La Zia Ire

I miei Omaggi !

Quando penso a una donna, mi viene in mente un dato di fatto: lei ha la capacità straordinaria di creare la vita e custodirla dentro di sé per nove mesi. C’è chi, come la Zia Ire, lo ha fatto per ben tre volte. Parliamo di un ‘viaggio’ lungo 27 mesi, tre parti inclusi.

Mi domando spesso: io, da uomo, riuscirei a reggere un carico del genere? La risposta è no. Non saprei nemmeno da dove iniziare. La natura ha progettato la donna per questa incredibile resilienza.

E allora mi chiedo: perché una donna non dovrebbe essere capace di guidare una moto o vivere appieno una passione così viscerale? Esiste lo stereotipo del ‘sei mamma, pensa al tuo ruolo’, ma la verità è che una madre quel ruolo lo onora a prescindere. Proprio per questo è giusto, anzi necessario, che abbia uno spazio personale dove scaricare tensioni e paure, o semplicemente per migliorare la propria percezione del mondo.

Credo che il segreto per fare un buon lavoro nella vita risieda nel valore che diamo alle nostre pause. Le donne non sono da meno e hanno bisogno di quei momenti di libertà. Dopo aver letto la tua storia, Zia Ire, volevo darti il mio benvenuto con riverenza. Spero sia gradito.

Il Ruggito dell’Infanzia: La Storia di Irene

Mi chiamano Zia Ire, e se oggi mi vedete in sella a una moto, sappiate che quel rumore lo porto dentro da sempre. La mia passione non è nata ieri, ma tra l’odore di miscela e la terra dei boschi dove sono cresciuta.

Ricordo i fine settimana di mio padre e dei miei zii: li guardavo con gli occhi pieni di meraviglia mentre si preparavano a sfidare il fango e la libertà. La pista di Trequanda era il mio regno; mentre gli altri guardavano le gare, io mi perdevo tra gli stand, rapita da quelle macchine che sembravano avere un’anima.

Poi arrivò lui, a soli 6 anni: il regalo che mi cambiò la vita. Un Grizzly Malaguti verde. Sopra quella sella il tempo smetteva di scorrere; giravo intorno a casa per ore, fino a quando la luce calava, con l’unico desiderio che quel cerchio magico non finisse mai. A 10 anni ero già lì, sbandieratrice sotto il sole cocente delle piste, felice di respirare quella polvere che per me era profumo.

Ma la vita, a volte, accelera in modo brusco. Mentre io sognavo, l’equilibrio della mia famiglia e le nostre certezze economiche iniziavano a sgretolarsi. Il mio Grizzly era diventato troppo piccolo, stanco e malconcio, ma sapevo nel profondo che non avrei mai potuto chiedere di più. I miei genitori si separarono e il silenzio prese il posto del motore. A 14 anni, i sogni hanno lasciato spazio al dovere: un lavoro a 10 km da casa e la necessità di diventare grande troppo in fretta.

Il Fuoco Sotto la Cenere: La Storia di Irene (Parte II)

La necessità di un mezzo per andare al lavoro bussò alla porta troppo presto, e mia madre mi mise tra le mani un Phantom F12 nero. Fu lì che capii: non era solo un gioco da bambini, era la mia identità. Ero una ‘maschiaccia’ orgogliosa; il mio primo stipendio non finì in vestiti, ma in un kit Malossi. Passavo le sere in garage con la mia amica, con le mani sporche di grasso, a smontare e rimontare motori, cercando di capire il segreto della velocità.

Poi, a 15 anni, arrivò il primo amore. Quello che ti travolge, che ti fa dimenticare chi sei. Ho lasciato tutto — i sogni, il garage, la polvere delle piste — per seguire lui. Sono diventata donna in fretta, madre per tre volte, pilastro di una famiglia che poggiava sulle mie spalle. Dopo la separazione, la mia vita è diventata una corsa contro il tempo per crescere i miei figli, lavorando duro, senza mai chiedere nulla per me.

Gli anni passano, ma il destino ha memoria. L’incontro con un uomo motociclista mi riporta in sella, stavolta come passeggera. Ed è lì che accade: il fuoco si riaccende. Non è un capriccio, è un incendio irrefrenabile che reclama spazio dopo anni di silenzio.

Ma quando provo a dar voce a quel desiderio, trovo un muro. ‘Non puoi’, ‘Costa troppo’, ‘Hai tre figli’. Le discussioni diventano pesanti, il disappunto del mio compagno si trasforma in una gabbia invisibile. Mi dicevano che le mie priorità dovevano essere altre, come se essere madre cancellasse il diritto di essere Irene. Ma quel muro, invece di fermarmi, ha iniziato a nutrire la mia determinazione.

