Martina: Il Volto della Resilienza
Tempo fa, un’amica motociclista che stimo profondamente mi disse una cosa che porto ancora nel cuore: i miei racconti sono sempre l’uno diverso dall’altro. Aveva ragione. Succede perché non seguo uno schema fisso, ma cerco di far parlare l’anima della persona di cui scrivo.
Quando ricevo una storia, non leggo solo parole. Chiudo gli occhi, mi immedesimo nei pensieri, immagino le strade percorse e le cicatrici invisibili. Ascolto i pezzi di sé che ogni motociclista mi affida e, solo allora, inizio a creare. C’è un filo conduttore che le lega tutte, oltre alla passione per le due ruote: è quella determinazione fredda, glaciale. La motociclista è colei che, nonostante i colpi della vita, sa esattamente dove vuole andare.
Oggi, questo racconto è per te, Martina.
Se dovessi darti un nome, quel nome sarebbe Resilienza.
Scrivere di te significa immergersi in una forza che non urla, ma agisce. Sei la prova che la moto non è solo un mezzo, ma un’estensione di una volontà d’acciaio. Nelle tue esperienze ho visto la capacità di incassare i colpi e trasformarli in spinta per la prossima marcia.
Martina, la tua storia non è un semplice susseguirsi di chilometri, ma un inno a chi cade e si rialza con lo sguardo già puntato alla prossima curva, senza esitazioni. Sei quella determinazione che non si spegne mai, nemmeno quando il vento soffia contrario.
Il Diavolo sulle Due Ruote: La mia Storia
L’infanzia: Il “Diavolo” del Paese
Mi presento: sono Martina, ho 40 anni e, a sentire mia nonna, sono sempre stata un piccolo diavolo! Crescere in un paesino minuscolo ti tempra, specialmente se passi tutto il tempo in mezzo ai ragazzini. Se vuoi sopravvivere e farti rispettare, non puoi stare a guardare: devi buttarti nella mischia. Non è stata un’infanzia dura, intendiamoci, ma avere più amichetti che amichette ha sicuramente segnato la rotta. In una realtà così piccola, se non hai le ruote sotto i piedi, non sei nessuno.
La Gavetta: Ginocchia Sbucciate e Gare in Bici
Tutto è iniziato con le biciclette. Eravamo un branco di ragazzini che sfrecciava su e giù per i vicoli, facendo a gara a chi arrivava primo mentre le vecchine si affacciavano alla finestra urlandoci di andare piano. Le cadute? All’ordine del giorno. Le ginocchia sbucciate? Medaglie al valore. È lì che ho capito che cadere fa parte del gioco, l’importante è rialzarsi prima degli altri per non perdere la corsa.

La Svolta: Il Sudore e il Chesterfield
Gli anni passano e il desiderio di andare più lontano cresce. Alle bici subentrano i primi scooter e quel vento di libertà comincia a soffiare sempre più forte. Non ho chiesto regali ai miei: il mio primo Aprilia SR Chesterfield è stato il frutto del mio primo lavoro estivo. Era usato, certo, ma per me era il tesoro più prezioso del mondo. Era bellissimo, truccato, correva come un matto… e, come da tradizione, le prime cadute serie non si sono fatte attendere. Ma ogni graffio sulle carene era un pezzetto di esperienza in più.
Crescere significa capire che la libertà ha il profumo della gomma bruciata e il sapore della polvere, ma non la cambierei con nient’altro al mondo.
Il Salto nel Vuoto: Libertà e Desmo
Il Silenzio nel Garage e il Richiamo dell’Asfalto
Gli anni sono passati veloci, e quel vecchio Aprilia SR è finito in un angolo del garage, coperto dalla polvere ma non dimenticato. Intorno a me il mondo cambiava: arrivavano le prime “moto vere”. Guardavo i miei amici e morivo dalla voglia di salire, di sentire quella spinta che solo una marcia ingranata ti sa dare. Speravo sempre che qualcuno mi portasse con sé, ma dentro di me sentivo che il sellino del passeggero cominciava a starmi stretto. Volevo il manubrio tra le mani.
