Virginia: Il Centro di Gravità Permanente
Quando leggo le storie di voi motocicliste, cerco sempre di farmi un’idea di chi sto per scrivere. Cerco di visualizzare il volto dietro la visiera per definire un’intro che sia abbastanza concreta, viva, capace di bucare la pagina. Ma con Virginia… cosa?
Nulla. In realtà è quel senso di spiazzamento che incontro solo in certi racconti. Guardo il suo profilo Instagram, scorro le foto, cerco di farmi un’idea chiara e precisa, ma stavolta l’immagine che mi rimbalza in testa è diversa. Vedo una donna che ha preso di petto la sua passione come un calciatore che riceve un assist perfetto. Stop di petto da fuori area, la palla che cade esattamente dove deve cadere e poi, con un collo pieno, sprigiona tutta la potenza che possiede. È un tiro secco, una traiettoria pulita: è gol.
Ma perché in un ambiente di motori e asfalto dovrei usare un riferimento calcistico?
Beh, io non scrivo sulla base di uno schema preciso. Se avete letto i miei racconti, vi sarete resi conto che le uniche costanti sono l’intro, il tema centrale e la chiusura. Tutto il resto è istinto. L’idea di questa azione atletica nasce dal voler rappresentare in modo netto una determinazione precisa. Non c’è spazio per le esitazioni o per i “vedremo”. C’è solo la volontà di Virginia di centrare la sua passione, senza giri di parole e senza sconti.
In altre parole, la moto per lei non è un semplice hobby o un modo per passare il tempo. È il suo centro di gravità permanente, il punto fermo attorno al quale tutto il resto — il rumore del mondo, la velocità, il caos quotidiano — finalmente trova un equilibrio. Virginia non guida per fuggire, guida per trovarsi esattamente lì, al centro della sua traiettoria.
Il Richiamo Silenzioso
Non so dire con precisione in quale istante il metallo e la velocità abbiano iniziato a parlarmi. A volte mi chiedo se la passione per le moto non sia nata con me, un codice genetico scritto in silenzio tra le pieghe dell’anima, in attesa di essere decifrato. Non c’è stata un’eredità, non ci sono stati padri o fratelli a indicarmi la strada o a sporcarmi le mani di grasso. La mia passione è un’autodidatta.
Se chiudo gli occhi, il primo ricordo che affiora ha il sapore dell’infanzia più pura. Avrò avuto tre anni, un’età in cui il mondo è ancora un gigante da esplorare. Avevo una piccola motoretta elettrica; per gli altri era solo un giocattolo di plastica, per me era il mio primo confine abbattuto.
La portavo ovunque, come se quel ronzio elettrico fosse il battito di un cuore complementare al mio. Mi piace pensare che, tra i vialetti di casa e i pomeriggi passati a guidare verso il nulla, io stessi già scrivendo — del tutto inconsapevole — il primo capitolo della mia storia. In quel gioco c’era già la promessa di ciò che sarei diventata: una donna che non aspetta che qualcuno le porga le chiavi, ma che le stringe tra le mani fin da quando ha memoria.
Il Mito di Acciaio e Cromo
Crescendo, l’attrazione per le moto non ha fatto che aumentare, nutrendosi di icone e leggende. All’inizio — e ammettiamolo, ancora oggi! — il mio cuore batteva al ritmo sincopato delle Harley Davidson. Ero stregata dall’immaginario dei biker americani, da quei viaggi che sembrano non finire mai lungo il nastro d’asfalto della Route 66. Mi perdevo nelle note del rock del Sud, chiudendo gli occhi e sentendo già il vento sul viso, immaginando di essere parte di quel mondo fatto di libertà cruda e orizzonti infiniti. Era un richiamo estetico e selvaggio, la proiezione di un desiderio che cercava ancora la sua forma definitiva.

