Introduzione: Tra Passione e Amarezza
“Mah!”… sì, inizio proprio così, perché dopo aver letto e scritto tante storie, quella di Kiara mi ha lasciato un retrogusto dolceamaro. Da un lato c’è la sua potenza, dall’altro l’inevitabile confronto con la mia realtà. Vedi Kiara, leggendo di tuo padre—presente, partecipe, capace addirittura di anticipare l’emozione che avresti provato trovando la moto giusta—ho sentito un colpo allo stomaco. Non posso fare a meno di paragonarlo al mio: uno che alla prima moto è venuto, ma alla seconda mi ha chiamato incazzato nero, urlandomi che non voleva più saperne nulla. C’è chi ti insegna a sognare e chi ti spegne i motori sul nascere. Leggere di un padre che ti guida in questo modo non è solo bello, è un privilegio che urla giustizia. Cazzo, quella è vera passione! E poi c’è quel “nemico comune” che abbiamo condiviso: il peso. Qualcuno direbbe che sono cose che succedono, ma io dico proprio di no. Non è solo un numero sulla bilancia o un telaio pesante; è una battaglia che segna, ma che rende ancora più incredibile il modo in cui oggi ti fondi con la tua moto. Riscrivere il tuo testo è stato un viaggio intenso. La tua passione è un valore meraviglioso e raro.
“La parola a te, Biker!”
Una Sfida Chiamata Paura
Ciao Saimon,
Oggi ti racconto la mia storia. È un percorso articolato, forse un po’ fuori dal comune, pieno di nodi e di cadute, ma è visceralmente mia. Chi mi conosce sa che non sono come tutti gli altri: la mia passione non è nata da un colpo di fulmine, ma da una sfida feroce. Vedi, tra i 14 e i 20 anni ho visto troppi amici andarsene. Il suono di un motore e il profilo di un motorino per me non erano libertà, erano terrore puro. Erano lacrime e assenze. Per anni ho vissuto con questo blocco, finché un giorno ho deciso che non potevo più scappare: dovevo guardare quella paura dritto negli occhi e affrontarla. Ma per capire davvero, dobbiamo fare un passo indietro.
Prima che nascessi, i miei genitori erano dei veri nomadi dell’asfalto. Hanno girato il mondo in moto: mio padre biker, mia madre zavorrina. Avventure infinite, chilometri di vita vera… finché non sono arrivata io. In quel momento, per mille ragioni, hanno deciso di vendere la loro Yamaha XT 400. Il sogno di mio padre di tornare in sella, però, non si è mai spento. È rimasto lì, a covare sotto la cenere, diventando sempre più rumoroso mentre lui, paradossalmente, invecchiava. Tra la mancanza di soldi e il senso di responsabilità verso di me, non ha mai avuto il coraggio di fare il passo. Poi arriva il 2016. Torna a casa e annuncia: “Sono in pensione”. Dopo discussioni infinite, sono stata io a spingerlo: l’ho convinto a usare la liquidazione per riprendersi la sua libertà. E così, in un battito di ciglia, ci siamo ritrovati in garage una Harley Davidson 883 Iron. È stato lì che è iniziato tutto, Saimon… ma non nel modo in cui potresti immaginare.
La mia paura non era svanita. La voglia di salire su una moto? Non pervenuta. Eppure, nel 2018, qualcosa dentro di me ha fatto clic. Mi sono guardata allo specchio e ho deciso: io esisto, e non posso vivere rannicchiata all’ombra dei miei terrori. Ho iniziato a sfidare tutto, dalle vertigini a quell’armatura di metallo a due ruote che per anni mi aveva tenuta in ostaggio. Una mattina mi sveglio, vado da mio padre e sputo fuori la verità: “Papà, mi compro una moto”. Lui prima ride, poi mi guarda. Vede nei miei occhi qualcosa che forse non c’era mai stato. Mi risponde serio, quasi con orgoglio: “Ok! Cosa vuoi?”. In quel momento si è spalancato l’ignoto. Saimon, non sapevo nulla. Non sapevo cosa fosse un bicilindrico, non capivo le sigle, non distinguevo una marca dall’altra. Ero un foglio bianco davanti a un mondo di ferro.
