Ci sono storie di motocicliste che raccontano di passione, di libertà, di sogni rincorsi sull’asfalto. Storie che parlano di donne che, nonostante le difficoltà, scelgono di non fermarsi, di continuare a vivere la propria strada, curva dopo curva.
E poi arriva Zyber MT.
Lei è diversa. Lei è una di quelle anime che hanno conosciuto la caduta, quella vera, quella che ti toglie il fiato e ti mette alla prova fino in fondo. È caduta non da una moto, ma da un cavallo — quel compagno antico, simbolo di potenza e libertà. Ed è ironico, quasi poetico, che proprio da quella caduta sia nata la sua rinascita.
Perché Zyber, dopo l’impatto con la terra e con la paura, ha scelto di rialzarsi. Ma non solo: ha deciso di cambiare mezzo, di trasformare il dolore in spinta, la paura in coraggio. Così, da un cavallo in carne e ossa, è salita su una moto — una nuova creatura fatta di acciaio e cuore, con tanti cavalli, tutti racchiusi dentro un blocco motore che pulsa come un’anima viva.
Da lì in poi, il viaggio non è stato più lo stesso. Zyber ha trovato nella moto una nuova libertà, una nuova forma d’amore. Una passione totale, viscerale, vissuta con intensità e rispetto. La sua compagna di avventure? Una Yamaha MT-10, potente, ribelle, un’estensione del suo spirito. Customizzata, come tutto ciò che tocca chi ci mette dentro se stesso.
Oggi, Zyber è una MT obsessed: ma dietro quella definizione c’è molto più di un amore per la moto. C’è una donna che ha trasformato la caduta in rinascita, la paura in coraggio, e l’asfalto in poesia.
L’anima e il respiro del cavallo

Non mi ero mai avvicinata a una moto.
Mai salita nemmeno su uno scooter, e in famiglia nessuno ne aveva mai avuti. Il mondo delle due ruote, per me, era qualcosa di lontano, quasi estraneo.
Nel 2021, invece, la mia vita ruotava ancora intorno ai cavalli. Lì era la mia casa, la mia passione, il mio equilibrio. Ero agonista di equitazione, saltavo ostacoli, respiravo l’adrenalina delle gare. Avevo cavalli miei, e con loro avevo condiviso momenti intensi, vittorie, sconfitte, sogni.
L’equitazione non è una disciplina per tutti. Ti chiede tutto: tempo, dedizione, controllo, fiducia. Ti insegna che la vera forza non sta nella potenza, ma nell’armonia tra due esseri viventi che si comprendono anche nel silenzio.
Ogni salto, ogni galoppo era una conversazione di fiducia e rispetto. Era la mia vita, la mia identità.
La caduta e il silenzio
Poi, a febbraio 2021, è arrivata la caduta.
Una di quelle che non ti colpiscono solo nel corpo, ma anche nell’anima. Mi sono rotta una clavicola.
Il dolore era devastante — fisico, sì, ma anche interiore. Perché quando un equilibrio così profondo si spezza, non è solo l’osso a rompersi: si incrina tutto ciò che eri.
Mentre il mio corpo cercava di guarire, il tempo sembrava non passare mai. Sei lunghi mesi. Decisi di andare in Sicilia, per cambiare aria, per respirare qualcosa di nuovo.
Ed è stato proprio lì che il destino ha fatto capolino, in una forma inaspettata.
Un giorno vidi passare alcune moto da enduro. Sfrecciavano libere, impolverate, cariche di vita. E in quell’attimo dentro di me qualcosa si è acceso: sembrano cavalli moderni, pensai. Lo stesso spirito, lo stesso bisogno di libertà, la stessa spinta verso l’ignoto.
Mi chiesi: chissà come sarebbe andare in moto?
Quando finalmente tolsi il tutore, il medico mi raccomandò prudenza.
Io sorrisi… e poco dopo presi la patente A2.
Era come dire al mondo: “Sto tornando. Ma in un modo nuovo.”
La rinascita su due ruote
La mia prima moto fu una Benelli 302.
A molti può sembrare una moto semplice, perfetta per iniziare. Ma per me non fu affatto così.
Non conoscevo il linguaggio delle due ruote, non avevo ancora trovato il mio equilibrio. E così, i primi tempi, ero più a terra che in sella. Ogni partenza era una sfida, ogni curva un mondo da scoprire.
