Il viaggio in moto è molto più che spostarsi da un punto all’altro: è un modo di attraversare il mondo e, allo stesso tempo, sé stessi. È scoprire strade nuove, luoghi inattesi, persone che ti cambiano un po’ alla volta. È affrontare l’ignoto con il vento in faccia e il coraggio nella tasca interna del giubbotto.
Mi torna sempre in mente una scena del mio film preferito, L’Albatross di Ridley Scott: il capitano, osservando l’orizzonte, parla di ciò che attende oltre la linea del mare. Non promette meraviglie, anzi: ci sono tempeste, onde furiose, secche traditrici. Ci sono prove che possono spezzarti o temprarti. E quando gli chiedono perché mai dovrebbero spingersi là fuori, la sua risposta è limpida: perché è così che si forma il carattere. Un carattere che non nasce nel porto tranquillo, ma dove la sfida obbliga a tirare fuori il meglio di sé.
Ecco, Cristina è esattamente questo: carattere motociclistico puro. Autentica, semplice, efficace, ostinata e resistente. Ha scelto la sua strada il giorno in cui la sua bussola interiore ha tracciato una parola sola: Moto. Da quel momento, nessuna incertezza. Le difficoltà non sono mancate, e anzi sono state parte del viaggio. Le troverete raccontate qui di seguito. Ma non l’hanno fermata: l’hanno alimentata, l’hanno resa più forte, hanno trasformato la sua passione in destino.
Dove Nasce una Passione
Sono Cristina, classe ’83, ligure di origine cresciuta tra i mugugni, il profumo del pesto verde appena pestato e la focaccia che ti unge le dita e l’anima.
La mia storia con i motori nasce molto prima che io ne prendessi davvero coscienza. Nasce sul divano di casa, la domenica mattina, seduta accanto a mio papà. Erano i tempi di Senna e di Schumacher: lui seguiva ogni curva con lo sguardo acceso, e io, piccola, guardavo più lui che la gara. Volevo capire cosa ci fosse in quel rombo che lo faceva vibrare dentro. E in quei silenzi, nelle sue spiegazioni semplici ma piene d’amore, è passato qualcosa. Un filo invisibile, un’eredità che un padre regala a una figlia senza nemmeno saperlo.
A 13 anni è arrivato il mio primo motorino: un Kymco 50 Sniper. Mio papà era fiero, come se mi stesse consegnando un pezzetto del suo mondo. Mia mamma, invece, era tutt’altro che convinta — e ancora oggi la capisco. Ma quel giorno me lo ricordo come fosse adesso: il luccichio del motorino nuovo, la chiave in mano, il primo respiro di libertà.
Dopo scuola e nei weekend, io e i miei amici ci lanciavamo su per le strade di Cogoleto e Arenzano, facendo piccole garette che sembravano grandi avventure. Non lo sapevo ancora, ma ogni curva, ogni sgasata, ogni risata condivisa stava costruendo la strada che un giorno avrei davvero imboccato: quella delle due ruote.

La prima Adrenalina
Alcuni dei miei amici già giravano con le moto 50, e io le guardavo come si osservano gli oggetti del desiderio: con un misto di rispetto, curiosità e fame. Tra tutte, ce n’era una che mi stregava più delle altre: l’Aprilia RS con le grafiche Chesterfield. Era un fulmine nero e colorato, aggressiva e sinuosa, carica di un fascino quasi proibito.
Il giorno in cui ne provai una, tutto cambiò. Bastò aprire il gas per capire che quel rumore, quella vibrazione, quell’odore di miscela… parlavano direttamente a me. Ma a casa mia la risposta era sempre la stessa: “La moto? No.” Così, quella scoperta diventò un piccolo segreto, un rito clandestino. La provavo di nascosto, senza far rumore — tranne quello del motore, che invece mi urlava dentro.
Poi arrivò il momento che ancora oggi ricordo come un lampo: un amico più grande mi fece salire sulla sua Aprilia RS 125. Un salto di potenza, di coraggio, di mondo. Appena partii sentii un sorriso spalancarsi sul mio viso, uno di quelli che non riesci a trattenere, che ti tradiscono, che ti dicono la verità prima ancora che tu la capisca.
In quel sorriso c’era già tutto: la libertà, l’adrenalina, l’identità che stava nascendo. La passione per le due ruote non era più una curiosità: era appena iniziata, e non avrebbe più smesso di crescere.
