Nel mio lavoro, che consiste nello scrivere di donne motocicliste, mi ritrovo a confrontarmi con donne di tutte le età. C’è una costante che riscontro sempre, sia che la motociclista abbia 20 anni o 50: la forza di volontà è la stessa, così come le paure. La preoccupazione più grande che percepisco in loro è il senso di inadeguatezza. Per una donna, salire in moto non è tanto frenato dallo stereotipo di genere, quanto dal timore di non essere all’altezza delle proprie aspettative. Questo spesso si traduce in una mancanza di decisione.
Le storie, i racconti e gli articoli che scrivo servono proprio a questo: a cementare una certezza, sia per le veterane che per le neofite. Ogni percorso in moto inizia nello stesso modo, inserendo la prima marcia. Una volta fatto questo, il mondo e la passione delle due ruote prendono il via.
In passato mi è già capitato di scrivere di padri motociclisti che hanno tramandato questa passione alla propria figlia. È la dimostrazione che, nonostante esista ancora il cliché secondo cui questo sarebbe un mondo per soli maschi, ci sono papà che se ne infischiano felicemente. L’unica cosa che desiderano è vedere la propria figlia sorridere ed essere felice.
Adesso vi presento Tiziana.
L’eredità del vento: un omaggio a mio padre
La mia storia con la moto non ha una data d’inizio. Non esiste un “prima” e un “dopo”, perché la moto è sempre stata lì, parte integrante della mia vita. È qualcosa con cui sono cresciuta, un’aria che ho respirato fin dal mio primo respiro.
Avevo solo quattro anni e mezzo quando mio papà mi ha fatto il regalo che avrebbe segnato la mia strada: una Italjet da cross. Eppure, quel legame era nato molto prima. Negli anni Settanta la libertà aveva un altro sapore, e lui mi portava ovunque. Mi raccontava sempre che mi legava dietro di lui, sulla sella, perché davanti per un bambino era troppo pericoloso. Io non posso ricordarlo davvero, ma lo sento sulla pelle: so che è stato così.
Se chiudo gli occhi e penso alla mia infanzia, non esiste un solo fotogramma senza una moto. Ci sono le luci e la folla del Motor Show di Bologna, il profumo di novità alle fiere di Milano, il rombo viscerale e metallico dei motori che cercavano la traiettoria sul circuito di Misano. La nostra era una vita in viaggio.
Mio papà macinava chilometri su chilometri, portando con sé tutta la famiglia: me, mia sorella, mia mamma. Anche lei amava quel mondo, ma ha scelto di essere la sua passeggera, custode del sellino posteriore. Lui era il pilota, l’uomo alla guida che non si è mai fatto portare da nessuno. Da nessuno, tranne che da me.
Ogni tanto, con una fiducia che ancora oggi mi commuove, si sedeva dietro e mi lasciava i comandi per farmi fare le “guide”. Era il suo modo silenzioso e immenso per insegnarmi a vivere, dandomi in mano il suo mondo.

Il lungo letargo della passione
Poi, la vita cambia marcia. Metti su famiglia, i giorni si riempiono di nuove responsabilità e, quasi senza accorgertene, la moto esce dalla quotidianità. Non è stata una decisione presa a tavolino, ma una di quelle derive silenziose che capitano e basta. Per più di vent’anni il motore è rimasto spento. Eppure, oggi lo so: quella passione non si era mai estinta. Non era un fuoco spento, ma brace viva, nascosta da qualche parte sotto la cenere del tempo, in attesa del vento giusto per tornare a bruciare.
Il bivio del cambiamento
Il 2020 ha rimescolato tutte le carte. Con la separazione è arrivato il momento di voltare pagina: ho preso mio figlio e sono tornata alle origini, vicino ai miei genitori. Era un tempo di ricostruzione e di tempeste silenziose. Mio papà cominciava a stare male, la salute vacillava, ma il nostro filo rosso — quel legame fatto di metallo, benzina e asfalto — non si era mai spezzato. Anzi, stringeva più forte che mai.
L’investitura: il passaggio del testimone
Noi abitiamo a un soffio dal circuito di Castelletto di Branduzzo, ed è lì, in un box a ridosso della pista, che papà custodiva la sua Moto Guzzi. Una mattina mi ha portata in quel posto. Non c’era il pubblico delle grandi occasioni, non c’erano gare, solo il cemento spoglio del piazzale deserto. Mi ha guardata, mi ha fatta salire sulla sella di quel gigante e mi ha consegnato il suo destino con una frase che mi porto dentro come un giuramento:
“Questa sarà la tua moto. Tocchi bene, non farai fatica.”
In quelle parole non c’era solo un regalo. C’era il suo modo di dirmi che ero pronta a guidare di nuovo la mia vita.