Venivo da un universo in cui l’equilibrio lo costruivo con un essere vivente — il cavallo. Ora dovevo imparare a trovarlo con una macchina che respirava in modo diverso, che non provava paura né empatia, ma che aveva un cuore pulsante fatto di metallo e rumore.
Eppure, dentro di me, sentivo che quella sfida era mia.
Ogni caduta non era una sconfitta, ma una promessa: che avrei imparato, che avrei continuato, che quella libertà l’avrei conquistata.
Così è cominciato tutto.
Da una ferita è nata una passione.
Da una caduta, una rinascita.
E oggi, ogni volta che accendo il motore, sento lo stesso brivido di quando il mio cavallo partiva al galoppo: il cuore che batte forte, l’anima che sorride, e la libertà che torna a respirare.
La pazienza di ricominciare
Con pazienza e dedizione ho cominciato a prendere confidenza con la moto.
Ogni uscita era un piccolo traguardo, ogni curva un mondo nuovo da capire.
All’inizio tremavo. Mi sbilanciavo, sbagliavo, cadevo. Alla quinta lezione di guida, volevo davvero mollare tutto. Mi sembrava impossibile. Non riuscivo a fare le inversioni a U, né a cambiare in seconda senza perdere l’equilibrio. Mi sentivo incapace, fragile, inadeguata.
Eppure, dentro di me, c’era quella voce che diceva: non arrenderti ora.
Così ho stretto i denti, mi sono rialzata dopo ogni errore, e a settembre 2021 ho conseguito la patente per la moto.
Un traguardo che, per molti, può sembrare piccolo. Ma per me era un atto di coraggio, una promessa a me stessa.
A fine ottobre ho finalmente comprato la mia prima moto: la Benelli 302.
La Benelli: i primi cavalli e il desiderio di volare
La Benelli era la mia prima vera compagna di viaggio.
Aveva 30 cavalli, pochi se li confronto con quelli che sarebbero arrivati dopo, ma per me erano tantissimi. Quei cavalli, però, non bastavano più. Sentivo dentro di me una fame di libertà, una voglia di crescere, di sentire più forza, più emozione.
Così ho deciso di fare il mio primo salto: ho comprato una Yamaha FZ8.
Un motore più pieno, più deciso, con un carattere che ti scuoteva dentro. Con lei ho imparato davvero a sentire la moto, a capirla.
Mi ha insegnato la stabilità in curva, il rispetto della potenza, e anche quel pizzico di follia che mi ha fatto scoprire le prime impennate.
Ogni giro era una lezione di fiducia. Ogni errore, un passo verso qualcosa di più grande.
La MT-09: la consacrazione della passione
Poi è arrivata lei.
La Yamaha MT-09.
Potrei definirla senza esitazione la moto dei miei sogni.
Quando l’ho provata la prima volta, ho sentito il cuore esplodermi nel petto. Era potente, equilibrata, viva. Aveva carattere, personalità, e una voce che parlava la mia stessa lingua.
Con la MT-09 non guidavo più solo una moto: vivevo un’emozione.
Ogni curva era una danza, ogni accelerata un respiro più profondo.
Mi ha fatto capire chi ero diventata: una donna capace di cadere e rialzarsi, di mettersi in gioco, di trovare la libertà nell’adrenalina.
Talmente forte fu quel legame che mi sono tatuata il suo nome sul polso destro — un segno indelebile della mia passione, della mia rinascita, e della mia verità.
L’incontro con la MT-10: la scintilla della potenza
Un giorno, quasi per caso, ho conosciuto una persona che aveva una Yamaha MT-10.
Me la prestò, e da quel momento scattò qualcosa di profondo.
La prima volta che l’ho accesa, ho sentito quella forza sotto di me come un’onda che ti travolge e ti solleva allo stesso tempo. Era selvaggia, arrogante, ma tremendamente sincera.
I consumi si facevano sentire, certo, ma il sorriso che mi regalava a ogni curva valeva tutto.
In montagna, sul passo, o anche solo in una passeggiata tranquilla, la MT-10 aveva il potere di farmi sentire viva come poche altre cose.
Era come tornare a respirare dopo essere rimasta in apnea troppo a lungo.
La S1000RR: la ricerca continua

Dopo quasi un anno con la MT-09, ho sentito la necessità di alzare ancora l’asticella.
