Debora

Benvenuta Debora! Un altro splendido tassello si aggiunge al mosaico delle “Donzelle in moto”. Più vi conosco e più cresce il desiderio di scrivere un giorno di tutte voi, di incrociare le nostre strade e immortalare quel momento in una foto memorabile. Ma oggi i riflettori sono puntati su di te. Questa pagina è un tributo ai tuoi viaggi, alla tua forza indipendente e a quella rara sensibilità che dimostri nel vivere la tua passione su due ruote. Il viaggio comincia da qui.

L’intuizione silenziosa e il rito della materia

Ci ho messo anni a capirlo davvero. Non a spiegarlo — quello forse non succederà mai fino in fondo, e va bene così — ma ad accettarlo intimamente, senza la pretesa di forzarlo dentro i confini stretti di una definizione. Per me la moto non è mai stata un sogno nitido, di quelli geometrici che puoi raccontare con precisione chirurgica ai dettagli, né un obiettivo rigido da inseguire con disciplina e dovere. Era qualcosa di molto più sottile, qualcosa che si muoveva sottopelle. Era più visiva che logica. Era decisamente più vicina a una linea tracciata d’istinto e d’impulso su un foglio bianco, che a un progetto ingegneristico costruito a tavolino. Una presenza silenziosa, che mi faceva compagnia. Una forma pura che esisteva già dentro di me, prima ancora che il mondo o io stessa potessimo disegnarla.

Poi, circa tre anni fa, quel pensiero impalpabile ha deciso che era il momento di prendere corpo. Si è trasformato in metallo, odore pungente di benzina, vibrazioni che ti partono dalle mani e ti arrivano al cuore. La mia prima moto è stata una Honda Shadow del ’95. No, non era affatto “la moto perfetta”. Non era quel modello ideale che avevo magari immaginato e accarezzato mille volte nei miei pensieri. Eppure, nel momento esatto in cui è diventata mia, ho compreso qualcosa di profondo che prima mi sfuggiva continuamente: la perfezione diventa del tutto irrilevante quando qualcosa è semplicemente vero.

Perché quella Shadow era reale. E la realtà possiede un peso specifico, una consistenza densa, una luce calda che nessuna immaginazione, per quanto bellissima, potrà mai imitare. Gli inizi veri, dopotutto, non sono mai perfetti. Sono pieni. E basta. Ricordo ancora, come fosse adesso, quella felicità assoluta. Avevo tra le mani qualcosa di incredibilmente puro, quasi infantile nella sua meraviglia, ma allo stesso tempo profondissimo, radicato dentro di me. La guardavo ferma e mi sembrava una cosa impossibile che fosse davvero lì, tangibile. Che fosse proprio mia.

Il tempo sacro del rito e lo sguardo di mio padre

In quel periodo, ogni singolo avvicinamento alla sella rappresentava una soglia da varcare. Ogni accensione del motore non era un gesto automatico o distratto, ma un passaggio, una transizione. Salire in moto non è mai stato un automatismo quotidiano: era un rito sacro. E dentro quel rito, tutto il resto del mondo perdeva istantaneamente importanza. Le scadenze, le cose da fare, i pensieri affollati e le aspettative degli altri svanivano come nebbia al sole. Restavano solo tre elementi essenziali, nudi e bellissimi: io, la moto, la strada. Una composizione perfetta proprio nella sua disarmante semplicità. Anche quando viaggiavo senza una meta precisa, anche quando non c’era un motivo logico per stare in sella, dentro di me risuonava una sensazione limpida e cristallina: quella di essere esattamente dove dovevo essere.

Quando ho fatto il grande passo e ho preso la mia prima moto, ho scelto di non dirlo a nessuno in famiglia. Vivevo già fuori casa, ed era una cosa profondamente mia. Sentivo il bisogno viscerale di tenerla in silenzio all’inizio, quasi per proteggerla dal giudizio del mondo, per custodirla in un luogo sicuro. Dovevo prima capirla, dovevo capire me stessa insieme a lei, prendere confidenza con le curve e con le mie paure senza avere sguardi addosso a scrutarmi.

