Introduzione
Quando mi chiedono perché scrivo di donne motocicliste, potrei dare molte risposte.
La più sincera è questa: perché so cosa significa essere giudicato per ciò che si è.
Le donne, quando parlano del loro rapporto con la moto, lo fanno senza maschere. Raccontano con sincerità le paure, le difficoltà, la libertà. Non cercano di apparire forti a tutti i costi: lo sono, semplicemente.
Io, invece, sono un uomo. Ma per tutta la vita mi sono sentito dire che non ero “abbastanza maschio”. Mi piacevano le moto, i sogni, la libertà – ma i miei genitori mi hanno sempre fatto capire che non me lo meritavo.
Mi hanno spinto verso lavori “da donna”, ruoli considerati di poco valore. E, col tempo, ho imparato sulla mia pelle quanto possa fare male essere trattato come “inferiore”, solo perché non corrispondi a un’idea prestabilita di forza o di virilità.
Forse è per questo che oggi, a quarant’anni, scrivo di donne motocicliste.
Perché comprendo la loro fatica. Perché ho vissuto, da uomo, molte delle stesse ingiustizie e gli stessi sguardi di chi ti fa sentire fuori posto.
Scrivo per dare voce a chi, come me, ha dovuto lottare per essere se stesso.
Nei miei racconti si trovano frammenti della mia storia, nascosti tra le righe di quelle donne che sfrecciano libere su due ruote.
Loro rappresentano ciò che io avrei voluto essere da ragazzo: autentico, libero, senza dover chiedere scusa per la propria passione.
La mia maestra, alle elementari, ripeteva spesso:
“Verba volant, scripta manent.”
E così, io scrivo. Scrivo delle motocicliste, del loro coraggio, del loro dolore e della loro forza.
Poi incontro Mariapia. E davanti alla sua storia non posso fare altro che inchinarmi e dire:
“Mia signora, a te abbasso il mio cappello.”
Perché mi trovo di fronte a una donna che, con tanta determinazione, è riuscita a realizzare i propri sogni. Una donna che è stata prima motociclista, poi pilota di auto da rally poi moglie e madre — il mestiere più difficile del mondo — di nuovo motociclista e che ancora oggi vive pienamente la sua passione, con tutta la sua famiglia.
Il richiamo del motore(di Mariapia)
La mia passione per tutto ciò che riguarda i motori e il motorsport è nata quando ero molto piccola.
Non ricordo un momento preciso: è come se il rombo di un motore fosse sempre stato dentro di me, un suono antico, familiare. Ogni volta che ne sentivo uno, mi voltavo di scatto, come se mi chiamasse per nome. Quel rumore non era solo meccanica — era energia pura, vita che si muove. Col tempo ho capito che quel suono era fuso nella mia mente, inciso nella corteccia cerebrale come un richiamo primordiale.
Mi incuriosiva il perché, all’aumentare dei giri, non sempre corrispondesse un aumento della velocità. Volevo capire, non solo guardare. Quando ho scoperto come funzionano la frizione e il cambio, la magia si è svelata: il mistero si è trasformato in conoscenza, ma senza perdere fascino. Da quel momento ho capito che i motori non erano solo macchine, ma linguaggio. E io volevo impararlo a parlare.

Inseguire i sogni, sempre
Oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto che quella curiosità infantile era molto più di un gioco. Era la scintilla di un sogno che, nonostante tutto, non ho mai smesso di inseguire.
La verità è che quando una passione ti scorre dentro, non puoi ignorarla. Ti chiama, ti spinge, ti guida.
Scrivere e raccontare la mia storia significa dare voce a quella bambina che si fermava a ogni rumore di motore, e che oggi vuole dire a chiunque la legga: non smettete mai di inseguire ciò che vi accende l’anima. Perché ogni sogno, se ascoltato con coraggio, sa trovare la sua strada.
