La Travel-Blogger
Buon 2026 a tutte le Motocicliste.
Quest’anno si apre un nuovo capitolo di scritture, e non è un capitolo qualunque. È una promessa. Il desiderio è chiaro, quasi ostinato: raccontare oltre cento Motocicliste. Cento storie affidate alle mie mani, alla mia memoria, alla mia responsabilità. Perché sì, lo dico senza esitazioni: sono felice. Anzi, onorato. Onorato della fiducia che mi avete concesso permettendomi di custodire le vostre esperienze, le vostre cadute, le vostre conquiste. E soprattutto di raccontarle.
Con questa premessa, apriamo ufficialmente l’anno delle Motocicliste 2026.
E lo facciamo con una “vecchia” conoscenza — vecchia solo per modo di dire, Sara, non me ne volere — perché certe storie non invecchiano: evolvono.
Perché ho scelto lei? Qui vige la dittatura: comando io. Puro maschilismo? Macché. È una scelta consapevole, simbolica. Ho scelto Saradodger6 perché voglio aprire l’anno con il segno del rinnovamento.
Sei anni in sella a una Yamaha R6, sei anni di asfalto, traiettorie, velocità e precisione. Poi una svolta netta. Un cambio di rotta che non è solo meccanico, ma interiore. L’approdo all’enduro-touring, a una moto che ha molto da raccontare di sé e, soprattutto, molto da insegnare a chi la guida.
Il rinnovamento è questo: crescere. Cambiare. Mettersi in discussione.
Molte delle Motocicliste di cui scrivo hanno cambiato moto, ma in realtà hanno fatto qualcosa di più profondo: hanno scelto di migliorarsi, di approfondire, di ampliare le proprie competenze. La moto diventa così uno strumento di esplorazione interiore, un mezzo che permette di scoprire e testare i propri limiti, fisici e mentali.
Se da un lato abbiamo chiuso l’anno con “Lady Supermoto”, che sfida le leggi dell’equilibrio e della ragione, dall’altro apriamo il 2026 con una motociclista che ha deciso di investire su sé stessa. Una donna che crede fortemente nelle proprie capacità, ma che riconosce il valore dell’aiuto reciproco, della condivisione, del sostegno.
E qui il ringraziamento è doveroso: a Nik, suo marito, per il supporto concreto, materiale e strutturale alle modifiche della moto. Perché dietro ogni viaggio, ogni trasformazione, spesso c’è una squadra silenziosa che rende possibile l’avventura.
Il 2026 delle Motocicliste inizia così: con il cambiamento, con il coraggio di lasciare ciò che si conosce per inseguire ciò che ancora non si sa dominare.
E questa, come ogni vera avventura, è solo la prima pagina.
Rinascita
Ciao a tutti, bikers.
Mi chiamo Sara e sono una motociclista del Vicentino dal 2019. Alcuni di voi mi conoscono come saradodger6, attraverso i social; altri invece mi incontreranno per la prima volta proprio qui, tra queste righe.
Dal mio racconto capirete una cosa semplice ma potente: i limiti non scompaiono da soli, siamo noi a farli sparire nel momento in cui decidiamo di vivere davvero, prendendo il timone della nostra vita e allargando l’orizzonte dello sguardo. A volte, per farlo, basta cambiare strada. O cambiare moto.
La stagione motociclistica del 2024, per come l’ho vissuta, è stata piatta, spenta, insoddisfacente. Qualcosa non funzionava. Il pensiero di salire sulla mia Yamaha R6 aveva iniziato a pesarmi, e quando lo facevo non ero più io: rigida, forzata, innaturale. Non ho voluto ammetterlo subito, nemmeno a me stessa, ma la verità era lì, evidente: non la sentivo più mia.
Per un breve periodo mi sono persino chiesta se avessi smesso di amare le moto. Poi ho capito. Non era la passione a mancare, era il segmento a non rappresentarmi più. Le sportive non si adattavano più al mio modo di vivere la strada, né alla persona che stavo diventando.

