Katy

Ogni motociclista donna di cui scrivo, è diversa dall’altra. La sensibilità con cui vivono questa passione è qualcosa di autentico, intenso e profondamente sincero.
Per molte motocicliste, tra cui Katy, la moto rappresenta una vera e propria “cura” dallo stress quotidiano — quella che molti amano definire Mototerapia. È fatta di giri vissuti davvero, di momenti in cui, percorrendo un passo di montagna maestoso e leggendario, ci si ritrova a pensare:
“Ma io… davvero sto scalando la leggenda dei passi di montagna.”

Sottolineo questo dettaglio perché, come si potrà cogliere meglio nel racconto, è proprio qui che risiede l’essenza più pura del motociclismo: la capacità di catturare e viverne l’emozione.

Conoscere questa sfumatura di vita, è come ascoltare un assolo di chitarra elettrica di Brian May in Driven by You: una melodia che racchiude perfettamente ciò che si prova quando si guida una moto — libertà, passione e una profonda connessione con se stessi e con la strada.

La rinascita attraverso la moto

Due anni fa ho deciso di salire sulla mia attuale moto, e da quel momento è iniziata la mia rinascita.
Stavo attraversando un periodo buio, uno di quei momenti in cui si perde il contatto con sé stessi. Ma salire in sella mi ha costretto — dolcemente ma con fermezza — a dedicarmi a qualcosa che riguardava solo me.
Fino ad allora avevo speso il mio tempo e le mie energie per gli altri, dimenticando chi ero davvero. La moto è diventata la mia via di fuga, la mia cura, il mio spazio sacro. È stata lei a restituirmi la persona che avevo messo da parte molti anni prima.
In sella, ho trovato ascolto. Non servivano parole: il rumore del motore era il suo modo di dirmi che mi capiva, che potevo finalmente respirare e tornare a essere me stessa.

Il valore di una passione autentica

La moto mi ha insegnato che una vera passione è qualcosa che nessuno può contaminare. È un territorio intimo e inviolabile: la senti dentro, la coltivi dentro, e lì resta, viva e sincera.
È un legame che si nutre di libertà, di silenzi, di chilometri e di emozioni pure.
La mia prima moto è ancora quella che guido oggi — la mia Suzuki SV650, la mia Baby. Non è solo un mezzo, ma una compagna di viaggio, testimone silenziosa di un percorso interiore.
Ogni curva, ogni strada, ogni sosta mi ricordano che il valore di una passione non sta solo nel fare, ma nel sentire: nel permettersi di essere, finalmente, sé stessi.

Il primo incontro con la passione

La prima moto in casa era di Andrea, mio marito.
Un giorno mi propose di fare un giro insieme — 500 chilometri di pura magia. Ero seduta dietro di lui, ma già dopo i primi chilometri sentivo che quel posto non era il mio. Dentro di me cresceva il desiderio di vivere quell’esperienza in prima linea: volevo sentire ogni curva, ogni vibrazione, ogni respiro del paesaggio con la mia prospettiva.
Alla fine di quella giornata, ancora col cuore pieno di emozione, gli chiesi di poterla provare. E da quel momento… non sono più scesa!
L’emozione è stata indescrivibile: sembrava che quella moto la conoscessi da sempre, come se mi stesse semplicemente aspettando per ricordarmi chi ero davvero.

L’esperienza, la scoperta e la consapevolezza

All’inizio feci pratica proprio con quella Suzuki, ma essendo di Andrea non potevo usarla con la libertà che desideravo. Poi arrivò l’occasione: una Kawasaki KLR600 del 1986, una moto enduro dal carattere deciso e autentico.
Con lei ho vissuto momenti meravigliosi, mi sono divertita, ho imparato tanto, e ho compreso il significato profondo del vivere la propria passione a 360 gradi.
Ogni giro, e ogni tramonto visto dal sellino mi hanno insegnato che il motociclismo non è solo un hobby: è un modo di esistere, una forma di libertà che ti avvicina a te stessa e al mondo in un equilibrio perfetto tra adrenalina ed emozione pura.

