
Quando scrivo alle motocicliste per dedicare loro un articolo. Un piccolo omaggio su due ruote succedono quasi sempre due cose:
- Leggono il messaggio e puf!, spariscono nella nebbia come un faro spento nella notte.
- Mi rispondono con gentilezza, dicendo che lo faranno “appena possibile”, e io, con la pazienza di un meccanico zen, resto lì ad aspettare il rombo del loro ritorno.
E poi ci sono quelle che proprio non rispondono… e lì, dai, sembra quasi un due di picche con casco integrale (ovviamente scherzo, eh!).
Ma… rullo di tamburi e scarichi aperti… è arrivata Turbonana a scompigliare le carte (e le marce)!
Lei, donna impegnata e sempre in corsa come una Ducati in pista, non riusciva mai a trovare il tempo per scrivermi un articolo. Così ha tirato fuori dal cilindro una trovata geniale: mi ha mandato degli audio in cui si racconta a cuore aperto, come se stessimo facendo due chiacchiere ai box. Io non ho dovuto far altro che trascriverli e dare forma all’articolo che trovate qui sotto.
E sapete il bello? Li ha registrati mentre era al lavoro!
Altro che multitasking, questa è arte circense su due ruote: una donna che riesce a lavorare, raccontarsi e ispirare, tutto nello stesso momento. Una vera forza della natura (e del motore)!
Brava Turbonana, iniziativa top e una marcia in più!
“Un motore spento, un amore acceso”
La sua storia ha qualcosa di speciale, perché è intrecciata con il rombo di un motore e l’amore di un padre. Quando era piccola, suo papà era un motociclista appassionato. All’epoca vivevano in un comprensorio militare della Marina, perché lui era in servizio. Lei ricorda, o forse le piace pensare di ricordare, l’estate del 2006, quando l’Italia vinse i Mondiali: papà la caricò sulla sua moto, un motard, e sventolando la bandiera italiana, fecero il giro del comprensorio. Era felicissima, con il vento in faccia e il cuore pieno di orgoglio. Quella moto era un po’ il simbolo del loro legame: veloce, libero, rumoroso ma pieno di amore.
Ma poi arrivò un brutto incidente. Un evento che cambiò tutto. Fu grave, e anche se lei era troppo piccola per capire davvero cosa stesse succedendo, da quel momento il mondo delle moto scomparve dalla sua casa. Suo padre restò a casa per molto tempo, e sua madre fu travolta dalla paura. Temeva di poterlo perdere. E così fece tutto il possibile per tenerlo lontano da quella passione che metteva in pericolo la loro serenità.
Provò con uno scooter per un po’, ma non era la stessa cosa. La moto, quella vera, restò chiusa in un cassetto del cuore. E per anni, lunghi anni, la sua immagine di un papà motociclista rimase lì, come un ricordo sospeso, fermo a quei primi sei o sette anni della sua vita. Solo a 22 anni, ha iniziato a riscoprire quel mondo. E con esso, una parte di suo padre che aveva conosciuto solo da bambina.
“La Ragazza che Voleva una Moto”
Claudia è cresciuta con un desiderio ardente, un sogno che sembrava sempre fuori dalla sua portata: avere una moto tutta sua. Ma quel sogno, per anni, è stato messo a tacere, soffocato da parole e paure che sembravano insormontabili. Durante tutta l’adolescenza, dai 16 ai 18 anni, ha dovuto lottare non solo contro la realtà, ma contro un muro di resistenze invisibili e molto concrete.
Da un lato c’era sua madre, che con il cuore in gola e gli occhi pieni di preoccupazione, si opponeva fermamente all’idea che Claudia potesse salire su uno scooter o una moto. La paura di vederla in pericolo, di doverla proteggere da qualcosa che sembrava così rischioso, rendeva impossibile per lei accettare quel desiderio. La sua opposizione non era solo un “no” qualsiasi, era un “no” pieno di amore e paura, un “no” che pesava come un macigno sul cuore di Claudia.