Mio padre, da vecchio lupo, mi consiglia un Ducati Monster 600. Col mio metro e sessantotto e i miei cento chili, cercavamo un equilibrio che non avevo ancora trovato nemmeno con me stessa. Non ero alta, non ero magra, ma c’ero. Iniziamo a girare. Dopo la terza Ducati vista, lui mi mette alle strette: “Allora, la vuoi o no? Le hai provate?”. Gli ho risposto ridendo, per non tremare: “Ma sei pazzo? Non so nemmeno come si accendono, figuriamoci cambiare le marce!”.
Lì è scattata la trappola della libertà. Mi ha portata in garage e ha pronunciato l’unica parola che non ammette repliche: “Sali”. Non potevo più tornare indietro. Per orgoglio, per rabbia, per dignità… sono salita. Mi ha spiegato tutto in un soffio, ha acceso il motore e sono partita. Cinquanta metri sulla stradina di casa, avanti e indietro, per capire come non far morire quel pezzo di ferro tra le gambe. Sarò onesta con te: non è stato amore a prima vista. Non ho sentito le farfalle nello stomaco. Ma quel giorno, su quei miseri cinquanta metri, ho capito una cosa fondamentale: il motore ruggiva perché io l’avevo acceso. Io ero lì. Io esistevo.
La Digressione di Saimon: Il Silenzio del Ganza
Saimon: Sai Kiara, mentre leggo di tuo padre che ti scruta, che ti consiglia, che quasi ‘sente’ il motore insieme a te, io non posso che sputare fuori il mio livore. Io sono cresciuto a pane e racconti: mio padre mi ha riempito la testa con le cronache dei suoi viaggi, con l’epica della strada, costruendo in me l’aspettativa che, quando sarebbe arrivato il mio momento, lui sarebbe stato lì. Il veterano che scorta la recluta. E invece? Invece ha preferito la sua ‘ganza’ di turno. Ha scelto una giovinezza riflessa invece di onorare la mia crescita. Mi ha lasciato solo nel parcheggio della vita a capire come si sta in equilibrio, preferendo un profumo dolciastro all’odore di grasso e benzina che avremmo dovuto condividere. È questo che brucia: essere cresciuto da un esperto che, nel momento del bisogno, si è rivelato solo un assente con altre priorità.
Il Confronto: L’Iniziazione e il Ruggito della Scelta
Kiara: Mio padre, non mi ha mollata un secondo. Dopo quei primi cinquanta metri di ‘iniziazione’, mi ha guardata dritto negli occhi e ha tracciato il confine: ‘La moto la devi sentire, Kiara. Se non ti vibra dentro, non è roba tua’. Senza patente, ma con una determinazione che mi faceva tremare le mani, sono andata a provare quel Ducati 600 in un parcheggio. Salgo, accendo, sento il calore che sale dai cilindri. Faccio due giri, scendo, e lui è lì, come un falco. ‘E allora??’. Io lo guardo piatta: ‘È una moto, che devo dirti?’. È stato lì che ho capito la sua grandezza. Non mi ha spinta a comprarla solo perché ‘andava bene’. Mi ha riportata in macchina e mi ha spiegato che la moto è un’emozione viscerale, e se quella reazione era così tiepida, quel modello non era la mia pelle.

Mio padre mi ha dato il permesso di essere esigente. Mi ha detto: ‘Cerca ancora’. E allora mi sono buttata nel web, tra pixel e sogni, finché non è apparsa lei. Non era una moto, era un’apparizione. Verde acido, arrogante, massiccia. Un Ninja 636 del 2006. Mi è uscito un urlo dal cuore: ‘Papà, vieni a vedere questa! È bellissima… è cicciotta!’. In quel momento, Saimon, la paura è stata spazzata via da un desiderio rigoglioso. Non stavo più cercando un mezzo di trasporto, stavo cercando la mia identità fatta di metallo e carene verdi.
