
Parlare di fuoristrada significa evocare la sfida per eccellenza: lo sterrato. Chiunque, almeno una volta, ha sognato di affrontarlo, di assaporare quella sensazione unica di perdita di aderenza, come se le ruote cercassero disperatamente di graffiare il terreno, proprio come gli artigli di un ghepardo lanciato nella sua corsa di caccia.
Il fuoristrada ci insegna che il controllo assoluto non è l’obiettivo. Al contrario, ci invita ad abbandonarci, a fidarci della moto, a trovare equilibrio nella guida in piedi, dove coraggio e istinto diventano un tutt’uno con la moto. È un dialogo intimo tra chi guida e la terra stessa, fatto di fiducia, rispetto e libertà.
Ed è proprio questa emozione che mi ha trasmesso Carolina con il suo racconto: la storia di come ha iniziato questa straordinaria avventura, dei traguardi che ha conquistato e dei risultati che continua a raggiungere con passione e determinazione.
Una cosa, però, è certa: ogni volta che scrivo di donne motocicliste ritrovo la stessa costante, quell’amore profondo e viscerale per la moto che somiglia al mistero stesso della creazione della vita. Non è un caso, forse: perché sono proprio le donne, le autrici più potenti e autentiche di questo nostro mondo, a saper trasformare la passione in forza vitale.
La prima corsa: una scintilla tra padre e figlia
Avevo dodici anni quando la mia vita prese una piega inaspettata, in una di quelle giornate che sembrano comuni e invece restano per sempre scolpite nella memoria.
Ero in montagna con mio padre, il mio eroe silenzioso, sempre sicuro in sella al suo KTM da enduro. Ricordo ancora la naturalezza con cui affrontava la pista tagliafuoco: ogni curva, ogni sasso, ogni tratto irregolare sembrava piegarsi al suo volere. Io lo osservavo ammirata, quasi ipnotizzata da quel legame tra lui e la moto, una fusione di tecnica e libertà.
Ad un certo punto, con un sorriso improvviso e una scintilla negli occhi, mi chiese:
«Vuoi provare?»
Non ebbi neanche il tempo di pensarci. Mi ritrovai a salire sul suo KTM 350, enorme per il mio corpo minuto. Mi spiegò solo come mettere la prima marcia. Nulla di più. Poi lasciò che fossi io a scoprire il resto.
Appena partii, capii che non mi aveva detto come fermarmi. Sentii il cuore schizzare in gola, la moto scattare sotto di me come una bestia indomabile. Lui iniziò a corrermi dietro, ridendo di gusto, mentre al volo cercava di spiegarmi dov’era la frizione e quale leva fosse il freno. Io, intanto, aggrappata al manubrio, oscillavo tra paura e adrenalina.
Fu un momento esilarante, un misto di caos e magia. Non arrivavo nemmeno a toccare terra, quella moto era troppo potente, ma dentro di me si accese qualcosa: una scintilla che non si è mai spenta.
In quell’attimo non ho solo incontrato la mia passione per le moto. Ho vissuto uno dei momenti più veri con mio padre. Non era solo una prova di guida, era una lezione di vita: lanciarmi nell’ignoto, affrontare la paura, fidarmi delle sue indicazioni gridate nel vento.
Da quel giorno ho capito che la nostra storia, padre e figlia, si sarebbe intrecciata per sempre a quella strada polverosa, a quella corsa improvvisata. E che ogni volta che salgo in moto, porto con me un po’ di quella risata, di quella fiducia, di quell’abbraccio invisibile che mi ha insegnato a non mollare mai.
Il regalo che cambiò tutto
Avevo appena compiuto quattordici anni quando il destino decise di regalarmi uno dei ricordi più vividi della mia vita. Una sera qualunque, dopo cena, mio padre mi chiese di dargli una mano a sistemare della merce nel suo negozio. Non sospettavo nulla: per me era solo un altro momento in cui potevo stargli accanto, come sempre.
Ma quella sera nascondeva qualcosa di diverso.
Quando aprì la porta, il mio sguardo cadde su di lei. Era lì, davanti al bancone, come se mi stesse aspettando da sempre. Nera e rossa, grintosissima, con quell’aria ribelle che sembrava già conoscermi: la mia prima moto. Un HM CRE 50 del 2001.
Rimasi senza parole. Il cuore mi martellava nel petto, le gambe mi tremavano. Non riuscivo a crederci: era mia. Quella moto non era solo un mezzo, era un simbolo. Era la fiducia di mio padre, la sua maniera di dirmi: “Adesso tocca a te.”