Dall’altro lato, c’era la realtà fisica: Claudia è minuta, alta solo un metro e cinquanta e pesa appena 40 chili. Per anni, questo dato è stato usato come un limite invalicabile, un motivo per scoraggiarla. “Cla , sei troppo piccola. Non ce la farai mai a portare una moto.” Quella frase si è ripetuta come un’eco incessante nella sua vita, un giudizio che sembrava mettere un sigillo su ogni sua ambizione.
E così, ogni tentativo di avvicinarsi a quel mondo veniva frenato, quasi annullato, da un pregiudizio che non teneva conto della sua determinazione, della sua forza interiore. Per anni, Claudia ha provato da sola, con le sue sole forze, a conquistare quel sogno, cercando di dimostrare a se stessa e agli altri che quel limite non esisteva.
Ma intorno ai 18 anni, dopo tanti no, tanti ostacoli, tante porte chiuse, la speranza ha cominciato a spegnersi. Quel desiderio che un tempo l’aveva fatta scalciare con tutta l’energia di una ragazza determinata, sembrava destinato a rimanere un sogno lontano, un’idea che non poteva realizzarsi. Nel frattempo, la vita di Claudia era già impegnata in altro: lo sport agonistico e lo studio assorbivano quasi tutte le sue energie, lasciando poco spazio per inseguire un sogno che sembrava irraggiungibile.
Questa è la storia di una giovane donna che, nonostante tutto, ha continuato a crescere, a lottare, a sognare nel silenzio, portando dentro di sé quel desiderio nascosto, pronto a esplodere al momento giusto. Una storia di coraggio, di resilienza, e di una passione che nessuno poteva spegnere, neanche le paure degli altri o le sue stesse insicurezze.
“Controvento: La Strada Che Mi Hanno Detto di Non Prendere”(in prima persona, Claudia)
Ovviamente, tutto questo l’ho scoperto solo dopo, a posteriori, quando ormai la mia moto era già mia. Me lo hanno raccontato i miei genitori, perché io – davvero – non ricordavo nulla. Eppure, durante i miei 16, 17, 18 anni, ho lottato con tutta me stessa per convincerli a comprarmi un motard 50. Scalciavo, insistivo, sognavo. Ma niente. C’erano due muri, solidi e fermi, davanti a me.
Il primo era mamma: terrorizzata all’idea. Solo il pensiero che usassi un motorino la metteva in agitazione. Il secondo ero… io. O meglio, la mia statura. Un metro e cinquanta per quaranta chili. Troppo piccola, troppo minuta, troppo “non ce la farai mai”. Me lo ripetevano in continuazione. “Clà, ma dove vuoi andare? Una moto non la puoi portare, lascia stare.” Questa frase mi ha accompagnata per tutta l’adolescenza. Era il ritornello, il mantra che sembrava scritto su misura per farmi desistere. E così, intorno ai 18 anni, ho mollato il sogno. Non ci credevo più.
Pensavo davvero che non fosse qualcosa per me. Nel frattempo, la mia vita era piena: sport agonistico, studio, allenamenti duri. Le giornate volavano. Le energie andavano tutte lì. Ma quel desiderio – sopito, nascosto, mai davvero spento – stava solo aspettando il momento giusto per riemergere. Le difficoltà fanno parte del cammino. E Claudia, nel suo piccolo, ha imparato a camminarci dentro, a testa alta.
Con il tempo ha capito che nessuno può dirti chi sei o cosa puoi fare. Perché certe passioni, anche se sembrano impossibili, sono scritte dentro. E quando il richiamo è vero, trova sempre la strada per tornare.
“Zavorrina per un Attimo, Pilota per Sempre”
A volte, le cose cambiano in modi che sembrano piccoli, quasi banali. Eppure, sono proprio quei momenti a smuovere ciò che sembrava immobile da tempo. Io, da sola, insieme ai miei amici e alla mia famiglia, mi ero ormai adagiata in una situazione mentale che sembrava non voler evolvere. Poi, all’improvviso, qualcosa è successo.
Era verso la fine del mio percorso universitario – studiavo Fisica alla Sapienza – un periodo in cui tutto sembrava sospeso, come se stessi aspettando qualcosa ma non sapessi cosa. Ed è proprio allora che ho conosciuto un ragazzo. Nulla di eclatante, una di quelle conoscenze nate con semplicità. Aveva una Yamaha MT-03. È iniziato tutto così, in modo naturale. Ci siamo frequentati per poco, un paio di mesi al massimo, eppure in quel breve tempo è successo qualcosa di importante.