Quando Crolla una Colonna: Lezioni Che la Vita Non Dovrebbe Insegnare
Purtroppo la vita ha un modo tutto suo — spesso crudele, sempre incomprensibile — di insegnarti le lezioni più dure. Qualche anno dopo, quella leggerezza fatta di motori, risate e sogni condivisi si è spezzata all’improvviso: mio padre è morto in un incidente sul lavoro.
In un istante si è spento non solo un uomo, ma una colonna portante. La guida, la presenza forte e silenziosa che aveva acceso in me la passione per i motori. Da quel giorno niente è più stato lo stesso. Abbiamo cambiato casa, ho venduto lo scooter, e la quotidianità ha preso un peso nuovo, troppo grande per le mie spalle di allora. Ho iniziato a lavorare presto, con un senso di responsabilità che non avevo chiesto ma che ho dovuto imparare a sostenere.
Il sogno di prendere la patente della moto — quel sogno che portava ancora il profumo delle domeniche con lui — è finito in un cassetto. E lì è rimasto per anni, chiuso come si chiudono le cose che fanno troppo male per essere guardate.
Eppure, anche nel dolore più ingiusto, lui continuava a vivere dentro di me: nella memoria del rombo della Formula 1, nel ricordo dei suoi occhi quando mi parlava di motori, e in quella forza che, senza saperlo, mi aveva insegnato a coltivare.
La Realizzazione del Sogno
A 33 anni, con un lavoro stabile e un po’ più di solidità nelle mani e nel cuore, ho deciso che era arrivato il momento: il sogno che avevo lasciato in sospeso troppo a lungo doveva finalmente diventare realtà. In quel periodo il mio ex fidanzato, che guidava la moto, mi diede la spinta finale per provarci. Così mi sono iscritta, ho studiato, ho praticato, e alla fine… eccola lì: la benedetta, sospirata, meritatissima patente.
Poterla stringere in mano è stato come riaprire quel cassetto chiuso da anni e ritrovare non soltanto un sogno, ma una parte di me stessa. E con la patente, finalmente, arrivò anche la scelta della mia prima moto. Il momento in cui ho deciso quale sarebbe stata “la mia” è stato un vero battesimo: un misto di entusiasmo, libertà e un brivido lungo la schiena che diceva ce l’hai fatta. I primi giri non erano solo giri: erano una promessa mantenuta alla me bambina.

L’Alienazione della Passione
Ma presto mi sono accorta che non tutti vivono la moto allo stesso modo. Il mio ex, infatti, aveva un’idea di motociclismo che iniziava e finiva sempre nello stesso punto: il Passo del Turchino. Per chi è della zona è un nome noto, quasi un classico… ma farlo avanti e indietro tutto il giorno, senza curiosità, senza avventura, senza esplorazione, iniziava a spegnermi dentro.
Io sentivo il bisogno di vedere nuovi orizzonti, di perdermi e ritrovarmi tra strade sconosciute, di respirare la libertà che una moto ti promette. Ma percorrere sempre la stessa strada mi faceva l’effetto opposto: era come vedere la mia passione, appena ritrovata, rinchiudersi di nuovo dentro un recinto. Non mi riconoscevo in quel tipo di motociclismo ripetitivo, e dentro di me cresceva la consapevolezza che la moto, per me, era molto di più di un tragitto familiare ripetuto a memoria: era vita, scoperta, movimento.
La Prima Moto
La mia prima moto è stata una Suzuki Inazuma 250: compatta, maneggevole, perfetta per costruire fiducia passo dopo passo. Non era alta, non era intimidatoria, ed è stata la compagna ideale per i miei primi chilometri da motociclista. All’inizio ero entusiasta: ogni avviamento, ogni curva, ogni piccolo progresso era una vittoria, un nuovo tassello del sogno che stavo finalmente vivendo.
Ma dentro di me c’era qualcosa che premeva, una voce che mi chiamava oltre i confini del quotidiano. Sentivo il bisogno di spingermi più lontano, di vedere cosa c’era al di là dei soliti percorsi. Così ho iniziato a organizzare i miei primi giri in solitaria. Partivo senza un piano preciso, solo con la voglia di scoprire, di sentirmi libera, di ritrovare quella me stessa che per anni aveva dovuto restare in silenzio. La moto, per me, era finalmente diventata un’estensione del respiro.
