Ragazze, è passato un’eternità dall’ultimo articolo con questa introduzione, e sento il bisogno viscerale di spiegarvi come sto. Durante questo periodo di silenzio, mi avete chiesto in tantissime perché avessi smesso di scrivere. La verità? Avevo bisogno di fermarmi a respirare. Scrivere di cento donne, cento motocicliste, non è un traguardo scontato. Anzi, se devo essere del tutto onesto, è un risultato che mi fa tremare le gambe. Per darvi un’idea visiva di questa marea, ho chiesto all’IA di generare un’immagine con cento di voi, e me al centro. Guardarla mi mette i brividi.
C’è un abisso tra il proclamarsi un “Adone” o un conquistatore da tastiera, e la consapevolezza reale di aver comunicato, intimamente e verbalmente, con ognuna di voi. È un peso specifico enorme. Vi dico le cose come stanno, senza filtri: persino nella mia famiglia, pur seguendomi sui social, nessuno si è azzardato a farmi i complimenti. Forse perché un numero così spaventa anche loro. Ma io so cosa significa: il mio è un risultato umano dal valore immenso. Ho dato voce a cento donne.

Guardandomi dentro, ho dovuto faticare per metabolizzare questa sensazione. Aver ascoltato cento voci diverse, cento anime, mi ha travolto. Fa quasi paura potersi fermare a pensare: “Io ho comunicato davvero con cento donne”. Ho parlato, scambiato valori, incrociato destini. È un pensiero che toglie il fiato, ma che mi riempie di un orgoglio profondo. Siete bastate voi, la vostra fiducia nata da un semplice DM su Instagram.
A differenza dei classici influencer che mettono in mostra solo la propria faccia, io ho voluto sfruttare la vera forza dei social: creare una community che vivesse della conoscenza reciproca. Di voi cento, alla fine, ne ho incontrate solo cinque dal vivo. Un numero minuscolo rispetto al totale, eppure ogni incontro è stato pulito, limpido, sincero. Non nego che, da uomo, l’attrazione verso il mondo femminile ci sia sempre, ma guardarvi negli occhi nella vita reale è stato qualcosa di superiore. Mi ha arricchito, mi ha cambiato, e mi ha lasciato addosso un rispetto ancora più grande.
Per quanto mi piaccia scrivere ed esprimere il mio punto di vista, devo ammettere che c’è una gioia profonda, quasi una forma di gratitudine, quando una donna decide di aprirsi completamente. Quando mi scrive fiumi di parole, senza filtri, raccontando se stessa e l’evoluzione della sua passione motociclistica, capisco il vero valore di questo progetto. Questa è la sua storia, raccontata con i suoi occhi e la sua innata curiosità verso le due ruote.
Ora però è giusto dare voce alla 101esima motociclista sono lieto di presentarvi AlyLaly83
La voce di Aly
Chissà quando è iniziato tutto davvero. Mi ritrovo spesso a interrogarmi sulla scintilla che ha acceso la mia passione per le moto, e sapete cosa penso? Forse ci sono semplicemente nata, o forse c’entra qualche strano legame con una mia vita precedente. Chi può dirlo?
O forse la risposta è molto più vicina, nascosta nei viaggi quotidiani della mia mamma che, fino a pochi giorni prima che io nascessi, ogni mattina saliva sulla sua Vespa per andare al lavoro. Mi piace immaginare me stessa, lì dentro quel pancione, mentre cercavo già di decifrare il mondo esterno: sentivo il vento addosso? Riconoscevo i profumi della strada o i cambi improvvisi di temperatura dell’aria? È affascinante pensarci.
Quello che è certo è che, fin da piccola, il mio unico chiodo fisso era guidare. Ricordo ancora la curiosità magnetica che provavo per il Tenerè giocattolo elettrico di mio cugino; ogni volta che andavamo a trovarlo, il mio unico pensiero era salirci in sella e scoprire fin dove potessi spingermi in quel piazzale. Che pomeriggi incredibili.
Sono cresciuta così, con gli occhi sempre spalancati verso la strada, a caccia di quell’emozione pura ogni volta che vedevo una moto sfrecciare via. E la cosa più bella è che non ho mai voluto confinarmi in un solo genere: per me le moto sono un mistero continuo, tutte stupende, tutte con lo stesso identico valore. Voglio scoprirle tutte.