Avevo bisogno di rallentare. Di respirare.
Volevo godermi i panorami, sentire l’aria cambiare, tornare a vivere il mio tempo scegliendo il ritmo in base a come mi sentivo quel giorno. Ma una moto potente come l’R6 mi chiedeva sempre tutto: concentrazione, energia, prestazione. Energie che, in quel periodo, avevo sempre meno.
Per due anni il mio lavoro era diventato distruttivo, logorante, capace di spegnere lentamente il fuoco e la determinazione che mi avevano sempre contraddistinta. Salire in sella non era più una fuga, ma un’ulteriore richiesta. E io avevo bisogno, finalmente, di ascoltarmi.
Quello che stava iniziando non era solo un cambiamento di moto.
Era l’inizio di un viaggio interiore.
Un nuovo modo di vivere la strada, e me stessa.
Il Burnout Mentale !
Il burnout mentale non arriva all’improvviso.
Si insinua lentamente, giorno dopo giorno, quando il corpo continua ad andare avanti ma la mente inizia a chiedere tregua. Riconoscerlo non è una sconfitta, e chiedere aiuto non è un segno di debolezza: è un atto di lucidità, di responsabilità verso sé stessi. Per me, chiedere aiuto a uno psicologo è stato il primo vero gesto di rispetto verso la mia persona.
Premetto che io sono un’operaia. In quei due anni di lavoro ho ricoperto un ruolo di responsabilità, da preposto, all’interno di un ambiente profondamente tossico. Un contesto in cui mi venivano richieste prestazioni e risultati senza fornirmi i mezzi necessari per poterli raggiungere. Sapevo a che ora iniziavo la giornata, ma mai quando avrei timbrato l’uscita. Reperibilità costante, in qualsiasi giorno e a qualsiasi ora, unite a un forte senso del dovere che mi ha sempre guidata.
Proprio quel senso del dovere, però, mi ha lentamente consumata.
Mi sono spinta oltre i miei limiti senza rendermene conto, fino a logorarmi. Il lavoro aveva smesso di essere solo lavoro ed era diventato un peso emotivo continuo, capace di invadere ogni spazio della mia vita. È stato allora che ho scelto consapevolmente di intraprendere un percorso psicologico, per affrontare il burnout, imparare a creare un distacco emotivo dall’ambiente lavorativo e recuperare energie, lucidità e voglia di fare. Non solo sul lavoro, ma soprattutto fuori da esso.
La mia generazione, quella dei Millennials, vive spesso lo stress e l’insoddisfazione lavorativa come una condizione costante. È un tema che mi tocca profondamente perché mi ha segnata in prima persona. Qualcuno potrebbe dire: “Basta cambiare lavoro”. Ed è vero, in parte. Ma per come sono fatta io, sentivo che non era l’unica risposta.
Ho riconosciuto che il mio modo di reagire a quell’ambiente doveva cambiare. Ho capito che esisteva un mio limite di adattabilità, e che lavorare su me stessa era necessario quanto cambiare il contesto. Non per colpevolizzarmi, ma per crescere. Per scegliere consapevolmente chi volevo essere e come volevo stare al mondo.
Quando si inizia un percorso di introspezione autentica, quando si smette di sopravvivere e si inizia a posizionarsi nella propria vita, accade qualcosa di potente. Io ho smesso di chiedermi solo cosa mi venisse richiesto, e ho iniziato a chiedermi cosa fosse giusto per me.
Da lì è iniziato il vero cambiamento.
26 gennaio 2025 – MBE di Verona, Padiglione Fantic
MBE Verona. Padiglione Fantic.
Davanti a me c’era lei: una Caballero 700 Travel, esposta con il kit da viaggio montato di serie. Non era solo una moto, era una dichiarazione d’intenti. Linea classica, pulita, curata nei dettagli. Un assetto e una configurazione che sembravano parlare da sole: “Sono pronta. Tu lo sei?”