I miei amici mi sconsigliavano di passare alla MT-10, mi dicevano che sarebbe stato troppo.
Così, ascoltando quella voce che mi spingeva sempre a cercare nuove sfide, ho deciso di salire su qualcosa di diverso: una BMW S1000RR.
Esteticamente era magnifica, aggressiva, elegante, e aveva un motore capace di far vibrare ogni fibra del corpo.
In pista, con lei, ho cominciato a superare i miei limiti.
Ogni giro era concentrazione pura, rispetto, controllo, e allo stesso tempo abbandono.
Le sensazioni che mi regalava erano gratificanti e vere, come se ogni curva mi ricordasse che la mia forza non era solo nella potenza della moto, ma nella determinazione con cui continuavo a cercare me stessa.
Quando tutto si ferma
Poi è arrivata la rovina.
La mia BMW S1000RR ha cominciato ad avere dei problemi di elettronica e finì dal meccanico.
Sembra una piccola cosa, ma per me fu un vuoto improvviso.
La moto era diventata il mio modo di respirare, di esprimermi, di esistere.
Senza di lei, mi mancava qualcosa di profondo — il movimento, la libertà, quella sensazione di essere viva.
E così, come spinta da un richiamo antico, decisi di tornare al mio primo amore: il cavallo.
Era una domenica, il 22 ottobre. Ricordo solo di essere salita in sella, di sentire quell’odore di terra, di erba, di respiro animale.
E poi… il vuoto.
Non ricordo più nulla.
Il silenzio della memoria
A quanto pare, sono caduta da cavallo.
La dinamica non è chiara, nessuno sa davvero cosa sia accaduto in quegli istanti.
Mi hanno trovata a terra, immobile.
Sono stata portata d’urgenza in ospedale, dove è iniziata la parte più difficile della mia vita: quella che io non ricordo, ma che mi è stata raccontata.
Il primo intervento è durato dodici ore.
Mi hanno dovuto asportare mezza calotta cranica per salvare la mia vita.
E così, mentre i medici lottavano per tenermi qui, io sono entrata in coma.
Prima spontaneamente, poi farmacologico, per permettere al mio corpo di riposare, di sopravvivere.
Sono rimasta in ospedale quasi tre settimane, sospesa tra due mondi.
Poi mi hanno dimessa, ma non ero più la stessa.
Il tempo che non ricordo
Da ottobre a gennaio… il buio.
Un blackout totale.
Non ho memoria di quei mesi. È come se fossero stati rubati, cancellati, dissolti.
So soltanto ciò che mi è stato raccontato: che ero viva, ma fragile, che la mia testa era “a metà”, che bastava poco perché tutto potesse finire di nuovo.
Era una situazione delicatissima.
Vivevo con la consapevolezza che la mia vita dipendeva da una protezione temporanea, da un equilibrio sottile tra forza e vulnerabilità.
Fisicamente ero devastata, mentalmente persa.
Eppure, nonostante tutto, dentro di me qualcosa continuava a battere — un piccolo battito ostinato di vita che non voleva spegnersi.
Tra vita e rinascita
Un incidente così ti cambia per sempre.
Ti spoglia di tutto ciò che credevi di sapere su te stessa, ti lascia nuda davanti alla tua fragilità e ti costringe a guardarla in faccia.
È una ferita che non è solo del corpo, ma anche dell’anima.
Eppure, proprio da quel dolore, da quella notte lunghissima, può nascere una nuova luce.
Non una luce di euforia o di vittoria, ma quella calda e silenziosa consapevolezza di essere ancora qui.
Di avere un’altra possibilità.
Dopo il buio
Dopo l’intervento, la realtà era completamente diversa da quella che ricordavo.
Non riuscivo più a parlare bene, le parole mi scivolavano via come sabbia tra le dita.
Non mi focalizzavo, la mia mente si perdeva nei pensieri prima ancora di afferrarli.
Quando qualcuno mi parlava in modo articolato, non riuscivo a seguire il filo del discorso. Era come ascoltare una lingua sconosciuta.
Avevo la percezione del mondo di una bambina di tre anni.
Sembra impossibile, ma era così. Ogni cosa mi appariva nuova, difficile, estranea.
Persino i gesti più semplici — mangiare, camminare, vestirsi — erano sfide quotidiane.
Eppure, quella era la mia nuova normalità, il punto da cui ripartire.