L’Harley come Simbolo Identitario
Se devo essere sincera fino in fondo, c’è un nome preciso che ha marchiato a fuoco la mia identità di motociclista: Harley-Davidson. È stata lei la prima in assoluto a farmi battere il cuore, l’unica capace di scatenarmi un brivido immenso lungo la schiena ogni volta che ne incrociavo una per strada.
Negli anni ’80, però, quel marchio era un club esclusivo, quasi inarrivabile. Si diceva fossero moto costosissime, roba per pochi, per ricchi. E io, crescendo, ho finito per interiorizzare quel limite, quasi fosse un dogma: “Non ne avrò mai una, ma le amerò per sempre”. C’è un frammento della mia infanzia che custodisco come una reliquia, il momento esatto in cui ho capito chi sarei diventata: avevo 9 anni, ed era la prima volta che vedevo un’Harley da vicino. Guardarla sì, ma toccarla no; era troppo maestosa, quasi sacra per una bambina. Di quel momento resta una foto un po’ sgranata, che ho condiviso sui social perché per me rappresenta l’inizio di tutto, un pezzo della mia anima.
A volte la vita fa dei giri assurdi, ti mette alla prova e ti allontana dai tuoi sogni. Ma oggi ne sono convinta: tutto ciò che ci definisce nel profondo, tutto quello che viviamo nello stomaco, sulla pelle e nel cuore che batte, non si cancella. Rimane scritto nel nostro DNA. E prima o poi, quel destino è destinato a tornare a prenderti.

La foto sui Social
Eredità di volontà e la Bambina Sognatrice
Il post diceva così:
“Ero piccolissima, e la prima Harley-Davidson che ho visto in vita mia era proprio quella lì! Quando la vedevo parcheggiata, ricordo ancora come rimanessi incantata a guardare le sue cromature e quel colore turchese così bellissimo. Le giravo intorno senza mai toccarla, muovendomi solo con quel timore misto a pura attrazione, con un rispetto profondo. Mi faceva quasi impressione, perché il mio papà diceva sempre che, da accesa, faceva un rumore tremendo. Eppure, ogni volta che la vedevo lì, ferma, provavo un’emozione strana, impossibile da spiegare…
E quell’emozione diventava trepidazione pura quando quella bella ragazza – che allora non conoscevo e che abitava poco lontana da me – finalmente l’accendeva e la scaldava. In quel momento correvo sempre alla finestra della mia cameretta, con il cuore in gola, solo per vederle partire insieme e per sentire sulla pelle quel ‘rumore’ forte forte che faceva!
Poi sono cresciuta…
Ma siccome la vita fa scherzi strani, scherzi bellissimi, il destino ha voluto che io comprassi casa proprio davanti a quella ragazza. Dopo trent’anni siamo nuovamente vicine, ma questa volta vicine per davvero. E la cosa straordinaria è che oggi, dopo trent’anni, quando sento che accende la moto – sempre lei, sempre con la stessa identica moto che tanto mi estasiava da piccola, quella meraviglia cromata e turchese – io corro ancora subito alla finestra. Proprio come facevo da bambina, le guardo partire, anche se adesso posso salutarle con la mano. Corro alla finestra con lo stesso identico battito di trent’anni fa… solo che ora c’è una stupenda, immensa differenza che il destino ha voluto riservarmi: la mia, di Harley.
Guardo Michela partire con la sua moto e poi mi basta volgere lo sguardo verso il mio garage, dove so che c’è la mia ad aspettarmi. Quell’emozione così strana che provavo da piccola non era un semplice capriccio: era un’eredità, un destino ancora germinale con cui la mia vita mi stava sussurrando ciò che sarebbe avvenuto.
Dopo trent’anni, eccoci qui, in giro insieme! E chi l’avrebbe mai detto? Io con la mia Harley… e accanto a me quella bellissima Heritage turchese con la sua ragazza sopra, la stessa che ho ammirato e sognato per tutta la mia infanzia”.
Riscossa, Autoaffermazione e Rivoluzione
Come ogni adolescente, la mia prima, vera dichiarazione d’indipendenza ha avuto la forma di un cinquantino. Mamma mia, quanto freddo e quanta acqua ho preso su quella sella! Ci andavo persino con la neve. Avevo persino forato la marmitta per fargli fare più rumore: ero più ribelle e scatenata dei miei amici maschi. Quello era il mio modo di gridare al mondo chi fossi.