La mia prima libertà
Avevo quattordici anni, forse anche qualcosa meno, quando è arrivato il mio primo motorino: un Piaggio Si.
Ricordo ancora quella sensazione incredibile — la libertà.
Per la prima volta potevo muovermi senza chiedere a nessuno di accompagnarmi, andare dove volevo, quando volevo. Bastava girare la chiave, dare gas e sentire l’aria in faccia. Era come avere un piccolo mondo tutto mio su due ruote.
A sedici anni è arrivata la mia prima vera moto: una Yamaha DT125, una piccola enduro che per me era tutto tranne che “piccola”. Con lei ho imparato davvero cosa significa sentirsi vivi. La usavo per andare a scuola, per uscire con gli amici, per partire in vacanza — sempre con i miei genitori, certo, ma con un mezzo tutto mio.
Facevo sentieri sterrati, campi di terra battuta, stradine dimenticate che sapevano di avventura.
Erano anni leggeri, spensierati, pieni di scoperta. Ogni giorno imparavo qualcosa, spesso da sola, sbagliando, cadendo, rialzandomi. Ma ogni volta che ripartivo sentivo crescere dentro di me una certezza: quella passione mi avrebbe conquistata per sempre.
La rivelazione
Una sera, con gli amici, andammo a vedere il Rally Impruneta, che passava non lontano da casa.
Non sapevo ancora che quella notte avrebbe cambiato tutto.
Il buio era tagliato dalle luci accecanti dei fari da gara, e l’aria vibrava per il frastuono degli scarichi aperti.
Ogni macchina che passava sembrava un tuono, un lampo di metallo e fuoco.
Sentii il cuore accelerare a ogni rombo, come se volesse mettersi al volante lui stesso.
Fu in quell’istante, tra il profumo di benzina e le grida del pubblico, che capii con assoluta chiarezza: io volevo fare quello.
Volevo essere lì, al centro di quel turbine di potenza e controllo.
Volevo essere una pilota.
La prima corsa
Appena ne ebbi la possibilità, presi la patente.
Ricordo ancora il sorriso di mia madre quando mi regalò quella che chiamava “una macchinina per cominciare”: una Renault Super5 GT Turbo.
Per me, però, era molto di più — era la mia prima vera compagna di strada.
Con lei imparai a sentire la macchina, a capire ogni vibrazione, ogni rumore, ogni curva come se fosse parte del mio corpo.
Poco dopo divenne il mio “muletto” da gara per la Coppa Italia – 5ª zona.
Cinque anni di fuoco
I cinque anni successivi furono una corsa continua, nel senso più vero del termine.
Rally, Formula Rally, Cronoscalate, Slalom, qualche gara in autodromo: ogni competizione era una sfida, ogni traguardo una lezione.
Ho corso con la grinta di chi sa che nessuno ti regalerà nulla, ma che ogni curva può darti tutto.
Mi sono divertita da impazzire, ho spinto i miei limiti, e ho portato a casa più di qualche vittoria.
Le più importanti? Il Campionato Toscano e l’Opel Racing — risultati che ancora oggi porto nel cuore.
Ma, più di tutto, porto con me la sensazione di quegli anni: il misto di paura, adrenalina e libertà assoluta.
Un periodo irripetibile, il più entusiasmante della mia vita.
La dolcezza della responsabilità
Il matrimonio ha cambiato tutto. Non in modo improvviso, ma come il fiume che modella lentamente le sponde: ho imparato a navigare nuove acque, a misurare ogni decisione, a custodire sogni condivisi.
Ho venduto la mia amata macchina da corsa, un pezzo di me, per dedicarmi alla famiglia che, anno dopo anno, cresceva e si riempiva di vita. Oggi sono la fortunatissima mamma di tre meravigliosi figli: Giada, Tommaso e la piccola Alessandra.
Ogni giorno con loro è stato un insegnamento, un’avventura diversa, fatta di sorrisi, piccoli traguardi e notti insonni, ma anche di consapevolezza: la libertà della corsa aveva lasciato spazio a una libertà più profonda, fatta di responsabilità, amore e cura.