Poi, finalmente, quando ho iniziato a sentirmi davvero a mio agio, quando ho sentito che quella corazza era diventata parte di me, sono tornata a casa. Sono arrivata sotto le finestre, ho spento il motore lasciando che il silenzio tornasse, e li ho chiamati fuori. Volevo intensamente che la vedessero così, d’impatto, senza filtri o preparazioni mentali. Reale, nel suo splendore imperfetto.

Ricordo ancora mio padre che esce dal portone e si avvicina piano, un passo alla volta. Non ha detto molto, d’altronde come sempre; non era un uomo che sentiva il bisogno di riempire i momenti e i silenzi con le parole di troppo. Lui guardava. Ma in quel silenzio, si vedeva tutto: era orgoglioso. Era fiero di me, lo si percepiva chiaramente anche se non lo dava a vedere a parole. È salito sulla sella, si è messo in posa e si è fatto scattare una foto. La prima. E da quel preciso istante, la moto è diventata ufficialmente una cosa tutta nostra.

L’eterno appuntamento e il rito del sorriso

Ogni volta che una nuova moto varcava il cancello di casa, il copione si ripeteva identico, bellissimo nella sua semplicità: lui si avvicinava e si faceva scattare una fotografia. Mio padre era profondamente orgoglioso di avere una figlia motociclista. Non servivano grandi discorsi o dichiarazioni eclatanti per capirlo; quell’orgoglio si sentiva vibrare nell’aria, persistente, anche e soprattutto nei suoi silenzi più densi.

Adesso lui non c’è più fisicamente. Ma quella consuetudine sacra, quella promessa muta nata sotto casa, non si è fermata e non si fermerà mai. Ho preso un impegno con me stessa: ogni singola volta che cambierò moto nella mia vita, io gliela porterò comunque a vedere. Non importa come succederà, non importa dove mi troverò nel mondo. Arriverò da lui, scenderò dalla sella e toglierò il casco. Lascerò che il motore si spenga piano, ascoltando l’ultimo battito dello scarico che sfuma nel silenzio. E in quel preciso istante, per un attimo infinito, sarà esattamente come quella prima volta. Sarà come vederlo uscire di nuovo, vederlo mentre si avvicina con calma, guarda la moto e si prende tutto il suo tempo per scrutarne i dettagli. Io rimarrò lì ad aspettare, immobile. E poi, finalmente, arriverà quel suo sorriso. Un sorriso eterno, dentro il quale — ne sono certa — ci sarà ancora, per sempre, tutto il nostro mondo.

L’arte di attraversare e la libertà dell’orizzonte

All’inizio di questa avventura andavo piano. Ma non mi riferisco solo alla velocità tachimetrica sulla strada; andavo piano dentro tutto. Era un rallentamento interiore, un muoversi con cautela estrema. Cercavo disperatamente di capire ogni dinamica, di non commettere errori, di dimostrare a me stessa di essere all’altezza di quel mezzo. Ogni singola curva che mi si parava davanti non era solo una traiettoria, era una domanda intima che esigeva una risposta.

Poi, nella mia vita, è arrivato lui, il mio compagno. E grazie alla sua presenza, qualcosa che tenevo strettamente trattenuto e bloccato dentro di me ha smesso finalmente di avere paura e si è liberato. Non mi ha insegnato semplicemente la tecnica di guida, la posizione del corpo o la staccata perfetta; mi ha insegnato qualcosa di molto più grande. Mi ha insegnato a togliere la tensione dai muscoli e dai pensieri, a lasciare lo spazio necessario affinché le cose accadano. Mi ha insegnato a fidarmi. A fidarmi della stabilità della moto, della tenuta della strada, ma soprattutto a fidarmi di quella parte profonda di me che aveva sempre saputo come fare, anche senza averne le prove scientifiche.

Con lui al mio fianco ho capito una verità semplice, ma assolutamente definitiva per il mio futuro: io non voglio semplicemente guidare un mezzo meccanico. Io voglio attraversare la terra.

Ecco perché da ottobre guido una Street Triple 765. È una moto affilata, una lama che non ti concede il lusso di distrarti neanche per un secondo; ti chiede una presenza mentale totale, una precisione millimetrica, una sincerità disarmante. E in qualche modo, questa moto riflette in modo speculare ed esatto il punto umano in cui sono arrivata oggi: c’è meno ricerca ossessiva del controllo e molto più spazio per l’ascolto profondo.