Poi, però, la vita è andata avanti e, ahimè, per troppo tempo ho dovuto dimenticare chi ero. O forse, più che dimenticarla, sono stata costretta a seppellire la mia passione sotto il peso schiacciante di un rapporto sentimentale tossico. Una relazione con una persona possessiva, gelosa, capace solo di spegnere ogni mio slancio vitale. Quell’uomo mi aveva allontanata da me stessa, dai miei desideri, da tutto ciò che mi faceva sentire viva, fino a farmi quasi rimuovere quella mia attrazione per le due ruote, come se non mi appartenesse più. Mi ero annullata.
Ma ogni gabbia, prima o poi, si rompe. Quel matrimonio distruttivo è finito, e dalle ceneri di quel dolore è risorta la mia libertà. La libertà vera: quella di essere me stessa senza subire critiche, senza giudizi, senza limitazioni.
Ed è proprio in quel momento di totale rinascita che una voce, dentro di me, è tornata a farsi sentire, limpida e potentissima:
- ADESSO voglio imparare ad andare in moto.
- Ma con una moto vera. Di quelle con le marce!
Sorrido ancora se ripenso a quel giorno esatto. Era una domenica del 2015. Essendo rimasta sola e senza più amicizie a causa di quella relazione, passavo moltissimo tempo con mio fratello. Tra noi ci sono 15 anni di differenza: lui ne aveva 17, io 32. L’anno prima aveva preso la patente per il 125 e in garage c’era il suo Husqvarna a due tempi. Quella moto non era solo un pezzo di ferro: era un richiamo, una sfida, il mio biglietto di ritorno verso la vita.
Ed è qui che è scattata la mia personalissima rivoluzione familiare, un momento che ha ribaltato tutto. Guardando quel ragazzo molto più giovane di me, ho preso in mano il mio destino: «Senti Andry… hai voglia di insegnarmi ad andare in moto? Me lo fai provare il tuo motard?».
La sua risposta è stata il patto perfetto per il mio nuovo inizio: «Certo Aly! Però tu in cambio mi fai provare a usare la tua macchina nel piazzale». Io facevo da maestra a lui con l’auto, e lui faceva da mentore a me con la moto. In quel preciso istante, in quel piazzale, la bambina sognatrice e la donna forte si sono finalmente riprese il loro posto nel mondo.

Il cerchio e l’asfalto: la mia rivoluzione tra Yin e Yang
Secondo voi ho detto no? Anche se teoricamente non avrei potuto, non esisteva un solo Dio sulla terra capace di convincermi a fare il contrario. La mia forza di volontà era ormai un fiume in piena che aveva rotto gli argini.
«Certo Andry! Andiamo in zona industriale. Tu provi la macchina e io la tua moto».
E fu così che, in quel piazzale isolato, presi a schiaffi il passato e imparai a mettere le marce. Al primo colpo sono partita, senza esitazioni, andando su e giù per quella via deserta. È praticamente impossibile descrivere a parole come mi sentissi in quel momento. Mi sentivo libera. Libera davvero. Avevo un nodo enorme in gola, stretto dall’adrenalina e da un’emozione che quasi mi soffocava. Ma insieme a tutto questo, scorreva una rabbia pulita, potente: la rabbia per aver soffocato per anni la mia natura e le mie passioni. Eppure, non c’erano strappi. Sembrava che quella moto l’avessi guidata da sempre; le marce salivano e scendevano una dopo l’altra, fluide, perfette. Ero in uno stato di grazia: un tutt’uno mentale con il mio corpo, che a sua volta era un tutt’uno con il motore. Posso dire con un orgoglio immenso che a insegnarmi ad andare in moto fu il mio piccolo fratellino, che oggi è diventato un grande uomo. Non lo ringrazierò mai abbastanza per quella fantastica domenica.
Da quel giorno in poi, ogni fine settimana diventò un rito: chiedevo a mio fratello la sua moto, che potevo guidare legalmente con la patente B. Dentro di me bruciava il desiderio fortissimo di averne una tutta mia… ma la realtà picchiava duro: i soldi non c’erano. Non potevo permettermela. In quel periodo era semplicemente impossibile.
