Yamaha Fazer 600 del 2002

“Fazer 600: l’amore ai tempi del budget”

L’idea originale era di salire in sella a una FZ1 GT, bella grossa, elegante, con tris di bauletti Givi per dare l’impressione di partire per il giro del mondo… e invece? Budget da motorino usato e sogni da globetrotter. Così ho virato su qualcosa di un filo più umile: una Fazer 600. Che poi tanto umile non è, eh!

La moto, lombarda d’origine, si era trasferita in Toscana per godersi la vita lenta e i paesaggi collinari. Quando l’ho trovata sembrava mi stesse aspettando in un garage retrò che più retrò non si può – mancavano solo le ragnatele e una Vespa anni ’50 come coinquilina.

Io e il proprietario, dopo due chiacchiere e una stretta di mano in perfetto stile da compravendita tra gentiluomini (o disperati motociclisti), andiamo all’ACI per fare il passaggio. Sorpresa! Il certificato di proprietà è magicamente sparito. Evvai! Gita fuori programma dai carabinieri, che – con buona pace delle barzellette – si sono rivelati efficienti, professionali e pure simpatici. Applausi.

Alla fine si riesce a fare tutto, ma prima di partire devo aspettare un paio d’ore per l’attivazione dell’assicurazione. Tempo che ho passato lottando contro un feroce attacco di allergia armato solo di fazzoletti… finiti. Dramma. Lacrime vere e da pollini.

“Curve Toscane, paura e una vibrazione chiamata Macarena”

Finalmente si parte. Primi chilometri su una strada dimenticata da Dio e pure dal comune. Lascio un attimo il manubrio e la moto si mette a vibrare come se stesse ballando la Macarena. Ho avuto un brivido… e non era di piacere.

Poi le curve. Ah, le curve! C’è qualcosa che non quadra, sento uno “scalino” strano: o le gomme sono andate o la moto ha fatto un corso accelerato di parkour. Decido di andarci piano e studiarla meglio. E lì capisco: questa Fazer non piega tantissimo, ma è agile come una bicicletta da corsa dopata. In rettilineo? Ha una grinta che non mi aspettavo. Spinge, tira, scalpita. E io lì, a pensare: Ma allora era lei, la moto che cercavo!

Insomma, è stato un inizio un po’ tragicomico, ma ne è valsa la pena. E ora, in suo onore, mi sa che le dedico pure una descrizione simpatica. Se la merita.

“La Giovinezza È Sopravvalutata: Cronache di una Moto in Pensione Attiva”

Alla fine l’ho trovata, la moto. Ma non mi aspettavo minimamente che avrei scoperto… un ghepardo travestito da tenero gatto domestico. Giuro, la guardi e pensi: “Ma sì, è docile, è gestibile, quasi coccolosa!” Poi ci sali sopra, giri la manetta… e BAM! Ti ritrovi catapultato in una dimensione parallela dove la gravità non è più una certezza.

La cosa che mi fa più ridere? Ha solo pochi cavalli in meno della sua sorellona R6, dello stesso anno. Una manciata di puledrini. Ma nella pratica questa differenza si traduce in un’esperienza completamente diversa: è come se la R6 fosse una tigre incattivita, mentre questa… è il suo fratellino minore, che gioca a fare il bravo, ma sotto sotto ha i suoi istinti felini pronti a graffiarti l’anima (e la schiena se non stai attento).

Insomma, pensavo di prendere una moto “più tranquilla”, e invece mi sono portato a casa un felino in incognito, con tanto di zampette vellutate e artigli affilati. E la cosa mi diverte da morire.

“Il Ghepardogatto e l’Arte di Sopravvivere ai 15 Anni di Età Meccanica”

Problemi dovuti all’età? Ma va, solo qualche piccolo dettaglio insignificante… tipo il fatto che non frena. Cioè, frena, ma più per cortesia che per convinzione. Tu pinzi la leva e lei ti guarda come a dire: “Davvero vuoi che mi impegni? Dopo tutto quello che ho passato?”

Le gomme? Ah, uno spettacolo. Hanno ben 15 anni. Sì, QUINDICI. Non cinque, non dieci… quindici gloriosi anni di onorato servizio e ozio in garage. Ormai sono praticamente delle sculture d’arte moderna: dure come marmo, scivolose come il sapone e con un’aderenza che definire nostalgica è un complimento. Ma incredibilmente, nonostante tutto, la moto va. Va davvero bene. Come quei nonni arzilli che corrono la maratona a 90 anni, giusto per farci sentire tutti degli inetti.