In un attimo mi rividi su quella famosa pista tagliafuoco, non più come spettatrice ma finalmente al suo fianco, pronta a cimentarmi con l’enduro, pronta a misurarmi con la sua stessa passione.
Salire per la prima volta sulla mia moto fu un’esplosione di adrenalina. Sentivo il profumo di benzina, il rombo che mi scuoteva dentro, e insieme la paura di non esserne all’altezza. Perché non era per niente semplice come lo faceva sembrare lui. Ma quella sfida era tutto ciò che avevo sempre desiderato.
Quella sera ho imparato che quando qualcuno crede in te, anche ciò che sembra impossibile diventa irresistibile. Mio padre mi aveva consegnato non solo una moto, ma una promessa: che da quel momento in poi, la strada davanti a me sarebbe stata tutta da conquistare. E io non vedevo l’ora di affrontarla, a gas aperto.
Il Ritorno della Guerriera
Dopo anni lontana dalle due ruote, pensavo che quel fuoco si fosse sopito. E invece è bastato un attimo, un solo istante, per risvegliarlo. È stato mio padre – sempre lui, la radice di tutto – a riportarmi nel gioco, mettendomi tra le mani una Voge 300 Rally. Una moto semplice, cinese, forse non la più potente… ma appena ho imboccato il boschetto dietro casa, ho capito: la scintilla era ancora lì, più viva che mai.

Ho ricominciato ad esplorare le strade dimenticate, la Via del Sale, le mulattiere che conoscevo da ragazzina. Ma presto quella moto ha mostrato i suoi limiti: buona per ripartire, ma non abbastanza per i miei orizzonti. E allora ho fatto una scelta coraggiosa: ho venduto lo scooter che mi portava al lavoro, il compromesso del quotidiano, per prendere la MT 450 della CFMoto. Un passo avanti. Con lei potevo unire vita e passione, guidarla ogni giorno al lavoro e sentirla trasformarsi nel weekend, pronta a divorare sterrati e colline. Ogni mattina, casco in testa e motore acceso, la Riviera Ligure diventava il mio tempio.
Ma sapevo che mancava ancora qualcosa. La vera chiamata.
E di nuovo è stato mio padre a tendermi la mano. Un giorno tornò con una proposta: una Sherco 300 4T da gara, leggera e feroce. Appena l’ho vista, ho capito che sarebbe stata lei: Mirtilla.

Con Mirtilla non è più solo guida, è fusione. Nei sentieri difficili, sulle pietraie e nei guadi, non siamo due entità distinte: siamo un’unica creatura. Agile, scattante, pronta a sfidare ogni ostacolo. Forse non ha la potenza devastante delle regine di cilindrata, ma ha ciò che conta davvero: la capacità di tirare fuori il meglio di me.
Oggi non guido solo moto: costruisco strade interiori. Ogni accelerata è una dichiarazione di coraggio, ogni curva una sfida accettata, ogni salita un traguardo conquistato. Perché questa passione non è un gioco: è una missione. È la dimostrazione che se credi davvero in qualcosa, puoi trasformare anche un sogno d’infanzia in un percorso senza limiti.
E quando giro la chiave, quando sento il rombo vibrare nel petto, so che lì, in quel preciso istante, sto vivendo davvero. Non più spettatrice, ma protagonista. Con il vento in faccia, la strada davanti e la certezza che il meglio deve ancora arrivare.
Alta Via del Sale: la strada dentro di me
Il passo che porto nel cuore è l’Alta Via del Sale. Una strada bianca, un tempo militare, che unisce Liguria e Piemonte. Per molti è solo un percorso di montagna, ma per me è molto di più: è il filo che lega la mia storia, la mia passione e il rapporto con mio padre.
Avevo quattordici anni quando l’ho percorsa per la prima volta, in sella al mio CRE 50. Il serbatoio piccolo non bastava a contenere tutta la strada, così portavo nello zaino una tanichetta di miscela, come se fosse un talismano. Ricordo la fatica di quelle salite, il rumore della moto che si confondeva con il vento, e il battito del cuore che si faceva più forte ad ogni curva.
I paesaggi cambiavano come in un sogno: i boschi fitti e profumati del Bosco delle Navette, i silenzi irreali dei tratti rocciosi vicino al Rifugio Don Barbera, le cime imbiancate che a volte custodivano ancora lembi di neve anche d’estate. Lassù non c’era nessuno: solo noi, mio padre, qualche pastore con le mucche, e il respiro immenso della montagna.