Ed è qui che è entrata in gioco la mia parte spirituale. Se non fosse stato per gli strumenti che lo yoga — l’altra mia grandissima passione — mi aveva fornito, non nego che in quei mesi sarei sprofondata nel baratro della rabbia, del risentimento e delle emozioni più oscure.
Lo yoga mi ha insegnato a guardare il mondo attraverso la legge dello Yin e dello Yang: non esiste mai una situazione completamente negativa. In ogni tempesta c’è un punto di calma; in ogni oscurità “nera”, c’è sempre un pallino “bianco”. Con uno sforzo immenso, perché ero davvero furiosa con la vita, ho deciso di cercare quel pallino bianco dentro una situazione economica e personale che sembrava disastrosa.
Era vero: non avevo più amici, ero rimasta completamente sola a causa di una persona che mi aveva isolato — e a cui io stessa, purtroppo, avevo permesso di farmi terra bruciata intorno. Quello era il mio nero. Ma il mio pallino bianco era lì, splendente: una moto l’avevo a disposizione, ed era quella di mio fratello, che per di più era felice di lasciarmela guidare.
Mi sono fermata e mi sono chiesta: e se non avessi avuto nemmeno quella? Ho capito che la vita mi stava offrendo un dono meraviglioso, ma io ero troppo accecata dal focus sulla mancanza per poterlo vedere.
Così, applicando la vera forza dello Yin, ho scelto di arrendermi attivamente a quel pensiero. Mi sono rilassata, ho respirato e ho accolto la realtà: non potevo avere tutto in quel momento, ma ciò che avevo era immenso. Ho deciso di apprezzarlo, di custodirlo e di godermelo fino in fondo. Ho trasformato la frustrazione dell’attesa nell’energia pura che, pochi anni dopo, mi avrebbe portato alla mia Harley.
Oltre lo specchio: il risveglio di un’anima randagia
Quando la tempesta si è calmata, è iniziata quella che definirei un’evoluzione necessaria, ben più che naturale. Ho cominciato a guardarmi intorno, a studiare che tipo di moto acquistare non appena ne avessi avuto la possibilità. Sfogliavo i giornali del settore alla ricerca di risposte. Desideravo un mezzo che mi permettesse di guidare rilassata, di godermi l’asfalto a passo lento, ma nella mia testa da neofita le naked e le stradali sembravano tutte troppo spinte, troppo nervose. E la pagina delle Harley? Non la guardavo nemmeno. Davvero. Sapete come quando da piccoli ci prendiamo una cotta micidiale per qualcuno e, per puro imbarazzo, evitiamo persino di incrociare il suo sguardo? Ecco, io non guardavo le Harley perché, semplicemente, non mi sentivo ancora alla loro altezza.
Ma il destino ha un senso dell’umorismo straordinario. Sapete come si è chiuso quel maledetto e stupendo anno 2015? Ho conosciuto Marco. O meglio, lo conoscevo già perché era un mio paziente, ma quando mi ha chiesto di uscire ho scoperto l’incredibile: nel suo garage c’era una bellissima Harley-Davidson Electra Glide. Il destino? Io ne rimasi letteralmente sconvolta.
Grazie a lui sono crollate le mie barriere e sono entrata in questo universo magnetico, scoprendo che quello dell’Harley non è solo un mondo di metallo e motori, ma un vero e proprio stile di vita. Ed è lì, su quell’asfalto, che ho incontrato la mia vera me, quella parte profonda che non ero mai riuscita a conoscere prima. Ho scoperto la mia vera personalità, una fame pazzesca di vivere, la libertà assoluta di esprimere le mie emozioni senza vergogna. Ho ricominciato a ridere, a cantare a squarciagola, a urlare al mondo che avevo finalmente trovato il mio posto. Ho capito di che tipo di persone volevo circondarmi: anime dall’indole “randagia”, ma incredibilmente allegre, festose, accoglienti e pronte a sorridere alla vita.
Ricordo ancora i primi raduni: un mondo per me totalmente sconosciuto. Era una sferzata di adrenalina e gioia così pura da farmi venire il nodo alla gola per l’incredulità. Finalmente, dopo tanto dolore, la vita mi stava regalando un’esistenza meravigliosa.
C’era solo un piccolo, ironico problema: quando viaggiavo come passeggera con Marco, io mi addormentavo. Il motivo era semplice: la mia urgenza di stringere i semimanubri, la mia voglia viscerale di guidare, sovrastava qualunque altra cosa. Non potevo più stare dietro. Era giunto il momento di fare sul serio, era il momento della patente per le moto vere.