Ora voglio solo partire presto, la mattina presto, quando l’aria è ancora pungente, fredda, e ti taglia la pelle del viso quel tanto che basta per darti una scossa e svegliarti davvero alla vita. Voglio vedere con i miei occhi la luce del giorno che cambia pelle, mentre chilometro dopo chilometro il mondo si trasforma e si ridisegna davanti a me, senza chiedere il permesso a nessuno. Voglio arrivare alla fine della giornata, la sera, con il corpo stanco ma con l’anima incredibilmente piena. Non una stanchezza distruttiva che ti spinge a fermarti, ma quella spossatezza magnifica che ti fa sentire di “essere stata” davvero dentro la giornata, di averla vissuta in ogni centimetro.

E più vado avanti su questa strada, più una certezza diventa limpida: il mio futuro su due ruote non ha e non deve avere una direzione precisa sulla mappa. Ha solo un’estensione. Il mio sogno si è ridotto a una cosa sola, grandiosa: esplorare il mondo. Ma voglio farlo senza chiuderlo dentro la gabbia di un programma rigido, senza ridurlo a una fredda lista di tappe da spuntare per dovere. Voglio solo continuare a viaggiare, strada dopo strada, curva dopo curva, finché su questa terra ci sarà ancora qualcosa da attraversare.

L’evoluzione della guida e l’arte di attraversare

All’inizio la mia guida era contratta, piena di domande. Cercavo di calcolare ogni curva, con la paura costante di sbagliare. Poi l’incontro con il mio compagno ha cambiato le regole del gioco. Non mi ha trasmesso solo la tecnica, mi ha insegnato a fidarmi dell’istinto, a sciogliere i muscoli e a lasciare scorrere la strada. Grazie a lui ho capito che non mi interessa semplicemente guidare un mezzo: io voglio attraversare il mondo.

Oggi guido una Street Triple 765, una moto affilata, sincera, che non ammette distrazioni e pretende una presenza assoluta. È lo specchio esatto della donna che sono diventata: meno ossessionata dal controllo e molto più disposta all’ascolto. Amo le partenze all’alba, quando l’aria gelida ti graffia la faccia e ti sveglia i sensi. Amo guardare la luce del giorno che si trasforma sui paesaggi e arrivare a sera sfinita, ma con l’anima piena. Non voglio un futuro fatto di itinerari prestabiliti o liste di luoghi da spuntare. Il mio domani su due ruote ha una sola direzione: l’orizzonte, finché ci sarà asfalto da divorare.

Trentino: L’ipnosi fluida delle linee perfette

I miei viaggi non nascono da una mappa, ma dal ritmo. Sono sequenze di curve, strade che si srotolano come linee continue e paesaggi che si sovrappongono davanti agli occhi come pellicole trasparenti. Sulla moto ho imparato a leggere il mondo nella sua lingua originale, senza traduzioni.

Il Trentino, per me, è stato proprio questo: pura ipnosi in movimento. Non un semplice luogo, ma una melodia senza interruzioni, una linea perfetta che non si spezza mai e ti accompagna senza strappi o rumori. Lì le curve sono pulite, precise, inevitabili. Non devi fare altro che assecondarle, come se stessi disegnando su un foglio bianco senza mai staccare la mano. Una danza fluida, dove la strada e la moto diventano un’unica cosa.

Sicilia: Il battito crudo della materia viva

Se il Nord è armonia, la Sicilia è l’esatto opposto: è materia viva, ruvida, pulsante. È una terra che non ti permette di distrarti neanche per un secondo, che pretende la tua presenza assoluta in ogni singolo metro.

Le strade cambiano volto all’improvviso, alternando superfici irregolari che ti mettono a dura prova a tratti distesi che ti concedono un attimo di respiro. Tutto è amplificato: i colori sono forti, la luce è dura, i contrasti sono netti e taglienti. Guidare in Sicilia significa accettare la sfida della realtà, immergendosi in un viaggio viscerale che ti scuote fin dentro le ossa.

Abruzzo: Il richiamo invisibile che ti resta dentro

L’Abruzzo, invece, sfugge a qualsiasi definizione. Non è una terra che si attraversa per andare altrove; l’Abruzzo è un richiamo profondo e magnetico. Ci torni e ritorni, eppure non è mai lo stesso posto dell’ultima volta.