Marzo 2009: La Doppia Rivoluzione
Poi, un giorno di marzo, qualcosa è scattato. Ho preso due decisioni che hanno ribaltato il mio mondo. La prima: dire addio alla fabbrica. Quel lavoro mi stava soffocando, opprimeva il mio corpo e spegneva la mia mente. La seconda: usare ogni centesimo della liquidazione per comprare la mia libertà. Ero ancora quel “diavolo di ragazzina” che amava le cose da maschi, e non mi importava nulla dei pregiudizi. Ero strafelice. Finalmente avevo la mia moto. Una Ducati Monster. Nera, cattiva, rumorosa. Un sogno che vibrava sotto di me.

Il Battesimo del Fuoco: 1500 km di Verità
Il primo viaggio con lei? Un trauma meraviglioso. Tre giorni, 1500 chilometri infiniti. Era scomoda, vibrava ovunque, mi ha messo alla prova fisicamente e mentalmente. È stata l’esperienza che mi ha fatto capire che la strada non è sempre un tappeto rosso, ma un confronto costante con se stessi. Quella Monster è diventata la mia compagna per le fughe al mare, l’oggetto del mio orgoglio.
Fratellanza: Oltre le Apparenze
Poi sono arrivati i primi motoraduni. Lì ho scoperto un mondo nuovo: quello della fratellanza biker. Mi sono ritrovata circondata da omoni grandi, grossi e pieni di tatuaggi che a prima vista facevano quasi paura. Ma è bastato poco per capire che dietro quelle scorze dure battevano cuori incredibili. Ho scoperto che tra motociclisti non importa chi sei o da dove vieni; conta solo la strada che condividi.
Ho scambiato la sicurezza di un salario con il brivido di una curva, e la monotonia della fabbrica con il rombo di un bicilindrico. Non sono mai stata così viva.
Pelle, Acciaio e Libertà: La Mia Metamorfosi
Inchiostro Sotto la Pelle: Il Diario Visibile
Forse è successo proprio lì, tra il fumo dei motoraduni e il rombo dei motori, che il mondo dei tatuaggi ha smesso di essere un tabù ed è diventato la mia lingua. Avevo solo quel tatuaggio minuscolo, il regalo dei diciotto anni che i miei non avrebbero mai voluto farmi. È stato l’inizio di una valanga. Uno dopo l’altro, ogni segno sulla mia pelle ha iniziato a raccontare un pezzo di strada, un evento, un significato che solo io posso sentire battere. La “diavola” con la moto e i tatuaggi: ecco chi sono diventata. Non è estetica, è la mappa della mia vita.
L’Addio al Primo Amore e la Nascita di Biba
Il tempo, però, non fa sconti a nessuno, nemmeno a un mito. Dopo undici anni, io e il mio Monster ci siamo dovuti dire addio. L’ho lasciata in quel concessionario e, non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Si lascia un pezzo di cuore tra quei cilindri. Ma dalle lacrime è nata Biba, la mia Kawasaki Z650. Con lei ho riscoperto la fame di asfalto. Avevo un ritmo frenetico: sveglia alle 5, lavoro in fabbrica fino alle 13, ma con lo zaino già pronto e il pranzo al sacco. Appena timbravo il cartellino, non esisteva stanchezza. Saltavo in sella e sparivo.
Solitudine e Potenza: Verso l’Infinito
In poco più di due anni, io e Biba abbiamo divorato 25.000 chilometri. Ho esplorato ogni piega del Centro Italia, spesso da sola. Ed è stato in quella solitudine, col solo rumore del vento nel casco, che ho ritrovato il vero gusto di essere una motociclista. Ma la fame cresce sempre. Biba era perfetta, ma cominciava a starmi stretta. Volevo di più. Da due anni cavalco una Z900. Una moto più grande, che sembra rendere il mondo più piccolo, quasi a portata di mano. Più potenza, più controllo, più Martina.
Non chiamatelo hobby. Ogni cicatrice sulla carena e ogni goccia d’inchiostro sulla mia pelle sono i gradi che mi sono guadagnata sul campo. Il mondo è piccolo quando hai abbastanza cavalli per attraversarlo tutto.