Il simbolo
Era una Moto Guzzi V9 Bobber, l’unica custom della sua vita. Lui, che aveva sempre guidato bolidi sportivi o grandi moto da turismo, per una volta aveva scelto qualcosa di diverso, più tranquillo, complice lo zampino di mia mamma. Quella moto non era solo un mezzo meccanico; era il riassunto di un nuovo capitolo che stavano scrivendo insieme.
Il vuoto
Nel 2021 mio papà se n’è andato. Aveva solo 68 anni, un’età in cui si hanno ancora troppi chilometri da fare. Per due lunghi anni quella Moto Guzzi è rimasta immobile a casa di mia mamma. Io la guardavo, la sfioravo, ma non riuscivo a salirci. Non era la velocità a spaventarmi, ma un blocco molto più profondo: il terrore di non essere all’altezza. Avevo paura di non essere brava come lui, di non meritare quell’immensa fiducia che mi aveva lasciato in eredità. Mia mamma continuava a ripetermi, come un’eco di papà: “Se riesci a salirci anche solo una volta, non la molli più. Tu sei esattamente come lui”. Ma il peso di quel paragone mi schiacciava.
La svolta
Poi, è arrivato l’anno dei miei cinquant’anni. Non proprio l’età di una ragazzina, e forse per questo matura abbastanza per capire. All’improvviso, il velo della paura si è squarciato e ho compreso la verità: quella Guzzi non era un esame da superare, né una prova per dimostrare quanto valessi. Quella moto era un ponte. Salire su quella sella non significava sfidare il ricordo di mio padre, ma l’unico modo rimasto per stringerlo ancora a me e sentirlo di nuovo vicino, a ogni colpo di acceleratore.
Il viaggio infinito
Quando stringo i manubri della sua Guzzi V9 Bobber, non ho bisogno di una mappa o di una meta. Non mi sono mai servite. Per me la strada è già il viaggio, e l’istante esatto in cui accendo il motore coincide con la destinazione. Su quella sella c’è una libertà assoluta: non devo arrivare da nessuna parte, non devo dimostrare niente a nessuno. Siamo solo io, l’asfalto e il vento.
Il passeggero custode
Quella che guido non è semplicemente una moto: è una presenza viva. È un pezzo d’anima, un’eredità d’amore che mi protegge e mi accompagna chilometro dopo chilometro. Ogni singola volta che ingrano la marcia e parto, so con assoluta certezza che papà è ancora lì con me. Lo sento. È seduto proprio dietro, silenzioso e fiero, esattamente come quando ero bambina e si metteva sulla sella posteriore per farmi fare le “guide”. Oggi guido io, ma siamo ancora una squadra.

Strade di libertà
In questi tre anni il mondo si è spalancato. Ho incontrato tantissimi motociclisti e sono entrata a far parte di diversi gruppi, perché amo la condivisione e la bellezza di scoprire nuove persone. Ma ho imparato anche il gusto nobile della solitudine, quella bella, che ti rende forte. Nel settembre del 2024 ho girato la Sardegna da sola per dieci giorni: è stato fantastico, un viaggio senza programmi, deciso curva dopo curva, giorno per giorno, con il solo istinto a farmi da bussola.
Amo il mare in modo viscerale. Quando ho anche solo mezza giornata libera, prendo la Guzzi e scappo in Liguria per un aperitivo in riva al mare, per poi tornarmene a casa con il sale sulla giacca. Se il tempo stringe, mi bastano le mie colline dell’Oltrepò Pavese. Mi rigenera, mi rimette al mondo. E so che, ovunque io decida di girare la ruota, papà sta guardando la sua bambina con il sorriso più orgoglioso del mondo.
La sicurezza e il futuro
Un passaggio davvero fondamentale e utile per me è stato il corso di guida sicura in circuito. Me lo ha regalato mio zio, anche lui motociclista, per aiutarmi a riprendere dimestichezza con i comandi, visto che non guidavo da tantissimi anni. Mi è servito tantissimo, mi ha ridato sicurezza.
In conclusione, se guardo avanti, so esattamente cosa voglio: finché potrò, il mio unico desiderio sarà continuare a guidare. Senza fretta, sempre senza una meta precisa. Voglio solo la strada davanti a me e quella sensazione bellissima e immensa di libertà che provo nell’esatto istante in cui allaccio il casco.
Il valore del racconto
Non è mai facile raccontarsi, soprattutto per me che tendo a essere sempre piuttosto concisa. Stavolta non lo sono stata molto, ma c’era tanto da dire. Ti lascio anche una mia foto di quando ero bambina, poi valuta tu se inserirla. Mi sarebbe piaciuto tanto averne una insieme a mio papà in sella alla moto, purtroppo non ne abbiamo; ne ho diverse insieme a lui, ma non sulle due ruote.
Grazie comunque, Saimon, per quello che fai con le nostre storie. Buona strada.
Tiziana
Ringraziamento
La storia di Tiziana mi è entrata dentro, ma devo essere onesto: ogni volta che mi trovo a raccontare di una passione così viscerale che passa da un padre a una figlia, quello che provo è un senso di rabbia e di invidia profonda.
Mio padre mi ha sempre riempito la testa con i racconti dei suoi mirabolanti, epici viaggi in moto. Parole, solo parole. Perché poi, la prima volta che gli ho dato in mano la mia Aprilia RS 125, non è riuscito nemmeno a partire. Finzione pura. E a conferma di quel castello di carte, oggi non esiste uno straccio di foto, non un solo fotogramma che lo ritragga davvero insieme a una moto. Niente. Solo fumo.
Scusami per lo sfogo, Tiziana. Chi mi conosce sa che ho l’abitudine di personalizzare i racconti, di sporcarmi le mani con episodi significativi della mia vita, e non potevo stare in silenzio davanti a tutto questo. Ma è proprio per questo mio vissuto che oggi provo un rispetto immenso, profondo e quasi sacro per te e per il tuo papà. Sono davvero orgoglioso e felice di aver potuto dare voce alla tua storia, perché la vostra non è una leggenda inventata a tavolino: è carne, è asfalto, è verità. Avete dimostrato cosa significhi amarsi attraverso una passione reale, e averlo potuto scrivere è per me un onore immenso.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