Molti hanno paura dei burroni che costeggiano il sentiero. Io invece li ho sempre amati. Forse perché da ligure porto nel sangue l’amore per la vista dall’alto: lo sguardo che abbraccia montagne, mare e, nelle giornate più limpide, persino la Corsica lontana. È come se in quell’orizzonte si riflettesse la mia stessa anima, sospesa tra il desiderio di restare e la necessità di andare.
Ogni sosta era un rituale: io e mio padre seduti su una pietra, o distesi in un prato, a dividere un panino. Momenti semplici, ma che oggi riconosco come fondamenta: lì imparavo che la passione non è solo velocità, ma anche condivisione, silenzio, contemplazione.
Arrivare ai forti del Colle di Tenda significava entrare in un luogo fuori dal tempo, quasi sacro. E forse è proprio così: quella strada è il mio tempio interiore. Sa di casa, sa di giovinezza, sa di libertà.
Oggi, ogni volta che la percorro, so che non sto semplicemente guidando una moto. Sto rivivendo chi sono stata e alimentando chi sono oggi. Non è un tratto inciso nel DNA: io e la moto non siamo due entità separate. Io sono la moto, il suo respiro, la sua corsa, la sua sfida. E l’Alta Via del Sale non è solo una strada: è la mia anima che prende forma tra curve, salite e panorami senza fine.
Il futuro corre con noi
Per il mio futuro su due ruote sogno di vedere crescere il Furious Girl Club: non solo una community, ma un vero movimento di donne che scelgono di vivere la moto come strumento di libertà, forza e sorellanza. La mia passione scorre dentro di me come un fiume: a volte incontra ostacoli, rocce, argini… ma non si ferma mai. Trova sempre una strada, si reinventa, continua a correre. È questa la volontà che mi governa: trasformare l’amore per l’enduro e l’adventuring in energia condivisa, capace di trascinare altre donne lungo il cammino.

Le community femminili nel mondo delle moto stanno crescendo in modo sorprendente: donne che non hanno paura di sporcarsi di fango, di affrontare i sentieri, di misurarsi con se stesse e con la natura. E io voglio che il Furious Girl Club sia parte di questa rivoluzione: un luogo in cui ci si sostiene, ci si sprona e ci si diverte, insieme.
Perché la moto non è soltanto un viaggio individuale: è un ponte che unisce, è collaborazione, solidarietà, risate che restano nel cuore. Quando sei in sella i problemi si dissolvono e rimane solo l’essenziale: la gioia pura, quella che ti fa sentire bambina di nuovo.
Ecco cosa sogno: un futuro in cui sempre più ragazze possano scoprire questa sensazione, viverla senza timori e condividerla fianco a fianco. Un futuro in cui la voce delle Furious Girl si faccia sentire forte, come il rombo di un motore che non smette mai di correre verso nuovi orizzonti.
“La curiosità che accende il coraggio”
Scrivere di Carolina è stato un viaggio dentro l’anima di una donna che ha saputo trasformare una passione ereditaria in una vera filosofia di vita. C’è qualcosa di straordinario nel ricevere in dono non solo un talento o un interesse, ma un legame che scorre di generazione in generazione, come un filo invisibile che unisce e dà radici. È uno dei doni più preziosi che la vita possa offrire.
Le difficoltà, in fondo, non risiedono mai davvero nel percorso, nelle salite o nei burroni, ma nella scelta di quale strada intraprendere. E Carolina questa scelta l’ha compiuta con lucidità e determinazione. Non è il coraggio cieco che la distingue – perché il coraggio può bruciare e spegnersi – ma la chiarezza interiore di chi sa cosa vuole per sé e decide di viverlo fino in fondo.
Nelle sue parole si coglie un insegnamento sottile ma potente: non è la distruzione della paura che ci porta a superare i nostri limiti, ma la curiosità di guardarci dentro e domandarci con umiltà e forza insieme: “Posso fare di meglio?”
Ed è lì che nasce la sua grandezza. Carolina non corre soltanto per affrontare ostacoli esterni: corre per dialogare con se stessa, per scoprire quanto in là può spingersi, quanto ancora può crescere. E in questo cammino, la sua figura non è soltanto quella di una motociclista, ma di una donna che ha fatto della sua passione un atto di consapevolezza, libertà e verità.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