Una realtà fragile, ma mia.
Il ritorno in ospedale
A fine gennaio, mi richiamarono in ospedale per il secondo intervento.
Era il momento di ricostruire ciò che era stato tolto, di riattaccare il mio cranio.
Venti placche di titanio hanno ridisegnato la mia testa, e con esse è tornata anche una parte di me.
I dottori mi tennero sotto stretta osservazione.
Ogni giorno controllavano che tutto procedesse bene, mi seguivano con attenzione, mi proteggevano da ogni rischio.
Ero sotto terapia, assumevo due pillole al giorno, e lentamente ho cominciato a ritrovare me stessa.
Ogni giorno un piccolo passo, ogni settimana un nuovo spiraglio di luce.
La scelta della felicità
Quando finalmente mi sono sentita un po’ più stabile, mi sono guardata dentro e mi sono chiesta:
“Cosa mi rende davvero felice?”
La risposta è arrivata chiara, immediata, profonda: la moto.
Quel senso di libertà, di appartenenza, di vita che solo lei sapeva darmi.
Così ho deciso che non avrei più rimandato, che avrei seguito il mio cuore.
Ho comprato la moto che sognavo da tempo: la Yamaha MT-10.
All’inizio avevo visto un modello precedente, ma poi trovai quella che ho oggi — e fu amore a prima vista.
Appena l’ho vista ho sentito che era lei, che mi stava aspettando.
L’ho portata a casa, e con lei ho portato a casa una parte della mia felicità.
La rinascita in sella
Da quel momento tutto è cambiato.
Ho cominciato a imparare a conoscerla, a capirla, ad ascoltarla.
Ogni curva, ogni rumore, ogni vibrazione diventava un dialogo tra me e lei.
Non era solo una moto: era la mia compagna di vita, la prova tangibile che avevo vinto.
Con il tempo ho iniziato anche a studiare la meccanica, a capire le parti interne, a smontare e sistemare ciò che potevo.
Volevo conoscere ogni dettaglio, ogni segreto.
Non per necessità, ma per amore.
Perché quella moto rappresentava me: forte, ferita, ma bellissima nella sua rinascita.
E da lì in poi, tutto ha iniziato ad andare meglio.
La paura ha lasciato spazio al coraggio, il dolore alla gratitudine, e il buio a una luce che finalmente sentivo mia.
L’ossessione che batte il talento
Più che una passione, per me la MT è diventata un’ossessione.
Le conosco tutte — le cilindrate, i modelli, i dettagli tecnici — e credo davvero che rappresentino il miglior progetto mai realizzato da Yamaha.
C’è qualcosa di viscerale in questo legame, qualcosa che va oltre la logica o la semplice ammirazione per una moto.
È come se ogni MT parlasse la mia lingua, come se fosse parte del mio DNA.
L’ossessione, a volte, batte il talento.
Perché non basta essere bravi: bisogna avere una fame che non ti lascia dormire, un fuoco che non si spegne.
Ed è proprio quella spinta irrazionale, quella necessità di credere nel mio sogno, che mi ha tenuta in piedi anche quando tutto sembrava crollare.
L’origine di una forza interiore
Se guardo indietro, capisco che tutto questo non nasce dal nulla.
Ogni mio gesto, ogni mio traguardo, ogni mia scelta porta con sé la punta di un iceberg.
Sotto la superficie ci sono anni di silenzi, di difficoltà, di momenti in cui ho dovuto cavarmela da sola.
Sono cresciuta in fretta, non per scelta, ma per necessità.
E forse è proprio per questo che ho imparato a non mollare mai, a costruire la mia forza senza chiedere nulla a nessuno.
Non serve raccontare tutto ciò che c’è dietro — perché chi ha vissuto davvero certe battaglie sa che non servono le parole.
Basta lo sguardo di chi, come me, ha imparato a trasformare il dolore in direzione.
La moto come eredità del cavallo
La moto è arrivata come un modo per tamponare un vuoto.
Non potendo più riprendere la mia vita a cavallo, ho cercato qualcosa che potesse somigliarle, almeno un po’.
E la somiglianza c’è: l’equilibrio, la sensibilità, il controllo, il ritmo.
Solo che stavolta i cavalli sono chiusi dentro un motore, ma l’adrenalina… quella è la stessa.
