Mada

Donne, moto e libertà: quando la passione supera ogni limite

Scrivere di donne motocicliste non è solo bello — è qualcosa che mi riempie dentro, ogni volta. C’è una forza, una luce speciale in loro: quella miscela di coraggio, libertà e passione che si sente vibrare anche solo guardandole partire, casco in testa e sguardo dritto verso l’orizzonte.

Ma c’è un dettaglio che non avevo mai raccontato prima: molte di loro hanno iniziato con moto che, da ragazzo, sognavo di avere — o almeno di provare — quando uscirono. Io, però, non ho avuto la stessa fortuna.

La mia famiglia amava le moto, sì… ma da lontano. Erano fan del rombo, dell’estetica, dell’adrenalina raccontata — non vissuta. Per farmene guidare una, beh… sarebbe servito un miracolo.

Eppure un giorno, un piccolo sogno si era quasi avverato. Il mio dentista (sì, proprio lui!) mi aveva dato le chiavi della sua BMW 650 Dakar. Ricordo ancora quel momento come fosse ieri: le chiavi che tintinnano nella mia mano, il cuore che accelera come se fosse già acceso il motore. E io lì, pronto a partire verso chissà dove, con quella sensazione di libertà a un passo dal diventare reale.

Ma il destino ha voluto diversamente. Qualcuno lo avvertì che non avevo la patente, e il mio sogno — almeno per quel giorno — finì prima ancora di cominciare. Quella fu l’unica volta in cui mi sono seduto su una moto così, eppure… non l’ho mai dimenticata.

Ecco cosa mi trasmettono le motocicliste: vita vera. Esperienze vissute a 360°, passione pura che non conosce ostacoli. Per questo oggi lascio la parola a Mada, che con la sua BMW 650 Dakar ha trasformato un sogno in strada.

Dalla pista dei sogni ai primi motori (Di Mada)

La mia passione per i motori è nata quando ero bambina. Mentre le altre bambine giocavano con le bambole, io passavo i pomeriggi a far correre le mie macchinine, immaginando gare, curve e vittorie. Non era solo un gioco: era il primo segnale di un amore che sarebbe cresciuto con me, quello per la velocità e la libertà.

Il sogno dei 18 anni

Non vedevo l’ora di compiere diciotto anni. Nella mia mente, quel numero rappresentava l’inizio di tutto: la libertà di scegliere, di guidare, di sentire finalmente il vento sul viso e il rumore del motore sotto di me. Pensavo che, appena raggiunta la maggiore età, avrei potuto finalmente realizzare il mio sogno.

Il “no” che ha rallentato il viaggio

Ma la realtà è stata diversa. I miei genitori, pur amandomi, decisero che la moto era “troppo pericolosa”. Mi vietarono di prendere la patente, e con quella decisione spensero — almeno in apparenza — una parte di me. Ricordo la delusione, la sensazione di vedere il sogno allontanarsi come una curva mancata.

Il ritorno del desiderio: nove anni dopo

Ci sono passioni che non muoiono mai, semplicemente restano in attesa. Nove anni dopo, a 27 anni, ho deciso che era arrivato il mio momento. Senza più chiedere il permesso, ho preso in mano la mia vita e mi sono iscritta per prendere la patente. È stato come riaccendere un motore che non aveva mai smesso davvero di girare dentro di me.

La mia prima moto: la BMW F650 Dakar

In quello stesso periodo ho comprato la mia prima moto: una BMW F650 Dakar. Per me non era solo un mezzo, ma un simbolo. L’ho scelta con il cuore, forse anche un po’ d’impulso. Era la compagna perfetta per iniziare un viaggio che sognavo da una vita.

I primi passi (e le prime cadute)

Non avevo ancora la patente, né esperienza, ma la voglia di imparare era più forte di tutto. Così ho iniziato a fare brevi giri nel bosco vicino casa. Erano uscite timide, un po’ folli, ma cariche di entusiasmo. Sono caduta tantissime volte, mi sono scontrata con gli alberi, e più di una volta la moto è finita a terra insieme a me. Ogni graffio, ogni botta era una lezione — e ogni volta mi rialzavo con un sorriso più grande.

Ripartire dopo le cicatrici

Dopo tutte quelle avventure nel bosco, la mia Dakar aveva bisogno di una riparazione importante prima di poter toccare l’asfalto. Ma non era solo la moto ad aver bisogno di sistemarsi: anch’io stavo imparando a ricostruirmi, a trovare equilibrio, sicurezza e fiducia. Quella fase di attesa, di piccoli passi, è stata il vero inizio della mia storia su due ruote.