E poi c’è la frizione. Quando scalo le marce, sembra di avere sotto una frizione antisaltellamento da Superbike. Ma no, non è racing… è solo molto stanca, poverina, e cerca di farmi credere di essere ancora giovane e prestante. Un po’ come quei signori con il capello trapiantato e la camicia sbottonata fino all’ombelico che ballano latino al sabato sera.

Insomma, un mix perfetto tra “non dovrebbe funzionare” e “funziona fin troppo bene”. E io la amo per questo.

“Il Sottosella Infinito (e il Bauletto Che Vuole Scappare)”

Parliamo degli spazi di carico, perché sì, questa moto non sarà un furgoncino, ma quando si mette d’impegno… sa sorprendere. Partiamo dal glorioso bauletto posteriore Givi, che ci sta a pennello: sembra nato per lei. O meglio, ci sta benissimo a occhio, poi quando la moto inizia a vibrare, lui parte con un ballo interpretativo tutto suo. Sembra che voglia liberarsi, prendere il volo, magari trasferirsi su un altro mezzo più stabile. Colpa dei tamponi antivibrazione, poveretti, che ormai sono ridotti peggio di una gomma da masticare sotto al banco delle medie: cotti, sfatti, praticamente fanno parte del bauletto. Quando lo smonto, mi guardano con aria stanca e rimangono lì attaccati, come a dire: “Noi da qui non ci muoviamo, facciamo parte della famiglia ormai”.

Però – e qui arriva il colpo di scena – quando vado a fare la spesa… lui è il mio eroe. Ci sta tutto. Verdure, pasta, detersivi, anche quella bottiglia d’olio che pensavo di dover tenere in mano fino a casa: puff, magicamente entra tutta lì dentro. Una comodità quasi commovente. Mi sento un motociclista ma anche un po’ una casalinga disperata con il turbo.

E non finisce qui! Perché poi c’è il vano sottosella, che è praticamente la borsa di Mary Poppins in versione racing. Tu lo apri e dentro puoi trovare di tutto: catena, lucchetto, impermeabile, un panino, i documenti, le chiavi di casa, le chiavi di un’altra casa che non sai di avere… e forse anche qualche ricordo d’infanzia. Una volta mi è sembrato di vedere l’ombrello di Mary spuntare da sotto il telo. Ovviamente esagero, eh – è un’iperbole, ma rende l’idea: per gli standard motociclistici, è spazioso.

Insomma, tra il bauletto ballerino e il sottosella incantato, posso dire con certezza che la mia moto è più pratica di certe utilitarie. E ha anche più personalità.

“Io sono ancora qua (con l’indicatore del carburante in crisi esistenziale)”

Il quadro strumenti, signore e signori, è un monumento all’analogico. Altro che display TFT, grafica 3D, animazioni fluide e interfacce da navicella spaziale. Qui ci sono le lancette. Vere, pure, sincere. Roba che quando le guardi ti senti dentro un video di Vasco Rossi: la moto sembra dirti, con tono fiero e un po’ incazzato, “Io sono ancora qua!”, accompagnando la frase con un gesto molto poco elegante che non ha bisogno di essere descritto… tanto lo visualizzi già.

E vogliamo parlare degli specchietti? Altro che retrovisori. Sono in piena modalità caravan: ti danno la sensazione di stare trainando una roulotte di sette metri. Li guardi e ti aspetti di vedere dietro di te una famiglia in vacanza che ti fa ciao dal finestrino mentre griglia le salsicce. Quando ti infili nel traffico, devi prendere le misure come un TIR che fa manovra in centro storico. Altro che aerodinamica… qui siamo più sul concetto di “panoramica”.

I fari, per ora, sono ancora quelli originali, e illuminano con una luce gialla che definire “inquietante” è poco. Ogni volta che li accendo, mi aspetto di sentire una colonna sonora da film horror anni ’80 e di veder comparire la nebbia finta fatta con il ghiaccio secco. Se li punto nel buio, non vedo la strada: vedo le anime. Ma tranquilli, a breve dovrebbero arrivare i LED… salvezza divina per occhi, stile e sicurezza.

E adesso, tenetevi forte, perché il vero capolavoro di tecnologia è lui: l’indicatore del carburante. In teoria dovrebbe dirti quanta benzina hai. In pratica è un oracolo capriccioso, un sensitivo ubriaco, una roulette russa. Parti che segnala 3/4, affronti una salita e ZAC!: scende a 2/4 come se stessi esaurendo le scorte per una traversata nel Sahara. Poi, appena imbocchi la discesa… sorpresa! Ti ritrovi a 1/4 e cominci a pregare tutti i santi del calendario motociclistico. È un’esperienza mistica, più intensa della meditazione. Ti insegna l’umiltà, la pazienza, e a fare benzina ogni volta che vedi un distributore, anche se hai appena fatto il pieno.