Sono salita sulla sua moto due, forse tre volte. Era l’inizio dell’autunno, pioveva spesso, ma non importava. Ogni volta che salivo dietro di lui, ogni curva, ogni accelerazione, riaccendeva qualcosa dentro di me. La passione per le moto, che credevo sopita, ha ripreso a brillare. E non era solo il gusto dell’adrenalina o il vento in faccia, era la sensazione nitida che stavo tornando in contatto con una parte autentica di me stessa.
Quella frequentazione è finita in fretta, ma il seme era già stato piantato. In quei pochi giri, avevo riscoperto un sogno che avevo dimenticato di coltivare. Non era più il sogno infantile di possedere una moto, ma la consapevolezza adulta di voler essere protagonista del mio cammino. E così, qualcosa si è sbloccato. Da quel momento, non ho più visto la moto come un’idea lontana, ma come un progetto possibile, concreto, mio.
Non è stata la realizzazione di un sogno, ma l’inizio del suo viaggio. E forse è proprio questo il punto più bello: quando ti rendi conto che sei tornata a crederci, che stai muovendo i primi passi verso qualcosa che parla davvero di te.
A chi legge: non aspettate che tutto sia perfetto per cominciare. A volte basta una scintilla, anche piccola, anche bagnata dalla pioggia, per accendere un fuoco che non si spegne più.
“Il giorno in cui ho capito cosa mi mancava davvero”
A volte il dolore, anche quello che ci sembra esagerato o fuori luogo, è solo una porta verso una consapevolezza più profonda. Mi è capitato di vivere una breve frequentazione con un ragazzo, niente di particolarmente intenso, ma quando ci siamo lasciati… ho pianto. Ho pianto tanto. E inizialmente non capivo nemmeno bene il perché, visto che non si trattava di una storia importante. Poi, un giorno, ho avuto un momento di lucidità. Mi sono chiesta: “Ma io sto piangendo davvero per lui? O per qualcos’altro?” E lì ho realizzato che la vera mancanza, quella che mi faceva stare male, era… la moto. Sì, mi mancava andare in moto. Mi mancava quella sensazione di libertà, di vento in faccia, di leggerezza. E in quel momento mi è stato chiaro che non era il ragazzo, ma l’esperienza che vivevo con lui ad aver lasciato un vuoto.
Così mi sono detta: “Ok, se il problema è che voglio andare in moto, allora troverò un modo per andarci da sola.” A quel tempo ero quasi laureata, mi mancava poco. Ma già quel giorno avevo deciso che subito dopo la laurea mi sarei iscritta per conseguire la patente per la moto. E così è stato. Il giorno dopo la discussione con me stessa, sono andata da mio padre e gli ho detto: “Papà, io sto andando a iscrivermi per prendere la patente della moto.
“ Lui, come da copione, mi ha guardata con quella faccia a metà tra l’incredulo e il rassegnato e mi ha detto: “Dove vai… non ci pensare proprio. Però se vuoi… andiamo a vedere.” Quel giorno mamma non era a casa, quindi abbiamo potuto parlarne in modo più aperto, e alla fine mi ha proposto di andare a vedere qualche 125, una moto leggera e adatta a una persona come me: bassa, esile, e – come dice lui – “delicata”. In effetti faccio danza classica, quindi sì, sono fisicamente più “soft” che “muscolosa”.
Il giorno dopo la mia laurea eravamo lì, insieme, a guardare moto. Non era più una questione di lui, ma di me. E di come, a volte, un piccolo dolore può farci capire una verità molto più grande: che il vuoto che sentiamo non è sempre legato a una persona, ma spesso al bisogno di ritrovare noi stessi.
“Non abbastanza alta, ma abbastanza forte”
Il giorno dopo la mia laurea, io e mio padre siamo partiti pieni di entusiasmo alla ricerca della mia prima moto. Abbiamo visitato diversi concessionari, animati dal sogno di trovare quella giusta per me. Ma presto ho dovuto fare i conti con una realtà dura da accettare: la mia passione per le motard si scontrava con un ostacolo concreto — erano tutte troppo alte per la mia statura. Anche le 125, che avrebbero dovuto essere “piccole”, risultavano inaccessibili.