La libertà non si chiede, si conquista

Guardandomi indietro, capisco che ogni caduta e ogni “no” hanno avuto un senso. Mi hanno insegnato che la libertà non si chiede: si conquista, un giro dopo l’altro, un sogno alla volta.
E da quel giorno, ogni volta che metto il casco e accendo il motore, sento la bambina che giocava con le macchinine sorridere dentro di me.

Una nuova vita, una nuova strada

Dopo un anno, mi sono trasferita in Italia. Ovviamente, la mia moto è venuta con me: non potevo immaginare di lasciarla indietro. Era parte della mia identità, una compagna di viaggio silenziosa che mi aveva accompagnata fin lì. Ricordo ancora il primo giro sul Passo Vivione: curve infinite, una dopo l’altra, quasi ipnotiche. Era la prima volta che vedevo un paesaggio così, e ogni curva era una scoperta, un respiro nuovo. Da quel momento ho capito che le curve, come la vita, si imparano a prendere con il tempo — e con il cuore.

L’addio alla prima moto

A vent’anni ho dovuto dire addio alla mia BMW F650 Dakar. Era la mia prima vera moto, ma dopo ventun anni di onorato servizio aveva bisogno di più cure di quante potessi darle. Non è stato facile salutarla. Ogni graffio, ogni segno sulla carrozzeria raccontava un pezzo della mia storia. È strano, ma lasciare andare quella moto è stato come chiudere un capitolo importante della mia vita — con gratitudine, ma anche con un pizzico di malinconia.

La nuova compagna di avventure

Poco dopo, ho comprato una Yamaha Ténéré 700. Fin dal primo momento ho capito che sarebbe stata la moto giusta per me. Più moderna, più agile, ma con lo stesso spirito d’avventura della mia vecchia Dakar. Con lei ho percorso 15.000 chilometri solo nel primo anno, tra strade sconosciute, passi di montagna e orizzonti che non volevo finissero mai. Ogni viaggio con la Ténéré è un modo per conoscermi meglio, per sentirmi viva. E non vedo l’ora di esplorare tutti i paesi che ancora mi aspettano.

Tre mesi di neve, nove di strada

La mia vita segue le stagioni. Quando arriva l’inverno e la strada si copre di ghiaccio, metto momentaneamente da parte la moto e prendo la tavola da snowboard. Ma è solo una pausa. Ogni anno, non appena la neve si scioglie e l’aria torna a profumare di benzina e primavera, risalgo in sella. Perché per me la moto non è solo un mezzo: è il mio modo di vivere.

Oltre la pioggia

Mi piace guidare anche sotto la pioggia. C’è qualcosa di poetico nel sentire le gocce che picchiettano sulla visiera, nel vedere la strada riflettersi come uno specchio. È un dialogo silenzioso tra me, la moto e la natura. Ogni chilometro sotto l’acqua mi ricorda che la passione vera non conosce tempo né condizioni perfette: esiste e basta, e ti spinge avanti anche quando il cielo si chiude sopra di te.

Il viaggio che mi ha cambiata

Dopo il mio primo lungo viaggio di 4.000 chilometri attraverso sei paesi, ho capito che in moto si vive tutto in modo diverso. Le persone ti accolgono con un sorriso sincero, come se fossi parte di una grande famiglia senza confini. Ogni sosta diventa un racconto, ogni strada un ricordo. Viaggiare in moto non è solo spostarsi: è sentire il mondo da vicino.

Come ho fatto a vivere senza moto?

A volte mi chiedo come ho potuto vivere fino a 27 anni senza una moto. Da quando ho iniziato, tutto ha preso un senso diverso: la libertà, il silenzio, la scoperta. Oggi non riesco più a immaginare la mia vita senza due ruote sotto di me. La moto è diventata la mia voce, la mia terapia, il mio modo di respirare.
E ogni volta che accendo il motore, so che sto tornando a casa — ovunque mi trovi.

Un ringraziamento sentito a Mada

Ogni storia che racconto su questo blog porta con sé un senso di vissuto autentico, unico, irripetibile.
Anche la storia di Mada non fa eccezione: è breve, sì, ma racchiude tutta l’essenza di ciò che significa essere una motociclista vera. Ogni suo passo, ogni caduta e ogni ripartenza parlano di passione, determinazione e rispetto per la strada.

In lei ho ritrovato quello che chiamo spirito autentico del motociclismo: la capacità di trasformare le difficoltà in trampolini di lancio, di riconoscere i propri limiti senza smettere mai di spingersi oltre.
È questo il cuore de “La Disciplina della Motociclista” — il coraggio di vivere la moto non solo come un mezzo, ma come un modo di essere, una filosofia personale.

Grazie, Mada, per aver condiviso con noi la tua esperienza, la tua voce e la tua verità.
La tua storia meritava di essere raccontata, e sono onorato di aver potuto farlo.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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