Però dai… diciamolo chiaramente: ha anche dei difetti.

“Il Ruggito Giapponese e il Cuore Romantico degli Anni ’90”

Lo scarico? Una sinfonia made in Japan. Non un semplice suono: una goduria, punto e basta. Ha quel tono metallico, deciso, che ti fa venire voglia di aprire il gas anche solo per andare a prendere il pane. Però, attenzione: scalda. Scalda come lo scaldabagno di nonna negli anni ’80, quello che se ci passavi vicino in mutande ti faceva una ceretta termica involontaria. E se lo guardi da una certa angolazione, fa quell’effetto miraggio da deserto – tipo l’asfalto bollente d’agosto che vibra per il caldo. Insomma, se lo guardi troppo… potresti anche bruciarti la retina.

“Fidarsi del freno con filosofia..”

Poi c’è il freno posteriore. Anzi, “freno”, tra virgolette. Perché in realtà non frena: rallenta con filosofia. Quando lo schiacci, non senti mordere il disco… senti una voce immaginaria, tipo il comico di Colorado, che ti sussurra: “Fidati!”. E tu gli credi, solo perché non hai alternative.

“Il Suono del Giappone, il Calore degli Anni ’80 e un Motore da Leggenda”

Ma ora, parliamo del motore. Signore e signori, qui ci alziamo in piedi. Perché questo è il cuore pulsante, l’orgoglio della moto, il suo spirito guerriero. È il fiore all’occhiello, la punta di diamante, la katana nel fodero. Quando lo accendi – se decide di accendersi – lo fa con quella voce roca e tenera, tipo gattina che fa le fusa… ma con un cilindro in più e molta più voglia di vivere. Certo, ogni tanto ha le sue giornate, e al primo colpo ti guarda (metaforicamente) e sbotta in romanesco: “Aò, io so’ degli anni ’90… ce vole ‘n attimo, nun me stressà.” E tu aspetti, con pazienza, come si fa con le leggende.

“Accendi, Aspetta, Parti: Il Dramma e la Gloria del Mio Motore”

Ma quando parte… oh, quando parte… non la spegneresti mai. Ti viene voglia di girare in eterno, anche senza meta. Anche se fuori piove, anche se hai finito la benzina, anche se dovevi solo fare due giri isolati. Perché quel motore è una promessa mantenuta, un richiamo alla guida vera, quella fatta di emozioni, vibrazioni e grinta. E lui ti dice, senza tante parole: “Io ci sono. Tu tieniti forte.”

“Vecchia un c@zzo: la Fazer 600 ruggisce ancora”

E insomma, la mia Fazer 600 del 2002. Una moto che ha visto più stagioni di Beautiful e ha più ruggine nelle viti che memoria nei miei dischi rigidi. Ma signori miei — e future generazioni di motociclisti col cervello in pappa dal troppo ABS — questa è ancora una moto con i controcolletti del giubbotto in pelle.

Sì, ok, frena come una vecchia locomotiva ubriaca, e se piove sembra guidare un sapone su una pista di ghiaccio, ma vuoi mettere? Quel motore è una sinfonia giapponese a quattro cilindri che ancora urla con la voce di chi ha qualcosa da dire. E non sussurra, eh — grida come uno che si è appena seduto su una marmitta bollente.

Ha le sue rughe, i suoi cigolii, qualche plastichetta che si muove di fede, ma quando apri il gas… ti dimentichi tutto. La carta d’identità? Archiviata. I cavalli dichiarati nel 2002? Sembrano pure di più, o forse sono solo più arrabbiati. E quando scendi, con le braccia stanche ma il sorriso di chi ha appena rubato un giro al tempo, capisci una cosa: non serve l’ultimo modello per divertirsi. Serve una moto vera. Una con anima, storie, e magari anche la sella un po’ scucita.

Quindi sì, tenetevi pure i vostri schermi TFT da 19 pollici, i settaggi elettronici per l’umore e la modalità “pioggia-pioggia leggera-umido spirituale”. Io tengo la mia Fazer. Ha i freni che pregano e la frizione che cigola, ma ha ancora le palle — e pure il cuore.

E se per caso sei lì, con duemila euro che ti bruciano in tasca e la tentazione di farti un finanziamento da qui all’età pensionabile per un missile tutto lucine e plastica, fermati un secondo. Guardati intorno. C’è un mondo di vecchie signore con il serbatoio graffiato e il passato glorioso che ti aspettano. Non avranno l’ultimo aggiornamento software, ma hanno storie da raccontare e chilometri da mordere.

Perché le moto, quelle vere, non invecchiano: diventano leggenda.

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