L’Inganno del “Magari” e l’Incontro col Destino
Con il tempo, i miei gusti si sono evoluti, abbracciando nuove tipologie di moto, ma la sostanza non cambiava: il desiderio restava confinato in un limbo. Durante gli ultimi anni del liceo, fantasticavo sulla patente e su una moto tutta mia, ma era uno di quei sogni che restano sospesi, a metà tra la nebbia della fantasia e la solidità della realtà. Vivevo nel castello dei “magari”: “magari un giorno”, “magari dopo la laurea”, “dopo questo o quell’altro impegno”. Rimandavo, forse per timore della potenza di quel desiderio. Ma come si dice, spesso si incontra il proprio destino sulla strada che si era presa per evitarlo. Cercavo di placare la sete con le scuse, ma la strada stava già tracciando la mia rotta, pronta a trasformare l’attesa in un ruggito.
Il Colpo del Campione: Dall’Ombra alla Luce
La vera scossa è arrivata dopo il buio del Covid. Ho vissuto quei mesi male, col fiato corto, come se il mondo intero fosse rimasto in apnea. Ma è proprio nel silenzio di quella clausura che ho capito la lezione più dura: la vita non è un nastro infinito. Non c’è spazio per i “poi”. Che sia un bacio mai dato, un “ti voglio bene” soffocato, un “scusa” rimasto in gola o una follia che bussa al cuore, non bisogna rimandare nulla. Mai.
Così, d’impulso, con la foga elettrica che solo un’Ariete può sprigionare, ho deciso che il momento del “magari” era scaduto. Era ora di passare all’attacco. Mi sono iscritta in autoscuola senza aver mai sfiorato nemmeno un motorino in vita mia. Eppure, appena salita in sella, è successo l’incredibile: tutto era fluido, istintivo, naturale. Come se il mio corpo si ricordasse di una vita precedente passata a piegare tra le curve.
È stato un Eagle, un colpo perfetto da distanza siderale che finisce dritto in buca, cambiando le regole del gioco. In pochissime lezioni la patente era mia e, nello stesso identico giorno, ho compiuto l’atto di fede: mi sono regalata la mia prima moto, una Moto Guzzi V7 Stone. Mi è bastata mezz’ora di prova per capire che non stavo solo comprando un mezzo meccanico, ma stavo firmando un patto con la mia libertà. Un colpo di fulmine alienante, definitivo. Quel giorno, il motore della V7 non ha solo acceso le candele; ha acceso la mia nuova vita.
Il Battesimo delle Ombre: Imparare a Dare del “Voi” alla Paura
“Andare in moto da soli, specialmente all’inizio, è una sfida a cui bisogna saper dare del “Voi”. Non è un gioco di forza, è un esercizio di rispetto. Virginia in questo è stata una maestra silenziosa: ha guardato in faccia i suoi timori, li ha fatti accomodare e ha imparato a conoscerli poco alla volta. Solo quando si è sentita pronta, ha spalancato il gas.(di Saimon Raia)”
All’inizio, lo ammetto, l’eccitazione ballava insieme a un timore viscerale. La moto era un gigante di ferro pesante, le curve strette mi sembravano angoli impossibili da chiudere e il traffico di Roma, con il suo caos sfacciato, era un incubo che mi toglieva il respiro al solo pensiero. Come ho reagito? Ho fatto una scelta quasi contro natura: ho scelto il buio.

Mentre il mondo si ritirava e la città si metteva a dormire, io accendevo il faro. C’è qualcosa di profondamente intimo nel guidare quando le strade sono deserte: non è temerarietà, è la volontà di rispettare la paura senza temerla. Nel silenzio della notte, la strada non ti giudica. Ho iniziato a piccoli passi, circumnavigando il mio quartiere come un esploratore in terra straniera, per poi spingermi sempre un po’ più in là, verso il cuore di una Roma finalmente nuda e silenziosa.
Ogni chilometro notturno era una conquista, un grammo di coraggio strappato all’incertezza. Quella confidenza nata sotto i lampioni è diventata, col tempo, la mia luce diurna. Dai giri nel quartiere sono passata alle gite al lago, ai raduni, ai weekend passati a inseguire l’orizzonte. Una volta diventata padrona del mio mezzo, il confine si è semplicemente spostato: ho scalato passi di montagna, attraversato regioni, imbarcato la mia Guzzi su traghetti verso terre lontane, dalla Tunisia alla Spagna.