Così ho dovuto ridimensionare il mio sogno, orientandomi verso qualcosa che potesse davvero adattarsi al mio fisico: una naked, o al massimo una sportiva. La custom, all’epoca, non la prendevo neanche in considerazione. Ma le delusioni non erano finite. In due concessionari, dopo avermi vista salire in sella e non riuscire a toccare terra, mi dissero con freddezza:
“Io a te non posso vendere nessuna moto, non sarebbe sicuro.”
Quelle parole mi sono rimaste impresse. È stato mortificante. Umiliante. Per un momento, ho quasi pensato che il mio sogno dovesse restare tale: un sogno.
Ma non mi sono arresa. Ho continuato a cercare, a chiedere consiglio. Due persone in particolare mi hanno aiutata tanto: Julia e JJLucci. Entrambi mi suggerirono di provare la Benelli 125, leggera, bassa, forse adatta a me. Così sono andata a vederla, ci sono salita… ma ancora una volta, non riuscivo a toccare terra con sicurezza. La mia insicurezza cresceva, era il mio primo vero contatto da futura motociclista. Anche lì, mi dissero: “Possiamo venderti una custom, ma non una Benelli 125. Non sarebbe sicuro per te.” Ero arrivata a sentirmelo dire da almeno tre concessionari.
Poi, finalmente, è successo qualcosa. In un altro concessionario, invece di chiudermi la porta in faccia, mi hanno aperto uno spiraglio: non mi hanno detto “non fa per te”, ma mi hanno insegnato. Mi hanno mostrato tecniche per gestire la moto, anche per chi come me è minuta, piccola, apparentemente fragile.
E in quel momento è cambiato tutto.
Ho capito che ce la potevo fare.
Certo, avevo paura. Tanta. Temevo che quella moto, con il tempo, si sarebbe rivelata troppo grande per me. Temevo di non riuscire a mettere bene i piedi a terra quando mi fermavo. Ma mi sono guardata dentro e ho pensato:
“Ho 21 anni. Se non ora, quando?”
E così, ho scelto di crederci.
La moto non era un capriccio: era un sogno, uno sfizio forse, ma uno sfizio che volevo realizzare con le mie forze.
Mia madre era contraria. I miei genitori non volevano sostenermi economicamente in questa scelta. E allora ho deciso di fare da sola.
Sono due anni che lavoro al bar del circuito Vallelunga. Un lavoro che ho cercato proprio per questo: per potermi permettere la moto da sola, pagarne l’assicurazione, i tagliandi, la benzina. Tutto.
Ogni chilometro che faccio oggi è il frutto del mio coraggio, del mio impegno, della mia volontà.
E adesso posso dire, con orgoglio, che non c’è sogno troppo alto, se sei disposta a salirci sopra un gradino alla volta.
“Oltre i pregiudizi: la forza di una motociclista”
Ho iniziato il mio percorso motociclistico con la mia Benelli, cadendo più e più volte. Se devo essere completamente onesta, sono passati ormai più di due anni dalla mia prima moto. Oggi ho una Kawasaki Z500. Non pretendo di essere la migliore guidatrice del mondo, ma posso dire con sicurezza che ora mi sento assolutamente padrona della mia moto e a mio agio su qualsiasi due ruote. Questo è importante per me, perché durante il percorso per la patente ho dovuto lottare duramente per farmi riconoscere per quello che sono davvero.

Quando sono arrivata dall’istruttore, avevo già almeno due anni di esperienza e un viaggio al Passo dello Stelvio alle spalle. L’estate scorsa ho fatto Roma-Stelvio-Roma, e quest’anno stiamo programmando un viaggio in Spagna in moto, io e il mio fidanzato. Non sono certo un’ultima arrivata: con la mia moto attuale ho già percorso 15.000 km in meno di un anno.