Basta un cambio di luce, una variazione nell’aria, e anche il tuo modo di guidare si trasforma. Puoi percorrere una strada nuova o ritrovarci a fare un percorso già noto, ma quella stessa asfalto saprà sussurrarti qualcosa di completamente diverso. È una di quelle terre magiche che non finiscono quando spegni la moto e riparti: ti si incolla addosso, lasciando dentro l’anima una traccia sottile e indelebile.

Gargano: Le radici in piega tra l’asfalto e il mare

E poi, finalmente, c’è il Gargano. Le nostre strade. È il luogo in cui la conoscenza profonda del territorio non scivola mai nella noia dell’abitudine. Sono curve che ho fatto mille volte, ma che ogni volta sanno esigere da me una presenza totale.

Qui l’asfalto cambia pelle continuamente, mentre il mare gioca a nascondino, apparendo all’improvviso tra gli alberi per colpirti gli occhi con un riflesso di luce accecante proprio mentre sei nel bel mezzo di una piega. Guidare sul Gargano non è semplicemente viaggiare: è riconoscere ogni profumo, ogni ombra, ogni orizzonte. È sentirsi a casa, ma su una casa che si muove insieme a te.

Il perimetro dell’anima: la vertigine intima dell’Isola d’Elba

L’Elba non è una terra che si attraversa per andare altrove; è un microcosmo vivo che richiede di essere assecondato, seguito passo dopo passo lungo il suo perimetro pulsante. Guidare su quest’isola significa accettare una coreografia continua di curve che si sporgono a picco sul blu per poi tuffarsi, un istante dopo, nel cuore selvaggio dell’entroterra, in un gioco ipnotico di ombre e luce. Qui le coordinate geografiche sembrano rimpicciolirsi, ma lo spazio interiore si dilata all’infinito: le distanze si accorciano, mentre l’impatto di ogni singola emozione si amplifica a dismisura.

È un costante e meraviglioso cambio di ritmo. Un secondo prima sei sospesa sul filo dell’acqua, con gli occhi spalancati su un orizzonte marino che sembra non avere confini; il secondo dopo ti ritrovi immersa nell’abbraccio stretto di un bosco, dove la strada si fa sottile e i raggi del sole filtrano tra le foglie come lame spezzate. L’Elba è una terra che rifiuta la fretta, che disprezza la velocità pura; ti impone invece una presenza assoluta, un’attenzione totale. E mentre le ruote girano, quasi senza accorgertene, lasci andare l’ossessione della meta. Smette di importare dove stai andando, e conta solo come ci stai passando. È una dimensione profondamente intima, quasi mistica: la strada smette di portarti lontano dal mondo e comincia, curva dopo curva, a riportarti sempre un po’ più dentro di te.

Oltre il confine: la dissolvenza del tempo nei lunghi viaggi

Poi arrivano i grandi viaggi, quelli monumentali, che smettono di essere semplici itinerari turistici e si trasformano in veri e propri capitoli di vita vissuta. Sono i giorni interi passati in sella, dall’alba al tramonto, dove i chilometri si accumulano e la stanchezza si deposita sui muscoli in modo silenzioso, senza fare rumore, come una seconda pelle. Ci sono le sveglie quando fuori è ancora buio, le partenze con il freddo che punge e gli arrivi a notte fonda, in quella terra di mezzo in cui non sai più esattamente in quale punto della mappa ti trovi — e la cosa straordinaria è che non ti interessa saperlo. Non è un problema, è libertà.

In questa dimensione i confini degli stati si dissolvono. Non sono più barriere rigide o linee nette tracciate sui fogli, ma passaggi morbidi, sfumature di culture e asfalto che si fondono l’una nell’altra. Cambia la lingua, cambia il paesaggio, cambia il colore della terra, ma l’emozione della guida non si interrompe mai. Croazia, Bosnia, Serbia, Romania, Macedonia del Nord, Albania: un nastro d’asfalto continuo che cuce insieme i Balcani e l’Est Europa, trasformando il viaggio in uno stato mentale permanente.

Esistere nel movimento: il silenzio della Bosnia e l’infinito della Serbia

Nel cuore di questa avventura, la Bosnia mi ha regalato frammenti di mondo che sembravano sospesi fuori dal tempo. Ho percorso strade deserte, perfette, inghiottite da una natura primordiale e immerse in un silenzio così denso, così totale, da sembrare quasi irreale, costruito apposta per proteggere il passaggio di una moto. In Serbia, invece, la percezione stessa del tempo ha cambiato pelle, dilatandosi fino a perdere ogni punto di riferimento.