La consapevolezza di una scelta

Durante i nostri weekend in moto, ad ogni rientro salivo sulla SV, perché sarebbe stata la moto con cui avrei dovuto sostenere l’esame della patente.
Giro dopo giro, però, è successo qualcosa: più la guidavo, più sentivo che quella moto aveva qualcosa di speciale.
Non era solo una questione di comfort o di guida — era una sensazione più profonda, come se ci fosse un legame naturale tra noi. Così, un giorno, dissi ad Andrea che con quella moto mi sentivo davvero bene… che la sentivo mia.

Un passaggio di testimone pieno d’amore

Dopo circa quaranta giorni passati con la KLR600, decidemmo di scambiarla con una Z750 del 2005, che finì tra le mani di Andrea. E finalmente, la Suzuki SV650 diventò ufficialmente mia.
A prima vista potrebbe sembrare che gliel’abbia “soffiata”, ma in realtà non è stato così: lui stesso da tempo pensava di cambiarla, anche se l’idea di separarsene del tutto non lo convinceva.
Così, la soluzione è stata naturale: quale destino migliore per la sua amata moto, se non quello di restare in famiglia… e, soprattutto, tra le mie mani?

L’anima di una donna in sella

La mia moto è stata la mia cura, la mia ancora, la mia libertà.
È la mia compagna più fedele, quella che non mi ha mai chiesto nulla, ma mi ha dato tutto.
Quando salgo in sella, non porto solo il casco: porto con me ogni parte di me stessa, anche quelle che per anni ho nascosto o dimenticato.

La mia moto è la mia estensione, il mio riflesso più vero.
Può sembrare esagerato, ma per me non lo è: lei parla la mia stessa lingua, quella delle emozioni forti, dei silenzi che curano, del vento che libera la mente.
È la mia forma più autentica di espressione, l’unica capace di contenere la mia energia, la mia iperattività, la mia sete di vita.

In sella non sono “una donna in moto”: sono semplicemente me.
Ogni curva è un respiro, ogni accelerata è un battito, ogni strada un frammento della mia storia.
Non potrei farne a meno, perché lei non è solo una moto — è la parte di me che mi ha insegnato a non aver paura di essere viva, intensa e vera.

Verso il sogno della pista

Non sono ancora stata in pista… ma manca poco.
È un sogno che porto con me sin da quando ho la moto, un obiettivo che ho coltivato con la stessa determinazione con cui affronto ogni curva della vita.
So che presto accadrà, e so anche che quel giorno lo vivrò proprio con la mia moto — la mia compagna di strada, quella che ha condiviso con me ogni passo di questo percorso. Il circuito sarà il Tazio Nuvolari, un luogo che per me rappresenta non solo la velocità, ma la piena consapevolezza di ciò che sono diventata.

La pista, per chi ama davvero il motociclismo, non è solo un tracciato d’asfalto.
È un terreno sacro dove si tocca il limite in sicurezza, dove si impara ad ascoltare ogni dettaglio — la moto, il corpo, il respiro — e a farli danzare insieme in perfetta armonia.
È la dimensione in cui si piega non solo con la moto, ma anche con l’anima: si scende fino a sfiorare il suolo con il ginocchio, sì, ma anche con il cuore, perché lì impari a fidarti, a lasciarti andare e a capire quanto puoi essere migliore.

Per me la pista è questo: il punto d’incontro tra coraggio e sensibilità, tra la tecnica e l’emozione, tra la donna che ero e quella che sto diventando.
E quando finalmente ci entrerò, so che non sarà solo un sogno realizzato — sarà un nuovo inizio.

La mia armatura per vivere

Ho fatto tanti, tantissimi passi di montagna.
Ognuno di loro mi ha lasciato un segno, un’emozione, una piccola verità.
Ma la prima volta sullo Stelvio non la dimenticherò mai: mi sono fermata a metà strada, ho tolto il casco e ho pianto. Non per la fatica, non per la paura — ma per la consapevolezza di essere , viva, presente, dentro qualcosa di immenso.