Il richiamo del Rally
Dopo anni di lontananza dai motori, nel 2017 qualcosa ha acceso di nuovo la scintilla.
Un post su Facebook parlava di “Rally Italia Talent”, e, quasi per gioco, decisi di iscrivermi.
Non era una gara facile: tra ragazzi affamati di carriera, ex navigatori e piloti esperti che si rimettevano in gioco, io tornavo dopo anni di pausa, con le mani che ricordavano ogni curva e ogni freno ma il cuore che batteva forte per la sfida.
Alla fine delle selezioni, delle semifinali e della finale, emersi come la donna più veloce sulle piccole Fiat 500 Abarth.
Sì, la velocità era ancora dentro di me. E quel risultato fu un delicato promemoria: la passione, anche se sopita per anni, non muore mai del tutto.
Rinascita su due ruote
Avrei potuto ricominciare con i Rally, le potenzialità c’erano tutte.
Ma il cuore mi riportò a ciò che mi aveva fatto innamorare dei motori da bambina: la moto.
Dopo gare sui kart, team, competizione e adrenalina, sentii il richiamo di quel vento sulla faccia, della strada davanti, della libertà pura.
Rimettere le mani sul manubrio fu come tornare a respirare dopo anni di apnea: la moto non era più solo passione, ma parte della mia identità, un legame intimo tra il passato e il presente, tra il sogno di ragazza e la donna che ero diventata.
E, mentre sentivo di nuovo il rombo sotto di me, compresi che alcune passioni non chiedono permesso, si riprendono il loro posto nella vita, con grazia e forza.
Il ritorno alle origini
Ho acquistato una Ducati Monster 696, e con lei ho ricominciato a macinare chilometri.
All’inizio non è stato facile: mi rendevo conto di non avere più la sicurezza di un tempo, faticavo a sentire la moto davvero mia.
Le ruote non seguivano esattamente la traiettoria che volevo, e capii che, per godermi quella libertà che tanto amavo, dovevo prima riconquistare la tecnica.
Fu allora che incontrai GSSS, una scuola di motociclismo su strada. Con loro ho frequentato diversi corsi, e ogni lezione mi riportava un po’ più vicina a quella sensazione che conoscevo: la perfetta unione tra corpo, mente e macchina.
Scoprivo di nuovo quanto fosse bello imparare, mettersi in gioco, migliorarsi.
E, questa volta, non lo facevo solo per me.

La passione che si tramanda
Nel frattempo, anche Giada e Tommaso, i miei figli più grandi, avevano raggiunto l’età per la loro prima moto.
Così, quasi senza accorgercene, i giri fuori porta sono diventati una passione di famiglia.
Mio marito, i ragazzi e io, insieme, sulla strada, ognuno con il proprio ritmo, ma uniti dallo stesso battito.
Anche per loro è arrivato il momento dei corsi — e vederli impegnarsi, crescere, diventare più consapevoli a ogni curva è stato un orgoglio difficile da descrivere.
Oggi hanno entrambi conseguito la patente A3, e le uscite più belle sono proprio quelle fatte insieme, dove la passione diventa dialogo, condivisione, presenza.
Seguire il cuore, anche quando la strada sembra cambiare, porta sempre frutti veri.
L’esperienza che credevo appartenesse solo al passato è diventata la base su cui costruire qualcosa di più grande: una passione condivisa, capace di unire e far crescere tutti noi.
Precisione e Passione
Lo scorso anno ho lasciato ai ragazzi il mio Ducati Monster e ho scelto una Triumph Trident 660.
Una moto più facile, sì, forse anche troppo, ma perfetta per fare un salto di qualità nella tecnica di guida.
Mi ha regalato fiducia, controllo e una fluidità che cercavo da tempo.