Sì, mi mancano i cavalli.
Mi manca il contatto vivo, il respiro, il galoppo.
Ma la moto mi dà quell’adrenalina purissima, quella libertà che mi riporta indietro, anche solo per un attimo, a quando tutto era più semplice.
È il mio modo di non smettere mai di cavalcare, anche se la sella è cambiata.
I nomi di una rinascita
Ogni moto, ogni momento della mia vita, ha avuto un nome.
Un alias, una versione di me che rappresentava ciò che stavo vivendo in quel periodo.
Dopo essermi rotta la clavicola, decisi di chiamarmi CLAVISX — Clavicola Sinistra.
Un nome che portava dentro la mia ferita, ma anche la mia forza.
Poi arrivò la MT-09, e con lei un nuovo capitolo: diventai CLAVIMT.
Quella moto mi è rimasta dentro come un tatuaggio invisibile: l’ho graficata, cambiato lo scarico, personalizzata in ogni dettaglio. Era mia, nel corpo e nell’anima.
Con l’arrivo della BMW S1000RR, diventai CLAVIRR.
Un’altra versione di me, più potente, più audace, più consapevole.
Poi arrivò Cybernella, ispirata a un vecchio cartone che guardava mia madre — parlava di un robot ribelle, con lo stesso taglio di capelli che avevo io.
Era un nome dolce e feroce allo stesso tempo, e mi faceva sentire connessa con qualcosa di più grande: la mia infanzia, mia madre, le mie radici.
Poi nacque Cybernellas, con la S finale come l’iniziale del mio cognome: un modo per far entrare me stessa dentro quel personaggio.
ZyberMT — La fusione definitiva
Alla fine, ho deciso di cambiare tutto.
Di unire ogni parte di me — il passato, le cicatrici, la passione, la forza — in un’unica identità: ZyberMT.
“Z” come l’inizio del mio cognome.
“yber” che deriva da Cyber, quella parte di me sempre un po’ ribelle e digitale.
E “MT”, come la mia eterna ossessione, il simbolo della mia rinascita e del mio percorso.
ZyberMT non è solo un nome.
È un personaggio, un alter ego, un modo di vivere.
Rappresenta tutte le versioni di me che hanno combattuto, perso, amato e vinto.
È il punto d’arrivo, ma anche un nuovo inizio.
Perché ogni volta che accendo la mia MT e sento il rombo del motore,
ricordo chi sono davvero: una donna che ha trasformato il dolore in potenza,
la caduta in coraggio,
e l’ossessione in libertà.
La forza che non si arrende
La mia forza d’animo è ciò che mi ha salvata.
Mi ha tenuta in vita quando tutto sembrava perduto,
quando il rischio di rimanere disabile era reale,
quando il buio del coma avrebbe potuto inghiottirmi per sempre.
Ma io non ho ceduto.
Ho scelto di rialzarmi, di ricominciare, di dare forma ai miei sogni.
Guido con il buon senso di chi sa quanto la vita sia fragile
e con la grinta di chi vuole viverla secondo le proprie regole.
Oggi rispetto il prossimo, ma non mi accontento più.
Ho cambiato il mio giro di amicizie, ho lasciato andare chi mi teneva all’ombra.
Perché non voglio vivere dietro a nessuno.
Voglio brillare con la mia luce,
e se serve, accendere la notte con il rombo della mia moto.
La mia MT-10 SP: scudo e lama
Oggi guido una Yamaha MT-10 SP 2024,
una creatura che ho modellato con le mie mani e la mia pazienza.
L’ho modificata con il telaietto posteriore di una R1,
l’ho resa mia in ogni dettaglio, come un’estensione del mio corpo e della mia anima.
Non è solo una moto.
È il mio alter ego, il mio scudo e la mia lama.
Ci ho messo dentro tempo, dolore, amore, e lei in cambio mi regala adrenalina pura,
momenti di silenzio assoluto in cui sento finalmente me stessa.
Lei è la mia libertà e il mio rifugio.
Ogni volta che la accendo, il battito del motore si fonde con il mio.
È come se ci capissimo senza parole,
come se lei sapesse esattamente chi sono e cosa ho passato.
Le strade che mi scorrono dentro
In pista sono stata solo una volta — a Vallelunga —
ma quell’esperienza mi è rimasta tatuata dentro.
Ogni curva, ogni vibrazione, ogni secondo di respiro trattenuto.