Quello che era nato nel buio è diventato il mio sole più splendente.
La Danza Dolce: L’Anima del Viaggio (Moto Guzzi)
C’è un ritmo particolare che appartiene solo alla mia Guzzi: è la danza dolce tra le curve, un incedere fluido dove il tempo smette di correre e inizia a scorrere. Con le borse cariche e l’orizzonte come unica meta, questa moto è la mia scelta per i viaggi lenti, quelli dove il paesaggio non è un fondale, ma una conversazione. Qui la passione ha il sapore del metallo e del vento costante; è il riconoscimento di una libertà che non ha bisogno di gridare per essere sentita, ma che si manifesta nel piacere puro di essere esattamente dove si vuole essere.
L’Adrenalina Pura: L’Anima del Limite (Aprilia RS 660)
Poi arriva l’Aprilia, e il mondo cambia frequenza. Se la Guzzi è poesia, l’RS 660 è un manifesto tecnico di adrenalina e agilità. Con lei ho scoperto la pista, un luogo dove la velocità diventa una maestra severa ma leale. Tra le sue pieghe ho imparato a guardare oltre la corda, sfidando i miei limiti e accettando la sfida della tecnica pura. È una moto che non ammette distrazioni: ogni accelerazione è una scarica che mi insegna cose nuove sulla guida e, inevitabilmente, su me stessa. È il cuore che batte nel casco, è la precisione millimetrica, è l’emozione del limite che viene esplorato e poi rispettato.

Il Fango e la Natura: L’Anima Selvaggia (Enduro)
Esiste infine un’altra dimensione, fatta di fango, pietre e strade impervie: quella dell’enduro. Qui la passione respira nell’imprevedibile. È il regno della natura selvaggia dove la stanchezza si misura in sporcizia e sorrisi. Fare enduro significa accettare l’imprevisto come parte del gioco e comprendere che cadere, sporcarsi e faticare sono tappe fondamentali per conquistare una vetta o un sentiero. È l’anima più viscerale della mia passione, quella che mi ricorda che per vivere davvero bisogna dare spazio a ogni parte di sé, anche a quella che ama perdersi nel bosco per ritrovarsi più forte.
L’Officina dell’Anima: Quando l’Asfalto Cura le Ferite
La moto è arrivata senza bussare, infilandosi tra le crepe di un’esistenza che stava per sbriciolarsi. Poco dopo aver stretto tra le mani quel manubrio, la vita mi ha presentato un conto devastante: sette anni d’amore cancellati in un istante, un addio improvviso che mi ha lasciata nuda di fronte al vuoto. È stato un dolore enorme, di quelli che ti tolgono il fiato e ti fanno mancare la terra sotto i piedi. Ma è proprio lì, nell’epicentro del mio terremoto personale, che ho capito: nulla accade per caso.
La mia Moto Guzzi non era più solo un mezzo; era diventata la mia terapia, l’unica medicina capace di lenire l’emorragia dell’anima. Ricordo quei giri notturni, con la vista appannata dalle lacrime che rigavano il viso sotto la visiera. Il casco è diventato il mio confessionale privato: ha accolto urla soffocate dal vento, pianti disperati e silenzi pesanti come macigni. Solo io, la musica nelle orecchie e il battito irregolare del motore come unico compagno di viaggio in una Roma deserta e indifferente.
Sentivo il vento sferzarmi la pelle, quasi volesse portarsi via i frammenti di quella vecchia me che non esisteva più. È proprio vero che le passioni ti salvano la vita quando il resto del mondo decide di crollarti addosso.
Strada dopo strada, curva dopo curva, la moto mi ha insegnato a rialzarmi. In sella ho scoperto una libertà selvaggia che non sapevo di possedere. Ho imparato a fidarmi dei miei riflessi, a gestire l’imprevisto, a dominare la paura meccanica per soffocare quella del cuore. È stata una metamorfosi brutale e bellissima: sono rinata più forte, più indipendente, più vera. Quella che vedete oggi non è solo una donna in moto; è una guerriera che ha trasformato il rumore di uno scarico nel suo inno alla vita. Una vita di cui oggi, semplicemente, non potrei più fare a meno.