Il Male che Non Conosci
Ma ancora una volta, l’universo ha deciso di fermarmi per insegnarmi una lezione che non avrei mai voluto imparare. Mia mamma si è ammalata: tumore all’utero. Una di quelle parole che ti ghiaccia il sangue, che ti taglia le gambe, che ti costringe a cambiare rotta senza chiedere il permesso.
La sua malattia ha scomposto ogni equilibrio. Tutto ciò che avevo iniziato a costruire, ogni piccola emozione di libertà ritrovata, è stato messo da parte. Sono figlia unica, e il mio istinto è sempre stato quello di agire, di prendere in mano la situazione senza aspettare che qualcuno mi dica come fare. Quando c’è un’emergenza, io parto: vado dritta come un treno, senza fermarmi finché non ho fatto tutto ciò che posso.
Così ho fatto anche stavolta. Ho messo la moto, i giri, le scoperte su una mensola alta e irraggiungibile. E ho iniziato a prendermi cura di lei, giorno dopo giorno, affrontando un male che non conosci, che non puoi prevedere, e che arriva a bussare alla porta quando meno te lo aspetti.
Do Ut Des
Quell’anno avevo preso la patente della moto da pochi mesi, e senza saperlo era diventata la mia ancora di salvezza. In un periodo in cui avrei avuto un disperato bisogno di sostegno, il mio fidanzato dell’epoca — insieme alla sua famiglia — si rivelò non una presenza, ma un peso in più.
Non entrerò nei dettagli, perché non servono: ciò che conta è che proprio in uno dei momenti più duri della mia vita ho visto con chiarezza chi avevo davvero accanto. E la risposta è stata: nessuno.
La malattia di mia madre aveva aperto una crepa enorme, e in quella crepa mi aspettavo di trovare una mano tesa, qualcuno capace di restare, di condividere il dolore, di fare anche solo un passo verso di me. Perché la vicinanza affettiva non è solo presenza fisica: è esserci quando il mondo ti crolla addosso, è sostenersi a vicenda, è capire che l’amore — quello vero — è reciproco, è uno scambio continuo di attenzioni, forza e cura.
Invece mi sono ritrovata sola. Una solitudine così potente da risuonare nello stomaco. Ma è proprio lì, in quel vuoto, che ho preso una decisione fondamentale: da quel momento avrei vissuto ascoltando solo il mio cuore e il mio istinto, senza più delegare ad altri il compito di salvarmi o di riempire le mie mancanze.
La moto, in tutto questo, è rimasta l’unica costante sincera: non prometteva, non tradiva, non giudicava. Ti portava dove volevi andare. E forse, per la prima volta, anche io ho iniziato a farlo.
Rinascita e Consapevolezza
Da quel momento in poi la mia vita ha cambiato direzione. Ho cambiato moto e con lei ho cambiato me stessa. Ho scelto una Ducati Monster 797, rosso fiammante: non una moto, ma una dichiarazione. Ho comprato borse laterali, telaietti, tutto ciò che serviva per viaggiare davvero. E così ho iniziato a partire, a macinare chilometri in giro per l’Europa, a scoprire strade nuove e un nuovo modo di stare al mondo.
Nel frattempo ho comprato casa. Mi sono presa cura di me stessa come non avevo mai fatto: con attenzione, rispetto, persino con una dolcezza che prima riservavo solo agli altri. Guardandomi indietro, è incredibile pensare a quanto una “sberla” metaforica — una malattia, una frattura emotiva, un dolore profondo — possa spalancare gli occhi.
Quello che sembrava solo un trauma è diventato il punto esatto in cui ho capito chi ero, cosa valevo e dove volevo andare. E una passione che avevo sempre sentito dentro, ma che per anni era rimasta in silenzio, è diventata la mia guida più limpida.
Per fortuna, mia mamma ha iniziato pian piano a stare meglio. È stata una battaglia durissima, ma ce l’ha fatta. Vederla rialzarsi è stato un segnale chiaro: la vita può colpirti forte, ma può anche sorprenderti con la sua forza e la sua resilienza.
Da lì in poi, ogni festa, ogni giorno libero, ogni momento “mio” diventava un’occasione per pianificare un giro, un viaggio, un altro pezzo di mondo da esplorare in solitaria. E in ogni itinerario, in ogni curva presa da sola, si consolidava una verità nuova: ero capace, ero autonoma, ero finalmente me stessa.
La Scoperta della Mia Sete di Avventura
Il mio primo vero weekend in solitaria è stato in Francia, tra le pareti maestose delle Gole del Verdon e gli sterminati campi di lavanda che profumano l’aria come un abbraccio. Ricordo ancora quella sensazione: io, la mia moto rossa e il mondo davanti. Nessun rumore se non il rombo del motore e il battito del cuore.