Non urlava velocità, non ostentava cavalli. Trasmetteva qualcosa di diverso: apertura, possibilità, strada. Strade.
L’ho osservata a lungo. Bella, sì, ma soprattutto coerente. Mi sono detta: “Una volta a casa devo approfondire. Questa moto ha qualcosa da raccontarmi.” Senza saperlo, avevo già piantato il primo seme del cambiamento.
20 febbraio 2025 – Il giorno di un addio necessario
Il 20 febbraio 2026 è stato il giorno di un addio sofferto.
La mia Yamaha R6, la mia prima moto, quella che mi aveva accompagnata anche nel giorno del mio matrimonio, veniva caricata sul furgone del suo nuovo proprietario. Una giovane ragazza di Udine, con un sogno chiaro fin dall’inizio: l’R6. Vederla realizzare quel sogno mi ha resa felice. Desideravo che quella moto andasse a un’altra donna, e così è stato.
Non era una perdita, era una transizione.
Dentro di me sapevo già da tempo che stavo cambiando. Quella moto aveva rappresentato una parte fondamentale della mia vita, ma non raccontava più la strada che volevo percorrere. La guidavo sempre meno. Guardandomi dentro, sentivo un desiderio nuovo e più profondo: andare più lontano, vedere luoghi mai visti, attraversare paesaggi che fino a quel momento avevo conosciuto solo tramite cartoline o wallpaper.
Quel giorno sono rimasta senza moto. E per la prima volta, senza una direzione già scritta.
Il dubbio, la ricerca, la consapevolezza
Da dove ricominciare?
Una moto da viaggio, forse. Africa Twin? Teneré? Moto straordinarie, ma la mia altezza mi ha riportata velocemente alla realtà. Non volevo una moto che mi mettesse in difficoltà già da ferma. E soprattutto, non volevo “solo” viaggiare.
Io volevo tutto.
Asfalto, sterrato, curve, panorami, quotidianità e avventura. Una moto capace di adattarsi, di accompagnarmi ovunque, senza impormi limiti. Cercando la vera tuttofare, mi sono imbattuta in un marchio tutto italiano: Fantic. Poco conosciuto da molti, purtroppo — me compresa, fino a poco tempo prima.
Da lì è iniziato lo studio vero: video, recensioni, opinioni, storia del marchio. Tutto convergeva su lei: Caballero 700. Estetica classica, anima scrambler tassellata, elettronica moderna. Un equilibrio che mi affascinava. Era bellissima. Ma era quella giusta?

La scelta: da sportiva a enduro da viaggio
Ero combattuta.
Volevo fare centro. Avevo amato profondamente l’R6 e la nuova moto non poteva essere un compromesso al ribasso. L’R6 era stata una scelta istintiva, guidata dall’estetica e dall’inesperienza. Questa volta no. Ora avevo conoscenze, tecnica, consapevolezza. Ora sapevo cosa stavo cercando.
Questa moto doveva rappresentare la me di oggi.
Pratica, versatile, pronta a tutto. Non una moto come le altre, ma la mia. Unica.
Ripensai all’emozione provata davanti a quella Caballero all’MBE, ai dati raccolti, alle sensazioni. Tutto tornava. Il passaggio dalla sportiva pura all’enduro da viaggio non era una rinuncia: era un’evoluzione.
E in quel momento lo capii con chiarezza assoluta.
Il cambiamento non faceva più paura. Era diventato inevitabile.
18 marzo 2025 – Il momento in cui la passione cambia forma
Motosport di Padova, un concessionario multimarca di medie dimensioni, con un enorme cagnolone che si aggira tranquillo tra le moto in esposizione. Io ero tesa, emozionata, consapevole che stavo per compiere un passo importante. Poi l’ho vista: la Caballero 700, serbatoio azzurro, già immaginata con una wrap ancora da decidere, pensata in funzione del mio nuovo stile. Era lei, senza più dubbi. Moto demo drive, 67 km all’attivo, un prezzo non regalato ma finalmente umano rispetto a molte altre realtà.