Saimon: “Vedi la differenza? Mio padre inseguiva una sottana, il tuo inseguiva la tua anima di biker. Tu hai potuto dire ‘è cicciotta’ e trovare un complice. Io ho dovuto urlare nel vuoto. Ma forse è proprio per questo che oggi la nostra passione morde più forte: perché abbiamo dovuto strapparla via, ognuno a suo modo, da un destino che ci voleva fermi.”
Il Battito dell’Aliena: Io, Mio Padre e quel Verde Acido
Mio padre mi guarda, e in quel sorriso c’è tutta la tenerezza di chi mi conosce fin nel midollo. Cerca di essere il mio ancoraggio alla realtà, mi spiega con dolcezza che sono ‘più larga che alta’, che quel mostro verde è un gigante d’acciaio, troppo pesante, troppo alto per le mie punte che cercano il suolo. Ma io non sento ragioni. In quel momento, la mia ostinazione è più forte della gravità.
Allora lui lancia il guanto di sfida, con quel timbro di voce che mescola il gioco all’orgoglio: ‘Scrivigli. Se riesci a tirarla su dal cavalletto stando seduta in sella, la portiamo a casa’. Ride, ma è una risata che mi dà il permesso di sognare. ‘Domani, dopo il lavoro, andiamo’.
Le ore si dilatano, diventano secoli. Chiamo persino un mio ex, qualcuno che mastica motori, perché in quel momento ho bisogno di scudi, di conferme, di occhi che vedano quello che io sto già amando alla cieca. Arriviamo nel parcheggio di quel palazzo e lei è lì. Ferma. Aspetta me.
Mio padre e il mio ex iniziano il loro rituale da intenditori: parlano, analizzano, scrutano bulloni e carene. Io? Io sono già altrove. Non sento le loro voci, sono solo rumore di fondo. Esisto solo io e quella sagoma verde. Mio padre mi invita a salire, quasi per mettermi davanti all’evidenza: ‘Guarda Kiara, tocchi a terra solo con una punta’. Ridacchia, mi sfida a provarla, convinto che la fisica mi farà desistere.
Il proprietario l’accende.
Mi siedo su quella che ai miei occhi sembra un’astronave aliena, un corpo estraneo che respira tra le mie gambe. Il motore scalda l’aria, e io inizio finalmente a tendere l’orecchio ai loro discorsi tecnici. Ma non faccio in tempo a capire una parola che il proprietario allunga la mano, afferra la manopola e… sgasa. Due colpi secchi, brutali. ‘È pronta’, dice.
Ed è in quel preciso istante che accade. Non è stato un pensiero, è stata una scossa. La vibrazione è risalita furiosa dalle pedane, mi ha attraversato le gambe, mi ha colpito lo stomaco e si è piantata dritta nel cuore. In quel secondo, l’adrenalina ha riscritto il mio DNA. È stato un istante di perfezione che avrei pagato a peso d’oro per far durare all’infinito. La gamba, quella punta che sfiorava appena l’asfalto, ha iniziato a tremare. Non per paura, ma per l’intensità di quello che avevo appena scoperto. Sono scesa. Ho detto che non me la sentivo di provarla e sono salita in macchina in silenzio. Ma dentro di me, il rumore del Ninja copriva tutto il resto. Mio padre non lo sapeva ancora, ma quel giorno non avevamo trovato solo una moto: avevamo trovato la mia voce.

La Diagnosi dell’Anima: “È la sua.”