Dopo i primi chilometri ho capito però che, per sentirla davvero “mia”, avevo bisogno di adattarla al mio modo di guidare.
Ho sostituito le molle originali con delle Hyperpro progressive, che mi sostengono meglio nelle curve strette e nei raccordi più veloci.
Sono meticolosa, quasi maniacale, nelle regolazioni del mezzo.
È un’abitudine che mi porto dietro dai tempi dei Rally, quando ogni dettaglio contava: comunicare con i meccanici, leggere le sensazioni, trovare il giusto equilibrio tra assetto e stile di guida.
Oggi controllo con attenzione pressione degli pneumatici, temperatura, sospensioni.
Per me la moto non è solo un mezzo, ma una compagna che risponde esattamente a ciò che le chiedo — quando è regolata nel modo giusto, diventa un prolungamento naturale del corpo.
La forza di una pioniera
Mariapia è la rappresentazione vivente della donna moderna dei motori: curiosa, competente e indomita.
Non vive “la” passione per i motori come un’unica dimensione, ma “le” passioni, al plurale: dalla moto all’auto, dal kart ai Rally.
Ha saputo trasformare la curiosità in conoscenza, la tecnica in linguaggio, la determinazione in libertà.
Essere una pilota l’ha resa capace di dialogare con i meccanici, di capire la meccanica, di interpretare le reazioni del mezzo come farebbe un ingegnere.
In lei convivono la precisione del tecnico e la sensibilità di chi guida con il cuore.
È una pioniera silenziosa, che dimostra ogni giorno come la competenza non abbia genere e come la passione, quando è autentica, diventi forma di intelligenza e di libertà.
Il respiro del Mugello
I miei giri preferiti si snodano tra le strade del Mugello, un territorio che non smette mai di stupirmi.
Ogni curva, ogni rettilineo, ogni cambio di pendenza sembra disegnato per chi ama guidare con il cuore e con la testa.
Sono strade che raccontano la Toscana più vera: colline che si aprono in orizzonti morbidi, boschi che filtrano la luce, profumi di terra e di benzina che si mescolano nell’aria.
Quando guido lì, mi sembra di entrare in un dialogo silenzioso con il paesaggio.
Ogni curva è un pensiero che si distende, ogni accelerata un respiro più profondo.
Il Mugello offre percorsi vari e generosi: tratti larghi e scorrevoli che invitano alla fluidità, e altri più tecnici, dove la precisione diventa essenziale.
A volte il panorama meriterebbe una sosta, ma lo guardo solo di sfuggita: la vera bellezza, per me, è nella danza tra moto e strada, nel ritmo che solo chi guida può sentire.
Il richiamo del Muraglione e la magia dei Tre Faggi
Il mio percorso preferito, però, resta il Passo del Muraglione.
È una strada completa, quasi una palestra naturale per ogni motociclista.
Lì trovo tutto ciò che amo: curve veloci da disegnare con precisione, tornanti lenti che obbligano al controllo, raccordi che mettono alla prova equilibrio e fluidità.
Ogni salita e ogni discesa del Muraglione è una lezione di tecnica, ma anche un esercizio di ascolto interiore: capire dove poggiare le ruote, come dosare il gas, come lasciarsi portare dal ritmo senza mai perderne il controllo.
E quando il tempo me lo permette, proseguo fino a un’altra meraviglia: la strada dei Tre Faggi.
Il trasferimento per arrivarci è stretto, sconnesso, a tratti impegnativo — ma è proprio questa difficoltà che rende la meta ancora più preziosa.
Una volta lì, la strada si apre in un nastro perfetto: asfalto nuovo ma non troppo liscio, pendenze equilibrate, curve di ampiezza variabile che ti invitano a trovare il tuo flusso.
Guidare in quel tratto è come dipingere: ogni curva è un gesto preciso, ogni rettilineo un momento di respiro.
In quei chilometri ritrovo tutto ciò che amo della moto: la concentrazione, la libertà, il silenzio dentro il rumore.