Ogni passo, ogni curva, ogni tornante mi ha insegnato che la vita si sente davvero solo quando la vivi con tutto il cuore.
La moto per me non è solo un mezzo, è un’estensione della mia anima. È la mia armatura, ma non un’armatura fatta per combattere: è quella che indosso per vivere.
Mi protegge, mi completa, mi permette di attraversare il mondo e me stessa con coraggio e libertà.

Ogni viaggio in sella è anche un viaggio interiore.
Non è una frase fatta — è la mia verità più profonda.
Perché ogni volta che accendo il motore, accendo anche la mia essenza: la parte di me che per anni è rimasta in silenzio, e che ora urla al mondo che esisto, che sento, che amo.

La moto mi ha dato tutto ciò che mi era mancato: la fiducia, la forza, la voce.
E adesso, ogni volta che mi avvolge il vento e mi scorre la strada sotto, so che sto vivendo la mia vita esattamente come l’ho sempre sognata — libera, consapevole e piena di emozione.

Vivere senza fine

Viaggi. Infiniti viaggi.
Chilometri su chilometri per scoprire il mondo e, ogni volta, un po’ di più anche me stessa.
Il mio sogno nascosto è diventare un giorno una pilota — o almeno un’amatrice capace di scendere in pista con rispetto, con dignità e con il cuore che batte all’unisono con la mia moto.
Ma non ho fretta.
Perché nel frattempo vivo ogni attimo di questa passione: i momenti con Andrea, le risate con gli amici motociclisti, le esperienze condivise e anche il mio spazio personale, quello che solo la moto sa darmi.

Continuo a scoprire il mondo delle due ruote in tutte le sue sfaccettature, e più lo esploro, più capisco che non esiste una fine.
Ogni viaggio, ogni incontro, ogni strada è una nuova scoperta.
Il motociclismo non è solo una passione: è uno stile di vita, un modo di sentire, di respirare, di guardare il mondo con occhi diversi.

Per me, essere una motociclista significa essere me stessa — senza filtri, senza schemi, senza regole.
Significa vivere ogni giorno con intensità, con libertà, con quella scintilla negli occhi che solo chi ha trovato il proprio posto nel mondo conosce.
E il mio posto è lì: in sella, tra il cielo e l’asfalto, dove la vita si sente davvero.

La giustizia della passione

Questo racconto è una chiave di volta.
Perché Katy non deve dare spiegazioni a nessuno per la sua passione, punto.
Nel suo modo di vivere la moto non c’è bisogno di giustificazioni, né di approvazioni. C’è solo verità.

Viviamo in un mondo dove spesso gli stereotipi fanno da filo conduttore, dove si tende a incasellare tutto — persino le emozioni. E proprio per questo, incontrare persone autentiche come Katy è raro, prezioso, necessario.
Lei sa cosa vuole, sa come lo vuole e, soprattutto, sa come viverlo.
Non deve dimostrare niente a nessuno, perché la sua libertà si misura nel rumore del motore e nella luce dei suoi occhi quando parte per un nuovo viaggio.

Forse dovrei dare ulteriori spiegazioni… ma in fondo no.
Quando ero più giovane, anche io sognavo di vivere la moto a modo mio.
Eppure, non mi era permesso.
Io, che nato uomo, facevo di tutto pur di poter salire in sella, mi scontravo con regole non scritte, con sguardi che ti facevano sentire “fuori posto” solo per seguire ciò che amavi.

E oggi, quando leggo e scrivo storie come quella di Katy, non posso fare a meno di pensare:
“Avevo ragione.”
Avevo ragione a credere che la passione, quando è vera, non conosce genere, età o giudizi.
Perché una passione autentica è giustizia pura: ti rende libero, ti rende vivo.
E raccontare di donne come Katy non è solo un piacere — è un atto di rispetto verso tutti coloro che, in sella o nella vita, hanno avuto il coraggio di scegliere se stessi.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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