Il viaggio di ritorno è impresso nella mia memoria come un film al rallentatore. Seduta sui sedili posteriori, avvolta in un silenzio che pesava tonnellate, ascoltavo mio padre e il mio ex discutere di “valutazioni oggettive”. “Ha il cupolino crepato, avrà impennato” diceva uno. “Sicuramente ha fatto pista, il telaio sarà sfibrato” rispondeva l’altro. Analizzavano la moto come un pezzo di ferro vecchio, elencando motivi logici per dire di no. “Ne troverà un’altra, ci sono tante marche, tanti modelli più facili…” In quel momento, mio padre ha alzato lo sguardo e mi ha fissata nello specchietto. Ha interrotto quel rumore di fondo con una sentenza che non ammetteva repliche:
“Non esistono altre moto. Guardatela: l’ha scelta. È la sua. Magari cambierà il colore, ma quella è la sua moto. Sta ancora tremando.” Lui aveva capito. Aveva fatto la diagnosi definitiva: l’adrenalina era ancora in circolo, un veleno dolcissimo che mi scorreva nelle vene. Quella sgasata data quasi per caso dal proprietario mi aveva pietrificata, sì, ma era arrivata dritta all’anima. Era un misto di terrore e destino. Alla fine, non è stata quella verde. Ne abbiamo scelta una nera, con le scritte verdi, cattiva e silenziosa. L’abbiamo comprata a scatola chiusa: non l’avevo provata, non sapevo come domarla. Avevo solo un foglio rosa in tasca e il ricordo di quei miseri 50 metri sull’Harley.
La realtà era folle: stavo per portare a casa un Ninja 636 da 130 cavalli. Io, che a stento toccavo terra. Io, che ero terrorizzata. Arriva il momento. Sono lì, davanti a lei. Le gambe tremano come foglie al vento. Tolgo il cavalletto e sento tutto il peso di quel sogno che rischia di schiacciarmi. Uno, due, tre respiri profondi. Il cuore batte contro le costole come un pistone impazzito. Tiro la frizione, butto dentro la prima: clack. E resto lì. Ferma. Con la gamba a terra che trema come quella di un pupazzo rotto, incapace di staccarmi da quel suolo che è l’unica cosa che mi tiene ancora al sicuro, mentre il Ninja sotto di me urla di voler volare via.
Il Volo del Missile: Tra Terrore e Gloria
Mio padre si avvicina. Ha quel sorriso di chi la sa lunga, di chi vuole darti l’ultima spinta ferendo il tuo orgoglio per farti reagire: “Te lo avevo detto, è troppo grossa. Se ne hai paura, allora non è la tua moto”.
Quelle parole sono state la scintilla. Senza riflettere, mollo la frizione.
Il balzo è stato brutale. Ero abituata all’Harley, che stacca subito e poi si siede, ma questa… questa è un missile terra-aria. Sento l’avantreno che si alleggerisce, la moto che vuole puntare il cielo. Per un secondo infinito, il cuore mi sale in gola e penso: “Stavolta l’ho fatta grossa. Più grossa della moto”. Ma un istante dopo, tra il vento che schiaffeggia il casco e il rombo del 636, capisco: va. Posso farcela. Percorro la statale con il cuore che batte a duemila, ogni fibra del mio corpo tesa come una corda di violino. Arrivo al bar, il luogo del “grande annuncio”. Sapevano che avrei preso una moto, ma nessuno si aspettava quel mostro nero e verde. Gli amici festeggiano, ma non perdono occasione per scuotere la testa: “Era meglio un altro modello”, “È troppo per iniziare”. Io sorrido, annuisco, ma dentro di me sento un calore nuovo. Io sono lì, e loro sono giù dalla sella.
Poi, la lezione di umiltà che ogni biker conosce.
Da “genio” quale sono, la parcheggio di muso: muretto davanti, auto ai lati. Salgo, accendo, cerco di indietreggiare spingendo con quel piedino che sfiora appena l’asfalto. Sterzo e… clack. L’avantreno si chiude. La gravità vince. La moto va a terra. In quel momento, mentre sento il peso del Ninja sull’asfalto, sento anche il peso dei loro giudizi: “Visto? Non ne è capace. Non è pronta”. È stato un colpo durissimo. Da quel giorno, ho scelto il silenzio. Ho iniziato a uscire da sola, nei dintorni, lontano da sguardi che cercavano solo la conferma dei miei errori.
Ma vedi, in quelle uscite solitarie, tra una ripartenza tremante e una curva pennellata nel silenzio, il mio desiderio è diventato concreto. Non era più un sogno su un sito web, era metallo caldo tra le mie gambe. Ogni caduta era una cicatrice di guerra, ogni chilometro un mattone della mia nuova identità.