Eppure, quando sono andata a fare la patente, quell’istruttore mi ha fatto guidare solo un 50cc per tutta la mezz’ora di lezione, facendomi sentire mortificata. Sono scesa da quel motorino in lacrime, perché volevo solo fare due lezioni per prendere confidenza con la moto che avrei usato all’esame e con il percorso di scuola guida. Non avevo bisogno che mi insegnassero a guidare, lo sapevo già.

Dopo un po’ di discussioni con quell’istruttore, il giorno dell’esame lui si è vantato davanti a tutti, esaminatori e altri candidati, dicendo che si fidava ciecamente di me nella gestione della moto. Ho ricevuto tantissimi complimenti dagli esaminatori, che all’inizio pensavano che una ragazza minuta come me non ce l’avrebbe fatta a controllare la moto. Invece, hanno visto una guida sicura, decisa, padrona del mezzo, e sono rimasti sorpresi dal mio livello di confidenza e abilità.
Mi sembra incredibile che nel 2025 ci siano ancora persone che giudicano così, ma io sono qui a dimostrare il contrario. È stato un piacere sentire che sono davvero padrona della moto e grazie al cavolo, sono due anni che la guido! Sono un esempio vivente che anche una donna minuta, contro ogni previsione e pregiudizio, può vivere la passione per la moto al 100%, può sentirsi motociclista vera e può godersi ogni chilometro di strada. Questa è la mia vittoria, la mia forza, il mio orgoglio, e nessuno potrà mai togliermi questo.
“Guidare con Cuore, Non con la Statistica”
Io ho una pagina TikTok che è molto più seguita rispetto a Instagram, e lì gioco un po’ sul fatto di essere piccolina. Sulla mia moto, infatti, spesso faccio fatica a toccare bene con i piedi, e questo crea delle difficoltà reali. Ma proprio per questo voglio essere un esempio per tutte le ragazze che si trovano nella mia stessa situazione.
Spesso sotto ai miei video mi scrivono: “Ma come fai a guidare la moto, tu che sei così piccolina? A me hanno detto che non fa per me.” Ed è qui che entro in gioco io, come una guida, perché voglio dimostrare che la passione per le moto non ha taglia, né sesso. Voglio che sempre più donne si avvicinino a questo mondo, perché solo così le case motociclistiche cominceranno a progettare veicoli pensati anche per noi, per chi è più minuta, per chi vuole sentire la libertà della strada senza barriere.
Il mondo delle moto, purtroppo, è ancora troppo spesso costruito intorno all’idea di un uomo “medio”, lasciando fuori realtà come la nostra. Ma le cose stanno cambiando, e io sono orgogliosa di far parte di quel movimento di donne che stanno riscrivendo le regole, che stanno rompendo gli schemi e che portano avanti questa passione con forza e determinazione.
Spero che il mio esempio possa ispirare sempre più ragazze a salire in sella, a sentirsi libere e a far sentire la propria voce in un mondo che deve diventare sempre più inclusivo. Perché la passione per la moto è universale, e il futuro è delle donne che non hanno paura di guidarlo.
Tra Astrofisica e Strada: Come Claudia Vive il Suo Sogno in Moto(Redatto da Saimon Raia)
Claudia è una persona che vive di passione, lavoro e dedizione a se stessa. Durante la settimana lavora all’osservatorio di Monte Porzio Catone, dove studia astrofisica, mentre nei weekend si dedica al lavoro a Vallelunga per potersi pagare la sua grande passione: la moto. Questo equilibrio non è semplice, perché non ha la possibilità di uscire ogni weekend, ma ogni volta che può si regala dei veri e propri giri in moto, spesso lunghissimi.

Anche se non ha una Insta360 per realizzare contenuti video, grazie alla generosità del suo fidanzato riesce a portare qualche video che racconta le sue avventure su strada. Claudia sa che quei pochi giorni liberi sono preziosi: se capita un giorno festivo in settimana, è l’occasione perfetta per fare un giro memorabile, come quel Primo maggio in cui hanno percorso circa 700 km.
Per lei, la vacanza estiva senza la moto non è una vera vacanza. Anche se in inverno può concedersi un viaggio in aereo, il suo vero obiettivo è sfruttare le ferie per viaggiare in moto, perché è così che riesce davvero a godersi quei giorni di libertà e a vivere appieno il suo sogno.