Il Ritorno a Casa: Il Trionfo di Irene

Ma io sono una donna che conosce il proprio valore. Conosco il sapore amaro del sacrificio e il peso silenzioso di ogni ‘no’ che ho dovuto accettare per amore degli altri. In quel preciso istante, qualcosa dentro di me si è spezzato: il tempo delle rinunce era finito.

Senza dire una parola a nessuno, ho scelto me stessa. Ho preso quella patente in silenzio, trasformando la rabbia in determinazione. Quando ho affrontato tutti, non ero più la passeggera di nessuno: ero una pilota fiera, decisa a riprendersi il pezzetto di cielo che le spettava.

A 39 anni, il sogno ha finalmente preso una forma di metallo e adrenalina: una Kawasaki Z650 del 2023. Non dimenticherò mai l’istante in cui l’ho vista. Quando sono salita in sella per la prima volta, è esploso un uragano di emozioni contrastanti: ridevo di pura euforia e, nello stesso momento, le lacrime hanno iniziato a rigarmi il volto. Erano lacrime di liberazione, di una felicità così violenta da togliere il fiato. Il mio cuore, per troppi anni rimasto in folle, era finalmente colmo di gioia.

Ho passato otto notti senza chiudere occhio, contando i minuti che mi separavano dal momento in cui l’avrei portata a casa. Quel viaggio verso il mio garage non è stato solo un tragitto stradale, è stato il ritorno a quella bambina sul Grizzly verde, ma con la forza di una donna che sa esattamente quanto è costata la sua libertà. Oggi non guido solo una moto: guido la mia vita.

Oltre il Limite: Il Ruggito della Z900

Ma possedere una moto non mi bastava più. Non volevo essere una ‘mototurista’ della domenica; io volevo sentire il limite, volevo che la piega diventasse il mio linguaggio. Sentivo il bisogno di curve su curve, di una tuta in canguro che fosse una seconda pelle, di un mezzo che rispondesse alla mia nuova fame di asfalto. Così è arrivata lei: la Kawasaki Z900 del 2024. Una svolta viscerale.

In questo percorso di crescita, il destino ha giocato un tiro mancino, svelando un paradosso quasi beffardo. Mentre il mio compagno cercava di tenermi a bada — quasi a volermi proteggere da un mondo che riteneva troppo pericoloso per me — è stato proprio lui a subire un incidente che lo ha tenuto fermo per mesi. Ironia della sorte: la ‘mamma’ che doveva stare attenta era l’unica rimasta in sella, pronta a spiccare il volo.

In quei mesi di solitudine stradale, ho smesso di chiedere il permesso. Ho creato il mio gruppo, la mia ‘famiglia’ di asfalto, persone che vivevano la moto come la intendevo io: sportività, tecnica, adrenalina. Ho macinato 25.000 km in meno di un anno, ho studiato l’anatomia della meccanica, ho seguito video-corsi e osservato i migliori con l’umiltà di chi vuole divorare il sapere.

Oggi, quando la gente scopre da quanto poco tempo guido, resta estasiata. E quella meraviglia è benzina sul mio fuoco. La prossima sfida è già segnata sul calendario: la pista. La sogno di notte, sento già il ginocchio che sfiora il cordolo. Ho paura? Sì, tanta. Ma è quella paura sana, quella che precede le grandi imprese, la stessa che provavo sbandieratrice a 10 anni sotto il sole. Perché ora so che l’unico modo per onorare la vita è viverla a gas spalancato.

Il Prezzo della Libertà: Il Manifesto di Irene

Dicono che la moto mi abbia tolto tutto. Mia madre me lo scrive ancora: ‘Per la moto hai distrutto la famiglia’. Ma la verità è un’altra, e io la porto scritta sulla pelle: non è stata la moto a distruggere, è stata la moto a salvarmi.

Per anni ho vissuto per gli altri, annullando i miei desideri nel silenzio delle rinunce. La moto non ha diviso, ha solo svelato chi era pronto ad amarmi per quella che sono davvero. Mi ha ridato un obiettivo, mi ha restituito il diritto di sentirmi viva. Quando salgo in sella, il rumore del mondo fuori si spegne. Non esistono più problemi, non esistono scadenze, non esistono colpe. In quel momento, in quella bolla perfetta tra me e la mia Kawasaki, mi ricordo finalmente che esisto anche IO.

Ogni volta che chiudo la visiera, accade il miracolo: i miei occhi tornano a sorridere e sento il cuore ripartire, forte, pieno, sincero. È l’unico istante in cui mi dedico il mio tempo senza chiedere scusa.

Ho passato ore a cercare di spiegare la mia passione a chi non era disposto a capire, sentendomi spesso ‘quella sbagliata’. Ma oggi so che non c’è nulla di sbagliato nel voler respirare. Non rinuncerò alla mia strada, né ora né mai. Nelle mie vene scorre benzina, non c’è altra spiegazione. Ogni cosa ha il suo prezzo, e io ho scelto di pagarlo per non rinunciare a me stessa. Perché una donna che ritrova se stessa su due ruote non sta scappando dalla vita: la sta finalmente andando a prendere.