Avevo paura? Sì, da morire. Ma ero viva come non lo ero mai stata prima. Quel Ninja non era solo una moto; era il mio nuovo bellissimo ricordo, scritto col sudore e col coraggio di chi cade, ma non scende più.
La Metamorfosi: L’Arte di Costruirsi Addosso
Il destino a volte sembra volerti spegnere. Tra la fine del 2019 e l’inizio della pandemia, mi sono ritrovata incastrata in un limbo: una casa nuova a metà trasloco, la moto rinchiusa in un magazzino umido e la mia salute che, all’improvviso, ha iniziato a vacillare. Interventi, settimane di ospedale, mesi di ripresa lenta e dolorosa. La moto e la casa erano diventate ombre lontane; il mio unico obiettivo era tornare a respirare.
Due stagioni sono scivolate via così, nel silenzio.
Quando finalmente nel 2024 sono tornata a guardare quel magazzino, la realtà era brutale: la moto era stata ferma troppo a lungo, intaccata dalle intemperie. Ma la vera trasformazione era la mia: io ero tornata con 60 chili in meno e molta più paura addosso.
Salgo in sella per portarla alla revisione e accade l’imprevedibile: il panico. La moto si muoveva troppo, la sentivo instabile, estranea. Sono tornata a casa a rallentatore, col cuore che gridava di scendere. Ma è qui che il quadro cambia colore. Invece di arrendermi, ho iniziato a studiare.
Ho capito che una moto non è un monolite immutabile: va tarata, cucita, plasmata su chi la guida. È iniziato un viaggio dentro la meccanica che è diventato un viaggio dentro me stessa:
- Il Fiume della Crescita: Ho imparato a toccare gli ammortizzatori, a regolare altezze, compressioni e durezze. Ogni scatto della chiave inglese era un centimetro di fiducia riconquistata.
- L’Estetica della Rinascita: Ho cambiato le grafiche, l’ho vestita di rosa. Non era più la Ninja di qualcun altro; stava diventando la mia proiezione.
- La Sorellanza nel Magazzino: Ricordo serate intere passate a lottare con bulloni delle pinze spanati e spurghi dei freni, con la mia migliore amica al fianco. Lei non distingueva una bici da un’auto, ma era lì, a sporcarsi le mani solo per vedermi felice.
Ogni vite che stringevo era un legame che si saldava. Senza accorgermene, stavo accorciando le distanze tra la mia pelle e quel metallo.
Sono tornata in sella, pochi metri alla volta. Ogni modifica rendeva la moto più “umana” e la paura più piccola. Ogni chilometro percorso mi faceva sentire più grande, mentre lei, l’astronave aliena, finalmente rimpiccioliva tra le mie mani. Non la stavo solo guidando: me la stavo costruendo addosso.
Non era più un mezzo di trasporto. In quel magazzino, tra bulloni difficili e sogni ostinati, quel Ninja 636 era diventato la mia armatura.

L’Armatura dell’Anima: Oltre il Pregudizio, Oltre la Paura
Oggi la paura è solo un ricordo sbiadito nello specchietto retrovisore. La moto non è più un oggetto che cavalco; è un’estensione del mio sistema nervoso. Segue ogni mio respiro, ogni minimo spostamento del peso, ogni intenzione prima ancora che diventi comando. Tutto è diventato cristallino, comprensibile, armonioso.
Ho ricominciato a uscire con quegli stessi “amici” che un tempo sentenziavano che una moto così fosse troppo grossa per una donna. Ora, davanti al mio passaggio, il loro cinismo si è trasformato in silenzio, e poi in una domanda incredula: “Ma come hai fatto?”.
Da quel momento, il mondo è diventato il mio parco giochi. Casa, lavoro, le curve della montagna, il sale del mare, l’ebbrezza delle vacanze. Ho incontrato persone speciali che hanno saputo guardare oltre la carena, persone che mi hanno regalato stima, complimenti e sguardi di pura ammirazione. E tutto questo lo devo a LEI.