Oltre la curva
Spero di poter continuare a lungo a guidare la moto.
Ogni volta che salgo in sella, sento che il mio viaggio non è ancora finito, che ci sono ancora strade da scoprire, insegnamenti da raccogliere, emozioni da vivere.
La moto è il mio filo invisibile con la libertà, ma anche il mio modo di restare connessa alla vita, di sentirne ogni vibrazione, ogni battito.
Mi piacerebbe poter collaborare con la FMI, portando la mia esperienza dentro qualcosa di più grande.
Vorrei unire la parte ludica e quella tecnica della guida con l’aspetto organizzativo e formativo, per aiutare altri — soprattutto altre donne — a trovare nella moto ciò che io ho trovato: coraggio, consapevolezza e identità.
Dopo tanti anni, capisco che la mia passione non è più solo mia.
È diventata una responsabilità, un’eredità, qualcosa che va condiviso.
Perché le strade si percorrono, sì, ma alcune si aprono, e il vero traguardo non è arrivare primi — è lasciare un segno.
Io continuerò a guidare, finché potrò.
Con la stessa determinazione di quella ragazza che guardava i rally e sognava di essere al volante, ma con la forza di una donna che oggi sa esattamente chi è.
Non guido per la velocità: guido per ispirare.
Conclusione
Lettera a una maestra di vita
Mariapia, io scrivo per incontrare donne come te.
Perché per me sei una campionessa del mondo — non solo sulle strade o nei circuiti, ma nella vita.
Credo che un giorno vedremo davvero una donna in MotoGP, e non credo che quel giorno sia così lontano.
Se potessi, sosterrei anch’io “Angeluss”, quella squadra corse tutta al femminile che porta avanti la forza, l’intelligenza e la grazia delle donne nei motori.
Ma sai, quello che più mi ha colpito del tuo racconto non è solo la tua storia.
È tua mamma.
È lei che ti ha regalato una Renault 5 GT Turbo, una macchina a cui ancora oggi dobbiamo dare del lei.
Dentro quel gesto c’era tutto: la fiducia, il coraggio, e la certezza che una figlia può correre veloce quanto chiunque altro.
E quella fiducia non si è fermata lì — è passata da tua madre, a te, e ora a Giada.
Tre generazioni di donne che credono nel proprio potenziale, che non aspettano il permesso per vivere ciò che amano.
Il tuo risultato è grande e semplice insieme.
Grande, perché hai portato a casa vittorie, esperienze, emozioni vere.
Semplice, perché ci hai provato.
E quando una donna ci mette la volontà, te lo posso assicurare: niente la ferma.
Ammiro te e tutta la tua famiglia, perché rappresentate l’opposto di come sono cresciuto io.
A me, ogni volta che veniva data una possibilità, la mia famiglia pretendeva in cambio il massimo risultato possibile.
Se a scuola andavo male, volevano il 10.
Con la Cagiva Cruiser 125 (regalata da un mio amico), l’assicurazione sopra non me la meritavo.
Quando giocavo a hockey non mi comprarono nemmeno i pattini — fu il mio insegnante a prestarmi tutto il suo equipaggiamento.
E ogni volta, la frase era sempre la stessa:
“Noi la possibilità te l’abbiamo data.”
Crescendo così, impari a non chiedere più, a non sognare troppo forte.
E per questo, Mariapia, guardando la tua storia, io vedo la mia mancanza.
Ma non con invidia — con gratitudine.
Perché la tua libertà mi insegna che un altro modo di crescere esiste davvero.
Se un giorno riuscissi a trasmettere a mia figlia anche solo un pezzetto della tua storia, mi sentirei un padre fortunato.
Le racconterei di una donna motociclista che per me è leggendaria.
E le direi: “Vedi, questa è Mariapia.
Una donna che non ha solo guidato moto — ha guidato la sua vita.”
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


