Un pensiero prima del racconto
Prima di raccontarvi della Panchina Gigante, sento il bisogno di condividere con voi un pensiero importante.
Perché ho aperto lo shop
Da fuori, l’apertura dello shop potrebbe sembrare un modo per “lucrare” o per fare business, ma vi assicuro che non è così. La realtà è molto diversa: ho fatto un investimento in macchinari per stampare etichette e magliette con un unico obiettivo, creare una piccola entrata che mi permetta di mantenere vivo il sito.
L’ansia delle spese fisse
Il sito, infatti, ha dei costi fissi: ogni mese devo pagare l’hosting, che è come l’affitto di un negozio. Vi confesso che questo per me è motivo di grande ansia. Quando arrivo a fine mese, tremo sempre al pensiero di non riuscire a coprire quella spesa. Ho paura che il sito possa essere chiuso solo perché non riesco a saldare in tempo. È una preoccupazione reale, che porto sulle spalle ogni mese.
Perché il merchandising non è business
Nonostante tutto, stringendo i denti e raccogliendo pochi spiccioli qua e là, finora sono riuscito a farcela. Ma non è facile. Per questo ho pensato al merchandising: non come un guadagno personale, ma come un mezzo per sostenere le spese e permettere al sito di restare online.
La mia passione vera
Scrivere delle motocicliste è la mia passione più grande. Lo faccio con il cuore, perché mi arricchisce a livello umano e perché credo davvero che queste storie meritino di essere raccontate. Io non scelgo le protagoniste in base ai follower, all’altezza o all’aspetto fisico: scelgo le donne che incontro lungo la strada, quelle che vivono la moto con passione vera. È questo che mi dà gioia e valore.
Una richiesta sincera
Non pretendo nulla da nessuno: lo voglio dire chiaramente. Però, se vi va e se potete, vi chiedo una mano. Se non vi interessa la maglietta, potete offrirmi anche solo un caffè attraverso l’opzione “Buy Me a Coffee”: è comunque un aiuto prezioso. E se non potete, va bene lo stesso: io continuerò finché avrò la forza e le possibilità a mantenere questo sito e questa community aperta.
Non un influencer, ma un connettore
Io non sono un influencer, e non voglio esserlo. Sono un connettore. Voglio creare ponti, dare voce a chi spesso non ce l’ha, raccontare la passione delle motocicliste così com’è, senza filtri e senza logiche di numeri.
Una spiegazione dal cuore
Ci tenevo a scrivere questo appunto con sincerità, per spiegarvi il perché delle mie scelte e delle mie preoccupazioni.
Uno sguardo al futuro
E ora… passiamo al racconto della panchina gigante. E’ stato davvero gratificante e bellissimo. Quando riuscirò ad avere qualche risorsa in più, potrò anche viaggiare e incontrare le motocicliste di persona, ed è un pensiero che mi dà grande speranza.
Una Panchina che vale la pena vedere.

Preparativi rocamboleschi e pensieri assurdi
In dieci minuti ero pronto: casco, giacca, chiavi in mano. Poi, ovviamente, il primo imprevisto: avevo dimenticato il cavo di ricarica del telefono. Risalito in casa, recuperato, ripartito. Naturalmente con la moto in riserva, perché vuoi mica fare il pieno prima di partire?
Mentre viaggiavo, mille pensieri mi affollavano la mente. Il più assurdo? Immaginare di trovare la panchina con un un raduno di persone a farsi la foto modalità gruppo della domenica”.
La gratitudine di tornare in moto
Ma tra un pensiero e l’altro, uno in particolare ha preso spazio: la gratitudine. L’ultimo giro in moto l’avevo fatto a fine luglio, troppo tempo fa. Da allora ero rimasto chiuso in casa a scrivere sul blog. Bello, sì, ma la moto è un’altra cosa. Quel semplice obbiettivo di un luogo da visitare mi aveva spinto a uscire, a rimettermi in sella, a risentire il vento addosso.

Una salita impossibile e le prime risate
Ho pensato che non fosse il caldo afoso dell’estate. E avevo ragione. C’era un po freschino. La strada per arrivare alla panchina gigante, però, non era proprio da passeggiata: una salita sterrata che definire “impegnativa” è riduttivo. Con le mie scarpe da moto lisce era una vera impresa. A metà salita, scherzando, ho pensato: “Se muoio qui, sulla tomba dovrebbero scrivere che amavo la moto”.

Storie, panorami e piccole scoperte
Una volta arrivato, lei era li Verde e gigante oltre ogni misura, ho cercato sul web la storia delle panchine giganti. E ho scoperto che nascono in Piemonte, che esiste un “passaporto” per segnarle tutte, e che dietro ogni panchina c’è un quaderno dove lasciare la propria firma.
Mi sono goduto il paesaggio e ho scattato qualche foto al tramonto. È stato semplice, autentico, bellissimo



Non la velocità, ma la compagnia
Il buio, i fari a led della mia Fazer rendevano la strada da percorrere, facile. Ma non importava: la velocità non contava. Per me è stato un giro speciale, che mi ha ricaricato l’anima.
Come mi ha detto Saradodger6, i momenti di ricarica emotiva in moto sono preziosi. Questo lo è stato davvero.

Perché continuerò a raccontarvi
Vorrei scrivere un articolo quando avrò finalmente occasione di incontrarvi. Non solo i racconti delle vostre storie, per avere dei momenti vissuti insieme, dal vivo, faccia a faccia.
Perché dietro lo schermo ci sono io, che vi ascolto e scrivo. Ma sento il bisogno di conoscervi davvero, di condividere il tempo insieme. Non sono il motociclista “perfetto” da copertina, con gli addominali in vista: sono rotondo, e va bene così. Ciò che conta è che amo la moto, amo scrivere di motocicliste e voglio continuare a farlo, perché questa passione mi tiene vivo.
Incontrarvi con le vostre moto per me sarebbe una occasione speciale, e dimostrerrebbe ancora una volta che la moto non è solo un mezzo, ma un ponte. Unisce le persone, crea ricordi, ricarica l’anima. Ed è per questo che continuerò a scrivere, a raccontare e, quando sarà possibile, a venire a incontrarvi.