La Tribù del Vento: Una Famiglia Senza Cognomi
E poi, quando pensi di essere sola nel tuo viaggio, scopri la Comunità. È quel momento in cui il rumore del tuo motore si fonde con quello degli altri, diventando un’unica, rassicurante melodia. Lungo il cammino ho incontrato volti che sono diventati una famiglia allargata, una rete di protezione invisibile ma d’acciaio, sempre pronta a tenderti la mano — che sia per un consiglio meccanico o per un conforto dell’anima — senza mai chiedere nulla in cambio.
C’è qualcosa di magico e profondamente autentico in questo legame. Siamo così: fratelli e sorelle di passione che non hanno bisogno di troppe parole per capirsi. Ci basta uno sguardo attraverso una visiera alzata o un cenno con la mano incrociandoci in curva. Condividiamo emozioni pure, sorrisi che sanno di libertà e legami sinceri che nascono tra i vapori della benzina e la polvere delle soste.
Ogni motociclista incontrato è un tassello prezioso, una sfumatura diversa che si aggiunge alla mia storia, rendendola più ricca e profonda. È la dimostrazione pratica dello stare bene: sentirsi finalmente parte di qualcosa di immenso, un battito collettivo che corre sulle due ruote. In questo abbraccio fatto di asfalto e solidarietà, ho capito che non importa quanto lontano andrai, perché non sarai mai davvero sola finché avrai un traguardo da condividere.
Il Mio Mondo, La Mia Verità
La moto, per me, non è mai stata solo un mezzo di trasporto. Non è un “pezzo di ferro” forgiato in una fabbrica, né un insieme di bulloni e ingranaggi. È cuore, è anima, è respiro. È la forma fisica della mia resilienza, un amore che non tradisce, una bellezza pura che si esprime solo attraverso il movimento. Quando trovi la tua dimensione, non hai più bisogno di cercare altrove: senti che ogni pezzo del puzzle è finalmente al suo posto. Sei fatta, sei intera.
C’è una soddisfazione quasi sacra nel terminare un lungo viaggio o nello scalare una montagna in solitaria, sfidando le condizioni più impervie che la strada ti lancia contro. In quegli istanti, quando spegni il motore davanti a un panorama mozzafiato che ti riempie gli occhi, senti un calore che parte dallo stomaco: è la consapevolezza feroce che ci sei arrivata con le tue sole forze.
La moto è il viaggio esteriore che nutre quello interiore, in un loop infinito di scoperta. È la mia compagna di vita fedele, la mia cura più efficace nei giorni di pioggia dell’anima e la mia verità più nuda quando il resto del mondo indossa una maschera. Non è solo un hobby, non è solo una passione: è un mondo. È il mio mondo. E in questo mondo, finalmente, io sono a casa.
Epilogo: La Forza di una Scelta
Scrivere di Virginia significa immergersi in un racconto denso, ritmato e straordinariamente vitale. Di fronte a una storia così, tentare di riassumere ciò che ho imparato sarebbe riduttivo: Virginia non si limita a possedere una passione, lei la abita, la respira e la onora in ogni sua sfumatura.
La sua è una consapevolezza rara. Quando la vita le ha presentato un conto inatteso e doloroso, non ha cercato rifugio nell’evasione, ma ha affrontato la tempesta a testa alta, trasformando il dolore in asfalto sotto le ruote. In lei, come nelle altre grandi motocicliste che ho avuto il privilegio di raccontare, scorre una passione autentica, fatta di silenziose sfide solitarie e di incontri che generano valore.
Virginia, sei una persona di rara profondità e meriti di vivere questa tua dimensione a 360°, con la stessa intensità con cui hai affrontato la tua rinascita. Narrare la tua storia mi ha arricchito profondamente, confermando una convinzione che si rafforza ad ogni mio scritto: non esiste una storia uguale all’altra, ma esiste un filo conduttore comune, ovvero l’incredibile forza delle donne. Una determinazione che permette loro di credere nelle proprie capacità fino in fondo, imparando il percorso un passo — e una curva — alla volta.
Grazie, Virginia, per avermi permesso di dare voce al tuo mondo.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