Da lì è iniziato un viaggio dentro e fuori di me. Ho attraversato l’Austria e le Dolomiti, tra vette che sembrano dialogare con il cielo. Poi la Toscana, con la Val d’Orcia che ti avvolge come un dipinto vivo, e ancora le Gole del Furlo, le colline morbide delle Marche e l’imponenza dei Monti Sibillini — luoghi che ho scoperto grazie a una cara amica che, in moto, è stata una guida e nell’anima un faro.
Ogni chilometro aggiungeva un tassello alla mia sicurezza, ogni panorama apriva un pezzo nuovo della mia immaginazione. Finché, tutta gasata e più viva che mai, ho capito che era arrivato il momento di riaprire un sogno che tenevo chiuso nel cassetto da anni: la Wild Atlantic Way.
Percorrere l’Irlanda in moto lungo quella strada mitica, selvaggia, battuta dal vento dell’oceano. Era un desiderio che avevo custodito per tanto tempo, quasi con timore, come se fosse troppo grande per me. Ma quella nuova Cristina, quella che aveva imparato a credere nelle proprie capacità, aveva finalmente deciso: adesso si parte.
Nel frattempo avevo incontrato altre donne motocicliste, anime libere e coraggiose che come me viaggiavano da sole. I loro racconti, la loro forza, la loro presenza mi hanno dato lo slancio che mi mancava. È anche grazie a loro se quel sogno si è trasformato in realtà.
E così ho capito che la vera avventura non è solo nei luoghi che raggiungi, ma nel coraggio di ascoltare quella voce interna che ti chiama lontano. Quella sete di mondo, di vento, di curve, di vita… che non si spegnerà mai più.
Il Coraggio di Essere Sola
Un viaggio di 6000 km. Da sola.
Quando l’ho deciso, la paura mi mordeva lo stomaco… ma l’eccitazione era più forte. Avevo il cuore che correva più veloce della mia moto, come se sapesse già che quel viaggio avrebbe cambiato tutto.
Su consiglio di un caro amico, ho preso il traghetto per Cherbourg e da lì ho puntato verso il punto più a sud dell’Irlanda: Mizen Head. Era l’inizio perfetto della Wild Atlantic Way, una linea di costa selvaggia che sembra parlare più con l’anima che con gli occhi.
Da quel punto estremo ho iniziato a risalire l’isola: scogliere imponenti come le Cliffs of Moher, le remote e maestose Slieve League Cliffs, città dal carattere vibrante come Cork, Galway, Dublino… fino a raggiungere Malin Head, il punto più a nord, dove il vento ti strappa i pensieri di dosso e ti lascia solo ciò che sei, senza filtri.
È stato un viaggio trasformativo.
Ogni chilometro mi ha tolto un pezzo di paura e mi ha regalato un pezzo di forza.
Ho scoperto quanto fossi capace, autonoma, decisa. Ho scelto — finalmente, consapevolmente — di voler essere felice senza compromessi.
E lì, tra oceano e silenzi, ho conosciuto la libertà nel suo significato più puro.

La Strada Condivisa: L’Alchimia dei Viaggi di Gruppo
Dopo il Covid, la vita è ripartita… e con lei anche la mia voglia di creare connessioni vere. Ho iniziato a collaborare con le Zenagirls, organizzando viaggi in moto pensati per donne come me: coraggiose, curiose, affamate di mondo.
È stato come accendere un fuoco.
Da quel momento ho capito con una chiarezza totale: volevo fare questo nella vita.
Volevo aiutare le persone a vivere il viaggio dei loro sogni, rendere la moto uno strumento di scoperta, sicurezza e libertà. Così è nato In Viaggio con la Cri.
Dopo corsi, attestati e tanta formazione, sono arrivati i primi viaggi ufficiali: Corsica, Slovenia, Italia. Poi, l’anno successivo, un vero trionfo: Provenza, Pirenei, Spagna, Germania, Toscana, Langhe. E a breve usciranno le nuove date del 2026.
Ogni viaggio è stato un vortice di emozioni: risate, condivisioni sincere, strade che sembrano cucite su misura per liberare l’anima, persone che arrivano da sconosciute e ripartono come famiglia.