Non ha un nome. Non ci riesco, perché darle un nome significherebbe separarla da me. Lei non è una compagna, non è un semplice affetto… Lei è me.
Le sensazioni che mi regala, il modo in cui mi fa sentire quando il contagiri sale, la rendono parte integrante della mia identità. Mentre io crescevo e imparavo, lei si plasmava sui miei nuovi sessanta chili in meno, sulle mie braccia più forti, sulla mia schiena più dritta. Insieme siamo “Noi”.
Quando sono in sella, mi sento potente. Mi sento enorme. Non importa quanto io sia piccola di statura o minuta nel fisico: lei mi rende bellissima. Mi guardo in una foto accanto a lei e per la prima volta nella vita penso: “Non sono mai stata più bella di così”. Non è vanità, è la luce di chi si è finalmente riconosciuta.
Certo, la lotta con i “maschietti” continua. Continuano a criticare le mie scelte, a mettere in dubbio le mie capacità, e io continuo ad arrabbiarmi, ma ora lo faccio con un sorriso superiore. Mi diverto a spiazzarli quando mi chiedono con aria sbalordita se la moto sia davvero mia. Ormai rispondo con il sarcasmo di chi non deve più dimostrare nulla:
“No, è rosa perché il mio fidanzato è gay e gli piaceva così. E io sono vestita da Power Ranger solo perché mi piace il cosplay.” Alla fine mi sono arresa all’ovvietà: ho attaccato un adesivo sul cupolino con le risposte alle domande più idiote, così non devono nemmeno fare la fatica di rendersi ridicoli.
Ma la strada mi ha insegnato anche che non sono tutti così. Esistono uomini e ragazzi che sanno cos’è la vera stima, che ti aiutano, che condividono una passione pura senza trasformarla in una patetica gara di ego. Persone che vedono una Biker, non una “donna su una moto”.
Oggi, Saimon, so esattamente chi sono. Non sono quella che ha avuto paura. Sono quella che l’ha attraversata, l’ha smontata pezzo per pezzo e l’ha rimontata sotto forma di un Ninja 636 rosa e nero.
Io esisto. Io guido. Io sono libera.
Il Valore del Destino: Oltre l’Orizzonte del “Per Sempre”
“Vedi Saimon, la strada non ti dà solo asfalto; ti regala l’umanità che meriti. Lungo il mio percorso ho incontrato persone meravigliose, motociclisti veri che hanno saputo leggermi dentro e mi hanno teso la mano per insegnarmi a danzare tra i primi tornanti. Mi hanno dato consigli, certo, ma soprattutto mi hanno dato fiducia quando io non ne avevo.
E poi, in modo quasi magico, l’amore ha bussato letteralmente alla mia porta. È successo davvero: il ragazzo che abitava di fronte, incuriosito da quella moto ferma lì fuori, ha voluto conoscere la donna capace di guidare un simile mostro. Oggi conviviamo, e nel nostro garage ora brillano due Ninja.
Se guardo indietro, a quel ‘Mah!’ iniziale, a quella sfida nata quasi per dispetto contro la paura, posso solo dirti che ne è valsa la pena. Ogni lacrima, ogni caduta, ogni bullone spanato ha costruito la donna che sono oggi. Questa avventura ha preso la mia vita e l’ha stravolta nel modo più incredibile e luminoso possibile.
E se oggi mi chiedessi quale sia stata la mia prima vera moto, o quale sogno vorrei inseguire un domani, la mia risposta non cambierà mai. Non ci sono altre marche, non ci sono modelli più nuovi o più veloci che tengano.
La mia risposta è, e sarà sempre: LEI. IL MIO NINJA 636 DEL 2006.
Non è una preferenza. È un giuramento. È l’armatura che mi ha protetta, il motore che mi ha ridato il battito, la bellezza che mi ha fatto riscoprire la mia. Questo non è un capitolo che si chiude, questo è un PER SEMPRE scritto col fuoco e col rosa sulla pelle nera dell’asfalto.”
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