Firme, ringraziamenti, saluti. La moto mi aspettava in parcheggio. Giacca, guanti, casco. Si parte. Il rombo del bicilindrico riempie l’aria: un motore prestante, generoso, vivo. La linea snella, le curve morbide del serbatoio tra le gambe, una lieve accelerata e lei risponde immediatamente, pronta, scattante, con tutti i suoi 75 cavalli. Non me l’aspettavo così reattiva. Tornando a casa, tremante per il freddo ma carica di emozione, pensavo a tutto quello che avremmo potuto fare insieme. La stagione davanti a noi, la strada aperta. “Posso andare ovunque con lei. Non ho limiti.”
Stagione motociclistica 2025 – La rinascita e i risultati
Parallelamente a questa scelta, nasceva anche un altro progetto: il mio canale YouTube. Sentivo il bisogno di condividere. Il marchio Fantic, italiano, di qualità, ma ancora poco conosciuto rispetto alle moto che vediamo ogni giorno, meritava spazio e racconto. Io stessa non conoscevo la Caballero prima di quel periodo. Il primo video pubblicato è stato semplice, diretto, autentico: pochi minuti in cui presentavo la mia nuova moto con orgoglio.
La stagione motociclistica 2025 è stata il mio boom. La mia rinascita.
Poco dopo ho scoperto Motobox, concessionaria Fantic di Bussolengo, a Verona: un ambiente piccolo ma curato, gestito da veri appassionati del marchio. Un luogo dove personalizzare la moto, scegliere accessori, respirare appartenenza. E soprattutto, partecipare ai loro Cabaraduni: raduni dedicati ai possessori di Fantic Caballero di qualsiasi cilindrata.
Il 19 aprile ho partecipato al mio primo Cabaraduno. Ho trovato persone, storie, un’energia autentica. Un ambiente che mi ha fatta sentire parte di qualcosa.
Ed è lì che ho capito che la mia passione non solo era tornata: si era trasformata in qualcosa di più grande, più condiviso, più vero.
Oltre l’Asfalto: quando il limite smette di esistere
Da lì sono iniziate le mie prime vere esplorazioni. Strade mai percorse prima, deviazioni non pianificate, i primi off-road nei campi, fino ad addentrarmi nel cuore dei Colli Euganei. Poi l’incontro che mi ha cambiata definitivamente: il Parco Naturale Regionale della Lessinia. È lì che ho affrontato il mio primo vero off-road, la Translessinia, e con esso una nuova consapevolezza. I confini che prima percepivo hanno iniziato a dissolversi. Ho smesso di chiedermi dove potessi arrivare e ho iniziato a chiedermi perché non provarci. A volte ho esagerato — come quando mi sono ritrovata intrappolata tra vigneti che sembravano un labirinto senza uscita — ma anche in quei momenti ho capito una cosa fondamentale: stavo vivendo. Cercavo la natura, la solitudine, quella pace selvaggia che non si compra e non si pianifica, ma si conquista.
Partire senza Garanzie: la nascita di una libertà condivisa
Le persone hanno sentito tutto questo.
Il mio stile è cambiato, si è spogliato di ogni costruzione ed è diventato autentico. Ed è proprio per questo che è stato accolto. Ho conosciuto molte persone, condiviso i miei lavori di personalizzazione sulla moto, raccontato errori, tentativi, progetti. Ho caricato la tenda sulla moto e sono partita: Toscana a luglio, Francia ad agosto, il viaggio in solitaria in Slovenia, poi l’Austria a settembre. In una sola stagione. Messaggi da tutta Italia e dall’estero, inviti a condividere un caffè, un tratto di strada, una notte di appoggio lungo il viaggio. Persone che volevano incontrarmi, ascoltare, partire. Tutto questo è nato da una scelta: mettermi in gioco senza garanzie.
