Miss Iron Quinn

“Se ti sembro lenta adesso, è solo perché sto imparando.”

Scrivere di donne motocicliste è, per me, un viaggio che diventa ogni volta più avvincente. C’è qualcosa di magico nell’attesa di iniziare un nuovo racconto: è un po’ come annunciare il nome della vincitrice di una gara. Perché ogni volta che una di voi arriva qui, con la sua storia, il suo vissuto, le sue emozioni, è come se fosse la prima volta.

E ogni prima volta porta con sé quell’adrenalina che solo la passione sa accendere.

Oggi scrivo con la stessa emozione di chi stringe il manubrio prima di una lunga corsa: con il cuore colmo di gratitudine e rispetto per tutte le motocicliste che, con coraggio e determinazione, percorrono le proprie strade — su due ruote e nella vita.

A voi dedico questo racconto, questo piccolo omaggio, con un pensiero che vorrei diventasse un mantra per chiunque salga in sella:

“Se ti sembro lenta adesso, è solo perché sto imparando.”

Perché la vera forza non sta nella velocità, ma nel coraggio di continuare a imparare, sempre.

Passione e Libertà – Le radici di un amore su due ruote (di Miss Iron Quinn)

Sin da bambina guardavo le gare di Max Biaggi in TV con mio papà. Non erano solo pomeriggi passati davanti allo schermo: erano momenti di condivisione, di complicità, di piccoli insegnamenti che non avevano bisogno di parole. Mio padre non mi spiegava le traiettorie o le strategie di gara — mi insegnava, senza saperlo, a guardare la passione negli occhi di chi lotta per un sogno.

Forse è lì che ho imparato cosa significa davvero avere una guida. Non solo un padre, ma un faro che ti mostra la direzione, senza mai costringerti a seguirla. Con lui ho capito che le passioni più autentiche non si impongono: si trasmettono, come un testimone invisibile che passa di mano in mano, da cuore a cuore.

E poi c’era la musica. La mia adolescenza aveva il suono del metal, con le chitarre distorte e le voci ruvide che raccontavano di ribellione e libertà. Quelle note erano una promessa: che si può vivere fuori dagli schemi, che la velocità non è solo una questione di ruote ma di anima.
Il metal, per me, era come il rumore di un motore che ruggisce all’alba — grezzo, potente, vivo. Era il mio modo di sentirmi parte di un mondo che non chiedeva permesso a nessuno per esistere.

Ricordo che ogni volta che sentivo passare una moto, mi si fermava il respiro. Quel suono mi scuoteva dentro, come un orgasmo uditivo, un’onda di vibrazioni che partiva dallo stomaco e arrivava dritta al cuore. Non era solo rumore, era melodia meccanica, libertà allo stato puro.
Ogni rombo era una dichiarazione d’intenti: “Io sono qui, e non ho paura di farmi sentire.”

E così, tra un Gran Premio con mio padre, un assolo di chitarra e il rombo lontano di una moto, è nata la mia passione.
Una passione che non ha bisogno di spiegazioni, solo di strade da percorrere e sogni da inseguire.

Il sogno che non si spegne mai

A sedici anni sognavo di avere una Aprilia 125. La guardavo sulle riviste, nelle vetrine, nei sogni. Mi immaginavo a stringere il manubrio, con il vento che mi spettinava i pensieri e il cuore che batteva più forte di qualsiasi motore.
Ma quella moto, ahimè, non arrivò mai.

Per anni ho cercato di mettere a tacere quel desiderio, convincendomi che fosse solo un capriccio giovanile. Ho provato a soffocarlo con la quotidianità, con la razionalità, con le priorità che la vita impone. Ma niente da fare. Dentro di me c’era sempre un piccolo ronzio, un battito costante, come un motore che non vuole spegnersi.

Sentivo che mi mancava qualcosa. Non sapevo darle un nome, ma era la sensazione di non essere del tutto me stessa, come se mi mancasse un pezzo fondamentale per sentirmi completa.

Poi, due anni fa, finalmente ho deciso di ascoltare quella voce interiore. Ho comprato la mia prima moto, una CF Moto 300 NK.
Non era la più bella, non era la più potente, eppure, quando l’ho vista per la prima volta, il cuore ha fatto lo stesso rumore di un’accelerata improvvisa.

Non serviva altro. Non serviva la perfezione. Bastava quella sensazione di libertà che da anni rincorrevo solo nei sogni.
E in quel momento, mentre giravo la chiave e il motore prendeva vita, ho capito che la felicità non è nella velocità, ma nel coraggio di partire.

Poison – Il mio veleno buono

Oggi ho una Kawasaki Z650.
La chiamo Poison — veleno. Perché chi ama davvero la moto sa che ogni passione forte ha dentro di sé un pizzico di pericolo, di follia, di quell’adrenalina che ti scorre nelle vene e non ti lascia più.

Con Poison ho trovato quello che per anni mi era mancato. È più di una moto: è un pezzo della mia anima. Le sue curve, i suoi scatti, la risposta precisa al mio tocco… è come se mi capisse, come se respirassimo insieme.
Quando salgo in sella, non ho limiti. Lei è le mie ali, la mia voce, la mia libertà.

Ma prima di arrivare a lei ho dovuto crescere, cadere, imparare.
La mia prima moto mi ha insegnato l’emozione pura della scoperta; Poison invece mi ha insegnato la consapevolezza.
È con lei che ho iniziato a capire chi sono davvero.

Durante i corsi guido anche una Ninja, cercando di diventare ogni giorno più precisa, più sicura, più me stessa. E lì, tra le curve dei circuiti, ho sentito chiaramente la voce di quella bambina che un tempo sognava l’Aprilia 125
Ora so che non ho bisogno di sognare — ora vivo quel sogno.

Poison è il mio “veleno buono”: forte, intenso, ma capace di curare.
Perché forse è proprio questo il segreto di ogni motociclista: accettare che dentro la libertà ci sia un pizzico di rischio, e che dentro la forza viva sempre un po’ di dolcezza.

Conclusione

In un mondo che da sempre è stato dominato dagli uomini, voglio mostrare — nel mio piccolo — che noi donne non siamo da meno.
Anzi, spesso abbiamo più coraggio di loro. (Frase scritta da Miss Iron Quinn)

Non è una sfida, né una provocazione.
È un omaggio.
Un tributo a chi, come Ettorina Sambri, la prima campionessa italiana ed europea di motociclismo, ha avuto il coraggio di osare quando nessuna donna pensava fosse possibile, nel 1920.
Il coraggio di salire in sella non per apparire, ma per vivere.

Quel coraggio, Chiara, è lo stesso che scorre oggi nelle tue vene — e in quelle di tutte le motocicliste che hanno scelto la moto come modo di esprimersi, di conoscersi, di sentirsi vive.

Come direbbe Yoda:

“Il coraggio di osare, tu hai.”

Perché il coraggio vero non si misura con la forza del fisico o con la velocità di una curva.
Si misura nella semplicità dell’intenzione, nel desiderio puro di essere se stesse, nell’onestà di dire:

“Io non voglio dimostrare nulla. Voglio solo vivere la moto, viverla davvero.”

E allora sì, che questa storia si chiuda con il suo mantra, con quella frase che racchiude tutto il senso del viaggio:

“Se ti sembro lenta adesso, è perché sto cercando di imparare.”

Perché imparare non significa essere indietro.
Significa avere il coraggio — quello vero — di non smettere mai di crescere.

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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