Sulle strade, invece, porto nel cuore Itri–Sperlonga,
le salite d’Abruzzo e la mia Benevento,
che è più di una città: è un pezzo di radici, di casa, di ritorno.
Ogni strada che percorro è un dialogo tra me e la mia moto,
tra la donna che ero e quella che sono diventata.
Il sogno che non si spegne
Il mio sogno non è una coppa né un titolo.
Il mio sogno sono chilometri, vento,
e quella sensazione di invincibilità
che sento ogni volta che abbasso la visiera.
Voglio lasciare un segno, nonostante le cicatrici,
nonostante tutto ciò che mi porto dentro.
Voglio raccontare storie che facciano capire
che il DNA motociclistico non ha genere,
ma solo coraggio.
Io sono Zyber
Io sono Zyber.
Non solo una biker,
ma il risultato di cadute, risalite e rinascite.
Sono la prova che la passione può diventare destino,
che le cicatrici non sono ferite ma mappe di forza,
che anche dopo una caduta devastante si può tornare a correre.
Io non chiedo mai il permesso.
Accelero, vivo, respiro, sogno.
Perché la mia vita, ora, ha due ruote e un nome che mi rappresenta:
ZyberMT.
La Disciplina della Motociclista – Riflessione e Ringraziamento a ZyberMT
Ogni volta che chiudo un racconto e ne inizio un altro, mi domando quale sia davvero il significato profondo della “Disciplina della Motociclista”.
Non è soltanto il titolo di un blog, né un semplice contenitore di storie di strada.
È, piuttosto, una filosofia di vita, un modo autentico di osservare il mondo attraverso gli occhi di donne che hanno scelto di vivere in equilibrio costante tra libertà e rischio, forza e vulnerabilità, caduta e rinascita.
Per scelta, mi trovo ad essere narratore di esperienze femminili vissute su due ruote.
Racconto percorsi, sogni, decisioni coraggiose, ma anche le cadute — quelle vere, fisiche e dell’anima.
Racconto la determinazione di chi ha guardato la paura negli occhi e ha deciso comunque di salire in sella, perché la moto non è solo un mezzo: è un’estensione dell’essere, un riflesso della propria identità.
In questo cammino narrativo, la storia di ZyberMT rappresenta una delle testimonianze più intense e potenti che io abbia mai avuto l’onore di raccontare.
Dietro il suo nome c’è molto più di una passione per i motori: c’è una rinascita, una lotta interiore che si trasforma in libertà, un percorso che attraversa dolore, silenzio e coraggio per approdare alla luce della consapevolezza.
ZyberMT non è solo una motociclista.
È una sopravvissuta, un simbolo di resilienza e autodeterminazione.
Ha conosciuto il buio del trauma, il vuoto del coma, la fragilità del corpo e della mente; ma da quella frattura è emersa più forte, più vera, più consapevole.
La sua forza d’animo le ha permesso di risalire in sella, non solo a una moto, ma alla vita stessa.
Quando qualcuno dice: “La moto è pericolosa”,
mi viene naturale pensare a lei.
E la risposta che porto dentro è semplice, ma profonda:
magari ci fosse la garanzia che il pericolo avesse una forma precisa.
Il pericolo, nella vita, è ovunque. È nel rinunciare ai propri sogni, nel vivere per paura, nel restare fermi.
La moto, in fondo, non è altro che un modo per abbracciare la vita nella sua interezza, con tutte le sue incognite e meraviglie.
ZyberMT ci insegna che la vita è degna di essere vissuta davvero, e che ogni cicatrice può diventare un simbolo di vittoria.
Ci mostra che credere in se stessi non è arroganza, ma un atto di sopravvivenza.
E che il vero coraggio è continuare ad andare avanti, anche quando il mondo ti chiede di fermarti, anche quando le strade si fanno ripide, anche quando il dolore ti pesa addosso come una seconda pelle.
Oggi, attraverso la sua storia, questo blog si arricchisce non solo di un racconto, ma di un manifesto umano e spirituale:
una testimonianza autentica di quanto la passione possa essere cura, rinascita, e senso di sé.
Grazie, ZyberMT,
per aver condiviso la tua anima,
per aver trasformato le tue ferite in parole che parlano di forza,
e per averci ricordato che la direzione da seguire è una sola:
la nostra.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