La mia missione è chiara:
far viaggiare le persone, permettere loro di esplorare il mondo in autonomia, con facilità e in totale sicurezza, dentro un ambiente familiare, accogliente, profondamente umano.
Perché la felicità, quando la si vive insieme, prende una forma ancora più luminosa.
Il Cambiamento
Credo nel potere trasformativo del viaggio, nella sua capacità di cambiare profondamente chi lo vive. Viaggiare significa conoscersi, mettersi alla prova, crescere e scoprire sia il mondo che se stessi. Ogni curva, ogni strada, ogni incontro è un’occasione di esplorazione autentica, che parla sia all’anima che ai sensi.
Nei miei viaggi, i gruppi sono piccoli. Questo non è un dettaglio: mi permette di avere sempre la situazione sotto controllo in strada, di creare un clima armonioso, e soprattutto di favorire la nascita di legami genuini. La voglia di condividere una passione comune, unita alla piccola dose di fatica o disagio che ogni avventura porta con sé, diventa l’ingrediente segreto di esperienze indimenticabili.
Metto le mie competenze a disposizione di coppie, che vogliono un viaggio strutturato su misura, e di viaggiatori solitari, perché credo che il vero protagonista del viaggio sia chi lo vive. Non il mezzo, non la guida, non la destinazione: ma la persona stessa.
È questa la filosofia che guida ogni mia esperienza: il percorso conta più della meta, perché è nel cammino, nelle scelte, nei momenti condivisi o affrontati da soli, che nasce la vera trasformazione.
In Sella alla Mia Forza
Per me la moto non è mai stata solo un mezzo di trasporto. È simbolo di libertà, di scoperta, di coraggio. Mi ha insegnato a conoscermi davvero, ad accettarmi per quella che sono, e allo stesso tempo a mettermi in discussione, a crescere, a trasformare la mia vita.
Nei momenti più bui, quando tutto sembrava crollare, è stata lei a farmi ritrovare la luce. Ancora oggi, quando ho bisogno di chiarezza o di respiro, faccio il pieno di benzina, monto in sella, accendo il motore e parto. In quei momenti, il mondo fuori si ferma e dentro di me esplode una forza che sapevo di avere, ma che solo la strada sa far emergere.
Penso alle persone che ho incontrato grazie a questa passione: compagne di viaggio, amici di curve e di scoperte, anime che ancora oggi arricchiscono la mia vita. Mi sento fortunata, privilegiata, ma soprattutto grata. Grata alla vita, alle sfide, ai sogni inseguiti e realizzati.
La moto non è solo un veicolo: è un rituale di forza, coraggio e determinazione, una dichiarazione che ogni volta che salgo in sella, scelgo me stessa. E ogni viaggio, ogni curva, ogni respiro sull’asfalto è la prova tangibile che posso affrontare tutto ciò che la vita mi riserva, a testa alta e con il cuore pieno di passione.
Cristina e l’Alchimia del Viaggio
Cristina non viaggia solo per raggiungere una destinazione: ogni chilometro percorso, ogni curva affrontata, ogni strada sconosciuta diventa un riflesso di sé stessa. Come l’alchimista di Coelho, scopre che il vero tesoro non è il luogo in cui arrivi, ma ciò che impari lungo il cammino.
Ogni viaggio in moto è per lei una lezione: la strada insegna pazienza, coraggio, resilienza. Insegna che affrontare il vento contro, la pioggia improvvisa, i sentieri impervi non è solo una prova fisica, ma un dialogo con la propria forza interiore. Ogni curva, ogni sosta, ogni incontro con persone e paesaggi diversi è un piccolo specchio che le mostra chi è, chi può diventare, quali paure può superare e quali sogni può trasformare in realtà.
Cristina ha imparato che la moto non è solo un mezzo, ma uno strumento di scoperta: un modo per liberarsi dai condizionamenti, ascoltare l’istinto, fidarsi di sé e della propria intuizione. Come l’alchimista che cerca la propria “leggenda personale”, lei comprende che il viaggio stesso è il segreto più prezioso. Non conta quanto lontano si arrivi, ma quanto profondamente ci si incontra lungo la strada.
E così, ogni volta che Cristina accende il motore e parte, non si muove solo nello spazio: si muove dentro di sé, attraversa le paure, raccoglie esperienze e trasforma il mondo esterno in un riflesso della propria anima. Il viaggio diventa allora la più grande forma di alchimia, perché ogni chilometro vissuto è un passo verso la comprensione di sé, della propria forza e della propria libertà.