La Regina dei Passi: Il Trionfo di Zia Ire

Eppure, la forza di una passione autentica è contagiosa. Quel muro che sembrava insormontabile, alla fine, ha iniziato a sgretolarsi: oggi il mio compagno non è più un freno, ma il mio primo sostenitore. Anche se non lo ammetterà mai apertamente, ora è lui a seguire le mie ‘pazzie’, ad adeguarsi al mio ritmo, a riconoscere che quella fiamma non era un capriccio, ma la mia essenza.

La mia fame di imparare non si ferma mai. Per affinare la tecnica sono scesa dalle grandi cilindrate per salire su una Pitbike nel pistino di Magione. Non fatevi ingannare dalle dimensioni: quelle moto sanno essere ‘ignoranti’ e imprevedibili. Mi sono costate un piede rotto, è vero, ma anche quel dolore è stato una lezione, un battesimo del fuoco che mi ha insegnato il rispetto per il limite.

Ora, che sia estate o inverno, non fa differenza. Il freddo non ferma chi ha il cuore che brucia. Mi trovate sui passi di montagna, con il ginocchio che cerca l’asfalto e la mente libera da ogni peso. Il mio regno è Bocca Serriola: lì, tra le curve che portano a Città di Castello, sento di aver vinto la mia battaglia.

Il mio guardaroba non è più fatto di sole rinunce e doveri: oggi è pieno di tute in pelle e abbigliamento tecnico, l’armatura di una donna che ha smesso di essere solo ‘mamma’ o ‘moglie’ per tornare a essere Irene. Mi diverto come una pazza, vivo ogni piega come un regalo e non chiedo più scusa a nessuno. Perché la vita è un viaggio, e io ho finalmente deciso di guidarlo.

Verso l’Orizzonte: Il Domani di Zia Ire

Il mio viaggio non si ferma qui. Se chiudo gli occhi, il mio futuro ha il colore dei cordoli e il sapore della sfida: mi vedo a passare i fine settimana nei circuiti di tutta Italia, tra l’adrenalina dei box e il silenzio concentrato dietro una visiera. E perché no, magari con una moto dedicata solo alla pista, un’arma pura per inseguire il decimo di secondo e la perfezione di una traiettoria.

Nel frattempo, continuo a raccontare la mia ‘pazzia’ sui social, cercando di dare voce a chi, come me, si sente felicemente ‘stregato’ da questa meravigliosa dipendenza. Non lo faccio per vanità, ma per un obiettivo più grande: spero che ogni mio chilometro, ogni mia caduta e ogni mia risalita possano trasmettere anche solo una scintilla delle emozioni che provo. Se riuscirò a ispirare un’altra donna a riprendersi il proprio spazio, o a convincere qualcuno che non è mai troppo tardi per scegliere se stessi, allora avrò tagliato il traguardo più bello.

Questo è il mio mondo. Questa è la mia vita a gas spalancato. Ci vediamo in piega, perché il meglio deve ancora venire!

Riflessioni d’Autore: Oltre lo Stereotipo della Protezione

Scrivere di donne, per me, non è solo un esercizio narrativo, ma una forma di studio profonda e necessaria. Esplorare le dinamiche dell’universo femminile mi permette di comprendere meglio la vita stessa. Spesso sono cresciuto ascoltando narrazioni opposte e conflittuali tra i generi, ma sono storie come quella di Irene a ristabilire la verità: la capacità di una donna di essere ‘multitasking’ non è un luogo comune, è una forza d’urto reale.

In questo racconto emerge un tema che mi sta molto a cuore e che porto avanti nel mio progetto editoriale: il paradosso del Pinkwashing sociale. Troppo spesso, la passione di una donna viene filtrata attraverso il senso di colpa o una falsa premura. Dire a una madre di tre figli di ‘stare attenta’ o di rinunciare alla moto non è un atto d’amore, ma un tentativo di limitarne l’autonomia.

La verità è che il rischio è una componente intrinseca della vita, non solo della strada; ci si può far male scendendo dal letto, come si suol dire. Etichettare la moto come ‘irresponsabile’ solo perché a guidarla è una madre è un pregiudizio che ignora la competenza e il diritto all’autodeterminazione.

Voglio ringraziare di cuore Irene per avermi permesso di bussare alla sua porta e di conoscere la sua realtà senza filtri. La sua storia ci insegna che si può essere madri presenti e piloti determinati, senza che una cosa escluda l’altra. Grazie, Irene, per averci mostrato che il coraggio ha il suono di un motore e il coraggio di chi non smette mai di scegliersi.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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