Claudia realizza e porta avanti il suo sogno con determinazione e passione, dimostrando che la chiave del successo è il lavoro costante, l’amore per ciò che si fa e la volontà di non rinunciare mai a se stessi.
“In moto verso me stessa”
Claudia è cresciuta con la strada nel cuore, sin da piccola, grazie ai viaggi in camper della sua famiglia. Per lei, la strada non è mai stata solo un mezzo per spostarsi, ma un modo di vivere e di scoprire il mondo. Da bambina girava in bicicletta per fare la spesa, un’abitudine semplice che già le insegnava l’amore per il viaggio e la libertà. Il camper, presente nella sua famiglia fino a quando ha compiuto 21 anni, è stato il suo primo compagno di avventure, portandola a esplorare luoghi lontani, con una particolare predilezione per il Trentino, una terra che per lei è molto più di una semplice destinazione: è casa.

Questo legame profondo con il paesaggio trentino è qualcosa di intimo e sincero. Ogni volta che Claudia torna lì, sente di ritrovare una parte di sé, come se il panorama stesso la accogliesse con un abbraccio familiare. E quando, l’anno scorso, è arrivata in Trentino con la sua moto un sogno che stava vivendo con le sue forze, con i suoi soldi, con la sua passione — quell’emozione è esplosa in un torrente di lacrime. Ha dovuto fermarsi, insieme al suo fidanzato, perché la gioia di quel momento era così intensa da lasciare senza fiato.

Claudia non stava semplicemente raggiungendo una meta: stava vivendo il sogno di una vita, con tutta se stessa, in ogni singolo istante. La strada, i paesaggi, la fatica e la gioia di quel viaggio in moto hanno reso quel momento un’esperienza autentica e profonda, un’emozione che l’ha toccata nel profondo del cuore. Quel magone allo stomaco, quei singhiozzi di felicità, sono la testimonianza di un sogno che non è più solo desiderio, ma realtà vissuta fino in fondo.
“In Sella alla Vita: L’Epopea di Claudia, Motociclista per Scelta e per Cuore”
Questo articolo rappresenta, senza alcun dubbio, il più lungo che abbia mai scritto fino ad oggi. Mentre lo stendevo, mi sono sentito un po’ come Peter Jackson quando si sentì dire: “Fai il Signore degli Anelli… ma in un solo film.”
Ecco, la sensazione era proprio quella: avere tra le mani un materiale straordinario, intenso, traboccante di emozioni, e voler rendergli giustizia senza togliere nulla alla sua profondità.
Scrivere di Claudia non è stato soltanto un esercizio narrativo, ma un viaggio dentro una storia vera, potente, carica di sentimento e coraggio. Ogni parola che ho messo nero su bianco mi è stata ispirata dal racconto vivido che lei stessa mi ha condiviso. Claudia ha saputo trasmettermi ogni sfumatura delle sue esperienze, ogni emozione vissuta sulla sella della sua moto, ogni ostacolo affrontato e superato con determinazione.
Nel leggerla e nell’ascoltarla, ho percepito un’umanità forte, autentica, una passione incrollabile e un cuore che batte forte per la libertà, per la strada, per l’avventura, e per quella moto che sembra essere l’estensione stessa del suo spirito.
Claudia non è solo una motociclista. È una donna che ha scelto di seguire il proprio cammino con coraggio e dignità, sfidando convenzioni e limiti, vivendo ogni chilometro come una conquista personale.
La sua storia è un esempio ispirante, che merita di essere letto, riletto, e soprattutto sentito.
Ammiro profondamente Claudia. Ammiro la sua forza, la sua sensibilità, la sua capacità di mettersi a nudo attraverso le parole, di raccontarsi con sincerità e passione.
Poter raccontare questa storia è stato per me un onore.
Questo racconto è un progetto totalmente indipendente, nato dalla pura passione per le due ruote e la strada. Se ami queste storie e vuoi aiutarmi a farle viaggiare sempre più lontano, puoi sostenermi ordinando la T-Shirt ufficiale de La Disciplina della Motociclista. È personalizzata, fatta a mano e dà forza alla nostra community. [Scorri i dettagli e guarda le combinazioni qui].