Così, seguendo i consigli di Marco, ho fatto il grande salto e ho acquistato la mia prima compagna di viaggio: una splendida Honda Shadow 600… gialla! Il colore che in assoluto mi è sempre piaciuto di meno, eppure era lei. Non avevo ancora la patente, non avevo mai governato un mostro di ferro da oltre duecento chili, ma un’ora dopo averla portata a casa stavamo già scorrazzando su e giù per la mia via privata.
È bastata una sola, singola guida in autoscuola. Il 9 dicembre 2016, in una giornata di ghiaccio e brividi, ho stretto finalmente tra le mani la MIA patente A. Subito dopo, insieme a Marco, abbiamo smontato, ridisegnato e modificato quella Shadow, trasformandola in una splendida creatura di ferro bianco perla.
In quel preciso istante, con il vento freddo sulla faccia e le marce sotto il piede, è iniziata ufficialmente la mia vita da biker.

Il miracolo della gratitudine: quando il sogno diventa carne e metallo
È proprio vero: quando impari a essere profondamente grata per quello che hai, quando ringrazi ogni giorno la vita per quei “minuscoli momentini di felicità”, succede qualcosa di magico. È in quel preciso istante che, quasi per incanto, le cose continuano a diventare migliori. Nel frattempo, passo dopo passo, avevo risolto molti problemi ed ero finalmente serena. Il sogno di possedere una Harley non l’ho mai messo da parte, ma non vivevo nel rimpianto: mi godevo appieno la mia Shadow, ringraziando per ogni singolo chilometro. Finchè, un bel giorno… sorpresa!
La mia Harley-Davidson è entrata nella mia vita in modo del tutto inaspettato, in un momento speciale, attraverso una sorpresa che non dimenticherò mai. Me la sono trovata davanti in officina: imponente, viva, quasi come se mi stesse aspettando da sempre. E il destino? Gialla anche lei, come la mia prima Shadow. Mi è stato detto di salire, di guardarla bene, di sentirla. Per me, all’inizio, era solo un gioco bellissimo: sono salita, l’ho toccata, l’ho osservata con gli occhi pieni di meraviglia e ho sorriso, dicendo che sì, era davvero stupenda.
Poi, in un attimo, tutto ha preso un altro significato: quella Harley sarebbe diventata mia. È stato uno di quei momenti capaci di fermare il tempo, di quelli che non si raccontano solo come un semplice ricordo, ma si custodiscono come un’emozione sacra. Di quelle emozioni impossibili da descrivere a parole, perché nessun vocabolario avrebbe abbastanza potenza per trasmettere fino in fondo quello che il mio cuore grato provava in quell’istante.
Qualche giorno dopo, salivo finalmente in sella alla mia Harley-Davidson Sportster 1200. Eppure, credo di non essermi mai sentita così agitata, scombussolata e impaurita come in quel momento. All’improvviso, mi sembrava di non essere più in grado di guidarla. Ero a cavallo della mia Harley e, ironia della sorte, le mie capacità di guidare erano scese a zero. Sembrava avessi perso l’equilibrio persino stando semplicemente seduta da ferma. Avevo desiderato e ringraziato per quella moto fin da bambina, ed ora che era lì con me, pronta a partire, io non ce la facevo. Avevo paura di lei.
Perché in quel momento l’evanescenza e la leggerezza dei sogni si stavano scontrando con una realtà imponente, che si era materializzata davanti a me per davvero. Io piangevo per il troppo sentimento… mentre Marco e tutti gli altri intorno a me ridevano come matti, incitandomi a partire. Non sto esagerando: tremavo letteralmente dall’emozione e dal timore di farla cadere e rovinarla. Ero in uno stato di caos totale.
Ma la gratitudine si è trasformata in coraggio. Con i miei amici davanti in moto che mi aprivano la strada e con Marco dietro che mi faceva sentire al sicuro, ho finalmente ingranato la prima della mia Harley per la prima volta. E poi subito la seconda, la terza, la quarta… e se ci fossero state altre cento marce le avrei messe tutte quante, una dopo l’altra. Cinque minuti dopo, io e la mia L’Aly eravamo già un’unica cosa.