Quest’anno ho ricevuto tanto perché non mi sono mai fermata. Ho seguito le mie pulsioni, ho rifiutato l’idea di stagnare, di spegnermi lentamente. Ho accolto ogni cambiamento, anche quando faceva male, perché ne riconoscevo la necessità. Ho affrontato l’incertezza a braccia aperte, prendendo ciò che arrivava come risultato diretto del mio impegno. E non sono mai rimasta delusa. Ogni strada sbagliata, ogni navigatore da ricalcolare, ogni figuraccia con il mio inglese incerto, ogni panorama improvviso mi ha ricordato che ero viva. Presente. Al comando.

Il Rischio come Scelta: essere il pilota della propria vita
Perché il rischio, quando è una scelta consapevole, non è incoscienza: è una prova morale. Ed è proprio lì che nascono le soddisfazioni più autentiche.
Ed è per questo che oggi, come tributo a questa vita e a chi non si lascia scappare le avventure, a chi non vuole fermarsi e continua a cercare la propria libertà, ho aperto il mio store online. Un luogo dove abbigliamento e accessori raccontano i miei viaggi in moto. Non come prodotti, ma come simboli di una strada scelta.
Rinascere per Ripartire: quando la vita riallinea le energie
Una rivoluzione silenziosa ma decisiva è arrivata a novembre: ho iniziato un nuovo lavoro.
Oggi sono serena. Le mie energie naturali stanno riaffiorando con la forza di un vulcano che aveva solo trattenuto il respiro, promettendo a sé stesso che non si sarebbe mai spento. Ritrovare equilibrio ha significato ritrovare visione. Il 2026 sarà l’anno in cui andrò ancora più lontano, alzando di nuovo l’asticella, senza paura di osare.
Sul fuoco stanno già bollendo nuove collaborazioni con altri creator, nuovi viaggi, nuove esperienze, nuove emozioni. Ma soprattutto, sento il bisogno di avvicinarmi ancora di più a chi mi ha supportata, a chi ha espresso il desiderio di condividere un tratto di strada con me. Sarà il mio modo di dire grazie. Non con le parole, ma con il tempo, la presenza, l’esperienza condivisa.
Gratitudine. È così che scelgo di chiudere questo anno incredibile.
Evolvere la Moto, Evolvere Sé Stessi: la tecnica al servizio dell’avventura
31 dicembre. La fine dell’anno porta con sé un’ulteriore trasformazione.
I miei viaggi e la mia strada mi hanno spinta a cercare soluzioni che mi permettessero di avanzare ancora, adattando attrezzatura, abbigliamento e componenti a un modo di viaggiare che sento sempre più mio. La mia Fantic Caballero 700 non è più solo una moto: è diventata un’estensione di me stessa. E come ogni cosa viva, evolve.
“Gorm Moto” è stato il mezzo attraverso cui realizzare questa nuova fase. La Caballero è una Scrambler, e come tale nasce ibrida, versatile, capace di passare con naturalezza dall’asfalto allo sterrato. Nulla poteva rappresentare meglio la sua indole affamata d’avventura dell’installazione di una torretta di navigazione del marchio citato. È una scelta che rompe con l’estetica più tradizionale, sacrificando il grande faro rotondo tanto caro ai puristi. Ma per me non è una rinuncia: è una dichiarazione di intenti.
L’installazione non è stata semplice. Senza staffe dedicate, senza competenze tecniche ed elettroniche non basilari, sarebbe stato impossibile adattarla. Ma è proprio in questa complessità che ho trovato soddisfazione. Perché ogni modifica, ogni scelta tecnica, ogni soluzione trovata è stata un passo in più verso una moto unica. E verso una motociclista che continua a esplorare nuovi temi, nuovi limiti e nuove possibilità, con consapevolezza e determinazione.
Moto = Terapia di coppia !