È in quei precisi istanti, quando la strada si allunga all’infinito davanti a te, che accade qualcosa di definitivo: smetti di viaggiare verso una destinazione. Non stai più andando da qualche parte, stai semplicemente esistendo dentro il movimento stesso. Diventi un tutt’uno con il motore, con il vento, con la traiettoria. Certo, la fatica alla fine reclama il suo tributo. Arriva, inevitabile, a pesare sulle braccia, a irrigidire la schiena, a stringere la testa. Ma è una stanchezza benedetta, il prezzo onesto da pagare per aver scelto di non guardare la vita dal finestrino, ma di morderla direttamente dall’asfalto.

L’eternità del movimento: dove tutto si unisce senza fine

La fatica che sento non è un limite, ma una misura. È la prova fisica che sto vivendo davvero, la certezza che ogni singolo chilometro attraversato è unico e non si ripeterà mai nello stesso modo. E in questo viaggio, l’isolamento non esiste. C’è lui, il mio compagno, una presenza costante, un’ancora e uno stimolo a superare ogni confine. E poi, in questo splendido percorso, sono arrivate anche loro: le “Donzelle in Moto”. Con loro è scattato qualcosa di profondamente diverso, ma altrettanto potente. Una sorellanza d’asfalto, un’energia condivisa che moltiplica la forza di ogni singola sella.

Non cerco una meta finale, non mi interessa spuntare l’elenco di una lista di paesi. La mia unica guida è questa spinta interiore, una linea infinita che continua a correre in avanti, curva dopo curva, senza il bisogno o la voglia di chiudersi dentro un recinto.

Ogni volta che salgo in moto e stringo i semimanubri, io porto tutto il mio mondo con me: la ragazza degli inizi, la donna che sono diventata, i chilometri macinati e le persone straordinarie che hanno dato forma e senso a questa mia vita su due ruote. Le strade cambieranno pelle, i modelli delle moto passeranno, io stessa continuerò a trasformarmi. Ma c’è un’unica cosa che rimarrà per sempre identica, immune al tempo e alla distanza: quella sensazione precisa, silenziosa e assolutamente insostituibile di essere esattamente dentro qualcosa che ha un senso perfetto. Anche senza doverlo spiegare a nessuno.

Sempre in movimento. E, in qualche modo, per sempre insieme.

La poesia dell’asfalto: perché la tua storia cambia ogni prospettiva

Cara Debora,

voglio dirti grazie. E voglio farlo perché nella tua storia ho trovato qualcosa di raro, che si muove su una frequenza completamente diversa rispetto a tutto ciò che ho raccontato fino ad oggi. C’è una femminilità autentica nel tuo modo di narrare la strada, una capacità unica di mettere a nudo le fragilità per farle diventare il tuo punto di forza più grande.

Nel tuo viaggio non c’è la rabbia di chi deve combattere per imporsi o dimostrare qualcosa a qualcuno. Al contrario, c’è un rispetto sacro, quasi un timore reverenziale, verso la passione stessa della moto. Hai saputo accogliere il tuo essere donna su due ruote senza filtri: ne hai compreso le difficoltà, hai accettato i tuoi limiti iniziali e, anziché nasconderli, li hai trasformati nei gradini della tua crescita. Ti sei concessa il lusso più difficile di tutti, quello che a molti sembra scontato ma non lo è affatto: la possibilità di sbagliare, di imparare, e di continuare ad andare avanti, curva dopo curva.

Il modo in cui analizzi ogni singola strada, chilometro per chilometro, è pura arte. Racconti come ti senti dentro il movimento, dipingi i panorami con quel pizzico di romanticismo sincero che non guasta mai, e condisci ogni traiettoria con una sana, orgogliosa soddisfazione nell’essere motociclista.

Hai regalato a questo spazio una narrazione che non è solo cronaca di un viaggio, ma un’elevazione della passione. Grazie per averci mostrato che per attraversare il mondo non serve fare la voce grossa, ma serve un cuore grande.

Con profonda stima e ammirazione, Saimon Raia

Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].

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