Non è un caso se la mia moto si chiama L’Aly, proprio come me. L’ho chiamata così perché, quando sono in sella con lei, ogni barriera crolla. La percezione della separazione fra noi — che sulla carta siamo due entità diverse — svanisce completamente: io e lei diventiamo la stessa, identica cosa. Un solo cuore, un solo motore, un’unica immensa gratitudine verso la vita.
Il Samadhi su due ruote: presenza, anima e guarigione
Per me questo è il senso più profondo e sacro dell’essere in moto: non si tratta semplicemente di condurla, ma di unirsi a lei. Quando guido L’Aly entro in un piacevole stato di “vuoto emotivo” che, nello yoga, si avvicina molto alla condizione più autentica e profonda da ottenere con la meditazione: il Samadhi. Quando guido, soprattutto per tanti chilometri, la strada diventa il mio tappetino. Si crea uno spazio interiore in cui tutto finalmente tace, dove il rumore mentale si spegne e la mia mente, il mio corpo e la moto si fondono in una trinità perfetta.
Quando penso alla mia moto, non riesco a immaginarla nel futuro, perché ho imparato a viverla intensamente nell’unico momento che conta: il presente. Sempre grazie allo yoga ho educato la mia mente a godere del “qui e ora”, senza quel bisogno tossico di proiettarmi sempre in avanti. Per me la libertà che nasce dal guidare sta tutta qui: nel non programmare ogni dettaglio, nel non dover sapere sempre prima dove andrò, quando partirò o cosa succederà dopo. A volte la parte più terapeutica e bella è semplicemente salirci sopra e andare, qualunque sia il momento, qualunque sia l’ora del giorno. Io, lei e la strada. Senza aspettative, senza costrizioni, senza dover rincorrere per forza un domani. Solo pura presenza, movimento e vita che accade.
Per questo, ad oggi, posso guardare indietro e riassumere la mia storia da biker così:
Ora guido finalmente la mia sognatissima Harley. Non avrei mai creduto, in quei giorni bui, che un giorno sarei riuscita davvero a possederne una. Ogni volta che la guardo, i miei occhi si fermano su quel serbatoio aerografato, unico al mondo, e su quella scritta che per me non è soltanto un marchio di fabbrica: è un’emozione. Un’emozione che nasce da lontano, da quando ero quella bambina alla finestra, quando ancora non sai cosa significhi davvero una marca, perché da piccoli le sensazioni sono pure, vere, sincere. Non c’è commercio, c’è solo meraviglia.
Per me la scritta Harley-Davidson è il risveglio di quel batticuore antico che provavo ogni volta che ne incrociavo una. È qualcosa che mi porto dentro da sempre, scritto nel mio DNA. Io la mia moto non la vedo e non la vedrò mai come un semplice mezzo di trasporto. Non lo è proprio. Lei è una vera e propria presenza. Sarò pazza, ma per me lei è una persona, un’entità dotata di un’anima. Mi ha sentita ridere di gioia, mi ha vista e sentita piangere, mi ha percepita arrabbiata con il mondo intero. Ha assorbito ogni mio stato d’animo.
Lei è sempre lì, fedele, che mi aspetta in garage con il suo occhione davanti, pronto ad illuminarsi non appena giro la chiave, e le sue marmitte pronte a rombare per farmi sentire quella sua voce inconfondibile, che riconoscerei tra migliaia di altre moto. È lì, pronta a farmi vivere, a farmi ridere, a farmi sfogare, urlare, piangere e, soprattutto, a guarire da questo mondo dannato.
Sì, io sono profondamente, visceralmente innamorata della mia L’Aly.
Finale di Saimon
Dopo tanti giorni senza scrivere mi sento quasi svuotato, la fatica piu grande è diversificare il lavoro dalla passione perchè io amo scrivere di donne motocicliste, ma, all’interno di questo lavoro mi sono ritrovato ad affrontare un percorso che non avevo previsto. Comunque detto ciò l’incontro fatto con una di voi mi ha permesso di capire meglio come fossi fatto dentro ed ecco perchè ho deciso di vendere la mia moto…E passare a qualcosa di piu turistico Ah si Aly non mi sono dimenticato di te, il tuo racconto è pieno glorioso, mi hai ricordato in parte la storia di In viaggio con la Cri. Il mio ringraziamento finale qui apparirebbe fuori luogo, visto che la tua naturale espressione all’interno del racconto è stata grande e piena.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


