitate a coltivare questa passione: la trasformate in esempio, in ispirazione per chi vi incontra e per chi vi conosce.

Vuoi sapere una cosa, Giada?
Mi hai ispirato davvero tanto.
E ora, più che mai, sento il desiderio di scrivere ancora e ancora, alla ricerca di altre donne come te: donne che sanno esattamente cosa fare della propria vita, che riescono a discernere il proprio obiettivo e a perseguirlo con chiarezza e coraggio.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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