Fortunatamente mio marito ha mani d’oro: dalla carpenteria alla meccanica, dall’elettronica alle soluzioni più complesse, sa destreggiarsi con naturalezza. Così, con un approccio da vero garage-build, abbiamo dedicato tre giorni intensi a smontare la moto pezzo per pezzo, per dare vita al mio progetto. Ogni vite tolta, ogni collegamento ricontrollato, ogni scelta condivisa diventava parte di qualcosa di più grande: la costruzione di un sogno a due ruote, e insieme, di un momento prezioso tra di noi.
Amo lavorare con lui nel nostro garage. Non è solo il fatto che sia bravo nei lavori complessi: è la cooperazione, lo scambio di idee, la complicità silenziosa tra mani e occhi che rende ogni passo un gesto d’amore. Qualche tempo fa, ridendo, gli dissi che dovrebbero proporre di lavorare sulle moto come terapia di coppia: il feeling, la fiducia, la capacità di costruire qualcosa insieme rafforza il legame più di mille parole. E in quei giorni, tra attrezzi, bulloni e il profumo dell’olio, ho sentito chiaramente quanto fosse vero.
Quando la torretta di navigazione ha preso il suo posto, il risultato era evidente: una moto unica, irripetibile. Non era più solo un mezzo, ma il frutto di un percorso condiviso, di fatica e di gioia. La soddisfazione negli occhi di chi la vedeva era palpabile.
Io non ho mai considerato una moto come un oggetto già fatto, pronto all’uso. Per me, la moto è un foglio bianco, una tela su cui il pilota può scrivere le proprie avventure, le proprie emozioni, i propri limiti e le proprie vittorie. Nessuna moto di serie potrà mai contenere tutto questo da sola: servono mani, cuore e passione. E se si ha accanto la persona giusta, allora quel foglio bianco diventa qualcosa di unico, irripetibile, e capace di raccontare una vita condivisa.
Sara “Fly like an eagle”
Sara mi trasmette quel senso di avventura pura e istintiva, quella che nasce da una frase semplice e potentissima: “Qui piove, ma a due montagne di distanza c’è il sole.”
È la capacità di guardare oltre l’immediato, di scegliere il movimento invece dell’attesa. La sua non è un’avventura rumorosa o ostentata: è fatta di consapevolezza, di ascolto, di strade che insegnano qualcosa. Non viaggi improvvisati, ma esperienze costruite nel senso più profondo del termine: progettate per mettere alla prova, per comprendere, per crescere.
Perché è vero, il viaggio non si costruisce come un oggetto. Si costruisce interiormente. È il risultato di scelte, di rischi accettati, di errori, di fatica. Ed è solo mettendosi alla prova, rischiando, provando davvero, che una persona può arrivare a capire chi è e cosa può ottenere da sé stessa. Sara rappresenta esattamente questo: la forza che nasce dal rinnovamento.
Il suo percorso somiglia molto a quello dell’aquila.
Si racconta che, raggiunta una certa età, l’aquila affronti il momento più difficile della sua vita. Il becco diventa curvo e inadatto a cacciare, gli artigli perdono forza, le piume appesantiscono il volo. A quel punto ha due scelte: lasciarsi morire o ritirarsi in cima a una montagna. Lì, in solitudine, inizia un lungo processo di rinnovamento. Si spezza il becco contro la roccia per farlo ricrescere. Con il nuovo becco strappa le vecchie unghie, aspettando che tornino forti. Poi libera il corpo dalle piume logore, attendendo che ne crescano di nuove. Solo dopo mesi di dolore, attesa e trasformazione, l’aquila torna a volare. Più leggera. Più forte. Più consapevole.
Sara ha fatto lo stesso.
Ha scelto di non spegnersi. Ha accettato la fatica del cambiamento, la solitudine delle scelte difficili, il rischio di lasciare ciò che conosceva. E oggi vola di nuovo, con ali diverse, verso orizzonti più ampi. Non per fuggire, ma per vivere pienamente.
Ed è per questo che la sua storia merita di essere raccontata.
Perché parla di coraggio, rinnovamento e libertà conquistata.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