Il Fuoco nel Sangue: Oltre l’Orizzonte
La Fame di Strada: Dal Sud alle Cime
Con la mia Zetona ho divorato l’Italia, da un estremo all’altro. Ho sentito il profumo di sale della Costiera Amalfitana e il gelo pungente dei passi dolomitici. Ho attraversato il silenzio mistico del Gran Sasso e l’abbraccio verde delle Foreste Casentinesi. Posti che non ti limitano a guardare: ti entrano dentro, ti riempiono gli occhi di bellezza pura e il cuore di una gioia che scoppia. Ho trovato fratelli e sorelle di asfalto, un gruppo pronto a tutto, col sole o col diluvio. Borse cariche, zavorrino al seguito – sì, ho anche lui! – e via, verso la prossima avventura.

La Mia Dose di Ossigeno
Oggi, quando salgo in sella, sento che il mondo mi appartiene. Non aspetto il weekend: lo bramo. È la mia scorta di ossigeno, la mia dose di vita. Mentre l’asfalto scorre veloce sotto le ruote, ogni curva è una sfida, un pizzico di sana follia gestita con la testa ben salda sulle spalle. Non esiste stagione, non esiste tregua. L’assicurazione è un contratto aperto con la libertà: basta un raggio di sole che buca le nuvole e io sono già fuori, a mordere la strada.
Il Drago e la Visiera: Il Mio Tempio
C’è un drago nero e verde tatuato sulla mia gamba; mi avvolge, mi artiglia, mi trascina lontano da ogni pensiero pesante. È il mio demone guida. E poi c’è lei, la mia visiera a specchio: il mio scudo magico. Da fuori non entra niente, nessuno può leggere cosa porto dentro, ma da lì dentro lascio scappare ogni preoccupazione, ogni scoria della quotidianità.
L’Inizio del Viaggio
Mi ci sono voluti vent’anni per capire davvero cosa significa essere una motociclista. Vent’anni di sudore, pioggia, lacrime e asfalto. Ne è valsa la pena? Ogni singolo maledetto secondo. Ma non fatevi strane idee: non è il traguardo. Questo è solo il riscaldamento. Il motore è acceso, il sangue bolle come napalm e la strada davanti a me è ancora infinita.
Perché io sono Martina, e il mio viaggio è appena cominciato. Non guardatemi negli occhi attraverso la visiera: guardate la scia di fuoco che lascio dietro di me. È lì che troverete la mia anima.
A Martina: L’Applauso di chi ha la Strada nell’Anima
Scrivere di te, Martina, non è stato solo un esercizio di stile. È stato un viaggio dentro un sogno che io stesso custodivo da ragazzo: un lavoro da operaio, la mia moto, e l’orizzonte come unica meta. Ma la vita, a volte, gioca a dadi con i nostri desideri. Mentre tu lottavi per la tua indipendenza, io combattevo una battaglia diversa: quella per il diritto di lavorare, di sudare, di guadagnarmi la mia libertà. Ho imparato sulla mia pelle che non esiste un lavoro umiliante; l’unica, vera umiliazione è non poterlo fare.
Oggi guardo te e sento il bisogno di gridare un “Vaffanculo!” alla mia sorte e far partire un applauso scrosciante, infinito, per la tua.
Ti ammiro, Martina. Ammiro la tua determinazione glaciale, quella forza con cui hai preso la liquidazione della fabbrica per comprarti il tuo destino su due ruote. Hai vissuto, cazzo. Hai scelto, hai rischiato e hai vinto.
Mentre scrivo della tua pelle tatuata, del tuo drago nero e verde che ti avvolge la gamba, sento una fitta di sana invidia e profondo rispetto. Amo i tatuaggi, li considero opere d’arte che raccontano l’anima, ma io non posso farne. Il mio corpo è già “marchiato” dai segni di diversi incidenti, cicatrici che sono i miei tatuaggi involontari, segni di battaglie che la vita mi ha costretto a combattere.
Ma tu… tu hai scelto ogni singolo centimetro di quell’inchiostro, proprio come hai scelto ogni singola curva della tua Z900.
Martina, sei pura energia. Sei il sole estivo che scalda il cuoio della giacca, sei il napalm che brucia i dubbi. Grazie per avermi prestato i tuoi occhi e la tua storia. Grazie per avermi ricordato che, anche se non siamo noi a guidare, la bellezza della strada resta intatta se qualcuno ha il coraggio di percorrerla come fai tu.
Non smettere mai di far ruggire quella Zetona.
“Le mie cicatrici raccontano dove sono stato, i tuoi tatuaggi raccontano chi hai deciso di essere. Entrambi conosciamo il prezzo della strada.”
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


